Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 2 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE

-seconda puntata-


3
Può essere un uomo o una donna. Può essere vecchio o giovane. Può essere qualcuno che conosco o uno sconosciuto. Ma è certamente qualcuno che conosce me, il mio nome, le mie abitudini e può entrare quando vuole in questa casa.
Sono seduta a terra da un’ora, paralizzata dal terrore come un animale al macello, e non riesco neppure a muovermi. Devo fare qualcosa, ma cosa? Mi domando se la porta è chiusa ma non ho il coraggio di controllare.
Telefonare alla polizia? No. Meglio andarci, ma come faccio? Il mio corpo è pesante come una montagna.
Mi guardo alle spalle, mi sento osservata, spiata, seguita. Il mio cuore pompa senza tregua. Posso distintamente udirne il battito.
Il suono improvviso del campanello mi raggiunge alla schiena come una fucilata. Non devo aprire a nessuno. Chiunque sia può essere lui (o lei). Perché lui (o lei) può essere chiunque.
Di nuovo, quel maledetto campanello. Insiste. Se non mi muovo può pensare che in casa non c’è nessuno, ma se io sento il mio cuore lo sentirà anche lui (o lei.) Poi mi dico che se fosse lui (o lei), potrebbe entrare senza suonare. Mi faccio forza di questo pensiero e riesco a strisciare sul pavimento come un verme, fino all’ingresso. Dovrei alzarmi sulle ginocchia per guardare dallo spioncino, ma non ce la faccio e rimango immobile. Avverto qualcosa alle spalle, mi giro e vedo due occhi bruni che mi osservano dietro la finestra della veranda. È in giardino. Ha un berretto di lana e mezza faccia nascosta dall’infisso. Non capisco se è maschio o femmina. Mi sento gridare come un’ossessa. Sento le lacrime scorrermi sul viso, mi graffio le guance nel tentativo di asciugarle e mi ributto a terra.
4
A mezzogiorno, nella sede della Biffi Editore, una piccola palazzina di tre piani adiacente a piazzale Giulio Cesare, durante una riunione generale, quel giorno si decise di affidare la revisione dei testi di un’enciclopedia universale, a un collaboratore molto qualificato. All’unanimità fu stabilito d’interpellare Viola Sandri, nota agli editor incaricati come una delle più valide ed esperte professioniste del settore.
L’appalto dei fascicoli da allegare ogni settimana a un grande quotidiano, era stato offerto da un importante cliente esterno e costituiva un decisivo passo avanti dell’azienda, specializzata soprattutto nella produzione di edizioni tecniche, manualistica e cataloghi di mostre d’arte. L’Editore in persona incaricò una delle segretarie di cercare immediatamente la Sandri per telefono. Ma, dopo numerosi tentativi andati a vuoto, l’impiegata affermò che al cellulare della persona rispