Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

martedì 1 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE -prima puntata-


Susanna Barbaglia
DIARIO DI MORTE
To beguile the time
look like the time
(William Shakespeare
“Macbeth”)

PROLOGO

ULTIMO GIORNO

Questo è il mio ultimo giorno di vita… Non ho più speranza.
C’è stato un incidente. Un terribile incidente.
Non so come sia successo… Non riesco a parlare né a scrivere…
Questa mattina presto sono uscita con Sunshine. Il mio principe dormiva ancora. Mi sono fermata alla scogliera e sono scesa dal cavallo per guardare il mare. Ero felice, troppo felice… Il mio cuore scoppiava di felicità.
Poi l’ho visto arrivare al galoppo con Cassius. Mi ha mandato un bacio con la mano e… Dio, non so come dirlo, non posso dirlo né scriverlo… Non so cos’è successo… Cassius s’è impennato, forse qualcosa l’ha spaventato… e lui … lui non è riuscito a fermarlo…
Il cavallo è inciampato sul ciglio della scarpata e in un secondo li ho visti volare nel vuoto…
È finita. Non ci può essere mai più speranza per me.
Non scriverò mai più questo diario.
Sono morta con il mio amore. Sono morta per sempre.

1
PRIMO GIORNO
Sono felice.
Non avevo dubbi che il primo risveglio qui sarebbe stato magico. Ho spalancato gli occhi proprio sul ritratto del nonno, illuminato di traverso da una lama di luce bianca trattenuta a stento dalle imposte. Gli sorrido e gli mando un bacio con la punta delle dita.
Sul pavimento a doghe, gli scatoloni aperti ammiccano come bocche sguaiate, e rigurgitano abiti e biancheria, lampade e mestoli, stoviglie e ometti.
L’ordine non è mai stato il mio forte. Ero tentata di lasciar imballare tutto dall’impresa di traslochi, ma alla fine ho rinunciato:  nell’organizzazione altrui non mi ci sarei più ritrovata.
Appoggio i piedi nudi a terra e m’immagino bambina.
Sono felice.
Questa è la casa della mia famiglia: su questo parquet ho iniziato a camminare, ho lasciato qualche dente di latte, ho fatto capriole, ho inseguito i gatti del nonno. Come mia madre, prima di me.
Fra queste pareti rimbalzano la voce calda di mio padre, le urla isteriche delle mie nurse, la musica accademica e cadenzata del piano della nonna.
Chiudo gli occhi e risento il profumo del caminetto d’inverno, gli aromi golosi dei dolci appena sfornati dalle cuoche.
Una villa a Milano. Un miracolo.
Mi sporgo dalla finestra. A pochi metri da me, un gatto pezzato bianco e nero passeggia sul cornicione.
All’esterno c’è aria d’abbandono. Devo chiamare al più presto un giardiniere. La casa è disabitata da quasi un anno, da quando l’ultimo fratello di mia madre che ci viveva, ormai inabile, è stato definitivamente ricoverato. Per volere testamentario del nonno, alla sua morte è passata in mia proprietà, ma con la clausola di usufrutto a vita per quello zio, malato da sempre.
Ora sono sola. Morto lo zio Riccardo, della mia famiglia d’origine non è rimasto nessuno. E neppure è avanzato mezzo euro del patrimonio, fulminato dallo zio fra le spese di medici e infermieri prima, e di cronicari poi.
Ma come avrei potuto razionalizzare una scelta sentimentalmente per me a senso unico?
Anche se la zona non è certo comoda per raggiungere in bicicletta il centro di Milano o le destinazioni abituali dei miei clienti, non ho esitato a lasciare l’abbaino di Corso Como per abitare la villa del nonno in Città Studi. E se non bastasse, non mi sono nemmeno posta il problema delle spese che dovrò sostenere per il mantenimento di questa residenza! Di sicuro l’entrata fissa dell’affitto di Corso Como non sarà sufficiente nemmeno per cambiare le lampadine. Né potrò contare sui ridicoli diritti d’autore degli unici libri che finora sono riuscita a pubblicare, le biografie di due famosi attori degli anni Sessanta.
Il mestiere di scrittrice che ho scelto dall’età della ragione, mi ha procurato frutti economici irrisori e tanti tanti compromessi. Per questo, alla fine, mi sono convinta che accettarne qualcuno in più non avrebbe potuto aumentare il mio livello di frustrazione in modo significativo. Già oggi potrei scegliere fra una produzione di romanzetti d’amore in serie con pseudonimo straniero o la stesura di fascicoli di cucina che mi ha proposto un amico editor, grande ammiratore della mia creatività gastronomica. In ogni caso, non è questo il momento di pensarci per farmi strangolare dall’ansia. M’infilo sotto la doccia.
È un lusso essermi concessa due giorni d’inattività per ambientarmi nella nuova casa e so bene di non aver tempo da perdere. Il getto caldo dell’acqua mi dà vigore e quando esco dalla doccia, lo specchio sul lavandino nella vecchia cornice a riccioli dorati, rimanda di me un’immagine dinamica e solare che mi piace.
Sono felice.
Il mio posto è questo. Ce la farò. Ce l’ho sempre fatta.
Annodo la cintura dell’accappatoio e, scalza (per non perdere il contatto con il legno e con la mia vita), raggiungo la cucina al piano terra. Ho una gran voglia di caffè. Riempio il bollitore d’acqua e mi avvicino ai fornelli. Sulla piastra elettrica c’è un foglio di quaderno a righe che ieri sera non ho notato. Lo rigiro fra le mani. No. Non è roba mia. Il testo è scritto a mano in stampatello. Lo afferro curiosa, ma subito devo sedermi per non crollare.
La calligrafia, purtroppo, è accurata e leggibilissima
“DIARIO DI MORTE
Marzo
Cara Viola, so che l’origine di tutto è stata la noia. E anche il mio carattere che amo definire “incompleto” e dunque, eternamente insoddisfatto. Posso permettermi di avere tutto quello che voglio. Ma purtroppo non ho alcun interesse, né hobby, né passioni. Sono un essere incolore e scialbo. Penso che tu possa capire, per un tipo come me, quanto sia stato entusiasmante scoprire di poter cambiare spesso identità, vivere vite parallele e introdurmi nelle vite degli altri…
Segnati questa data perché oggi ho scelto te e la tua vita.
L’ultima volta c’era il sole. Tanto sole. Ho chiuso personalmente gli occhi a quella disgraziata non certo per pietà, ma semmai per un estremo omaggio estetico alla scena. Poi ho lasciato per sempre quella casa.
E così farò con te. Non saprai mai chi sono. Non conoscerai mai il mio nome, ma capirai molto presto che io sono il tuo Destino.”
2
La via Caccianino è una breve traversa privata fra via Porpora e via Vallazze.
Le case sono quasi tutte ville con giardino dell’inizio del Novecento, per la maggior parte unifamiliari. Soltanto le più grandi, infatti, negli anni sono state ristrutturate a piccolo condominio.
Un’oasi imprevista nella parte estrema e più povera di Città Studi, racchiusa e protetta da sbarre telecomandate.
Quella mattina alle nove precise come ogni mattina, Sir Lester J. Cunnigham e Lothar il suo bulldog, uscirono da “La Magnolia”- una delle residenze centrali sul lato nord della via- per la consueta passeggiata. Come sempre, il percorso prevedeva una prima sosta all’edicola all’angolo di via Ampère, una seconda fermata di circa un quarto d’ora nel piazzale con recinto per cani in piazza Piola e un passaggio in panetteria prima del rientro. Tempo totale: un’ora e dieci, minuto più minuto meno.
Abitudinario l’uomo e abitudinario il cane, entrambi difficilmente potevano tollerare alcun imprevisto sul programma.
Qualche anno prima, in previsione di dover trascorrere molti mesi dell’anno a Milano, Cunnigham aveva acquistato “La Magnolia”  con la gradevole sensazione di aver trovato fortunosamente un angolo della città molto inglese.
Ricco da generazioni e ricco ancor di più per la sua attività di collezionista-antiquario, avrebbe potuto scegliere di vivere anche dentro al Duomo. Tuttavia, lo stesso agente immobiliare incaricato da Londra per la ricerca della casa, si era stupito per la reazione di quel cliente viziato e snob alla vista della villa di via Caccianino. Non che la casa non meritasse: era proprietà di una delle famiglie della nobiltà milanese. Ma di certo, le opzioni in alternativa che gli aveva mostrato prima, erano di gran lunga più di rappresentanza. Non fosse altro per i rioni dove si trovavano: Brera, Mascheroni, Magenta… Eppure, quell’inglese (vallo a capire!), dopo una rapida occhiata a “La Magnolia” aveva estratto dalla sua cartella il libretto degli assegni di un conto bancario italiano e senza alcun commento, ma soprattutto senza trattare nemmeno una lira dell’ingente prezzo dell’immobile, gli aveva domandato: «Un anticipo di duecento milioni è sufficiente?»
Nei suoi periodi milanesi, Cunnigham si trovava a proprio agio in quella casa silenziosa e rassicurante come un’alcova. E questa era l’unica ragione di scelta che contasse per lui. Trovava affascinante il giardino, la piccola serra liberty e la fontanella centrale con un Nettuno leggermente lascivo. E non da ultima, quella magnolia centenaria che ombreggiava un antico salottino in ferro battuto e che, in primavera, si riempiva di corolle giganti e di uccellini melodiosi.
Tornando a quella passeggiata mattutina, è bene ripetere che uomo e cane mal sopportavano ingerenze esterne alla loro intimità e appena svoltato l’angolo fu subito chiaro a tutt’e due che quella non era giornata. Fu la vedova Tirelli a interrompere il loro ritmo con la sua voce fastidiosa: «Buongiorno Milord! È già stato dalla Maria a prendere il pane?»
Come reagire a tanta sfrontatezza? Cunnigham s’irrigidì e pensando che mai si sarebbe abituato a certi slanci confidenziali tipicamente mediterranei, con lentezza emblematica sillabò: «N-o.»
Nello stesso tempo, Lothar si accucciò in posa plastica e fissò lo sguardo torvo in un luogo noto soltanto a lui, certamente molto lontano di lì.
«Bene! Così fa in tempo ad accaparrarsi una porzione di gnocchi. Lo sa vero che quelli della Maria sono speciali?». La donna gli si era avvicinata ancora di più, gridando e gesticolando. Atteggiamenti che, soprattutto abbinati, diventavano assai pericolosi per il bulldog che spesso li contestava con testate violente nelle gambe di chi vi si esibiva.
«Per la verità, io detesto gli gnocchi», rispose il nobiluomo compunto gettando un’occhiata ansiosa al cane.
La Tirelli parve non afferrare né il tono né le parole dell’inglese e proseguì imperterrita e invasata a importunarlo: «La villa vicino alla sua ha ripreso vita, ha notato Milord? Ora ci abita una ragazza, la nipote del povero Riccardo Sandri. Se lo ricorda? Quell’invalido morto un anno fa.» La donna s’interruppe soltanto un attimo in attesa di un improbabile intervento da parte di Cunnigham e poi proseguì il suo monologo: «Non dica che dal suo giardino non s’è visto nulla! Dalla finestra del mio soggiorno io ho seguito tutto…».
L’inglese rabbrividì e non riuscì a trattenere uno scatto di disgusto per tanta maleducazione: «No, Milady. Non ho proprio notato nulla. E ora, se permette, devo andarmene. Sono davvero in ritardo». Senza attendere risposta, trasse un lungo sospiro per controllare lo stato incerto dei suoi nervi e proseguì a passo deciso verso piazza Piola.
Ma l’episodio doveva avere un seguito. Infatti, raggiunto il recinto dei cani, mentre Lothar finalmente libero dal laccio raggiungeva i suoi simili nell’area erbosa trotterellando come un piccolo ippopotamo, Cunnigham fu investito di domande dal gruppo di proprietari di cani. E il bello è che nessuno si prese la briga di chiedergli almeno come stava: tutti erano interessati a conoscere qualche novità riguardo alla sua nuova vicina. «Dicono che è molto affascinante… Pare che sia sui trent’anni e che abbia i capelli rossi come la nonna. Sir Cunnigham, lei l’ha conosciuta? È sola? Che lavoro fa? Ha un cane?».
Cunnigham abbozzò a fatica. Richiamò Lothar con un fischio e si dileguò con la velocità di un fulmine. Pensò di essersi salvato entrando in panetteria, ma la sua speranza doveva essere smentita sul nascere. Anche lì, un drappello di comari stava dibattendo lo stesso argomento: «Sembra sia una scrittrice… È rimasta sola al mondo… Come se la caverà in quell’enorme casa? Dovrebbe avere trentadue anni… No, io non l’ho vista, e tu Maria?… Nemmeno io l’ho mai incrociata, eppure la Tirelli dice che la settimana scorsa è venuta alla casa almeno un paio di volte, a portare i suoi effetti personali…».
L’inglese a questo punto letteralmente scappò, con il cane a rimorchio. Per quel giorno avrebbe fatto a meno del pane piuttosto di affrontare quelle streghe. Arrivato a “La Magnolia” si chiuse il portone alle spalle con sollievo, si spogliò del Burberry e chiese a Mister Higgins, inseparabile maggiordomo e autista tuttofare, di servirgli un tè nello studio al primo piano.
Perché era proprio dalle finestre di quel locale che supponeva di poter controllare meglio i movimenti della villa adiacente.


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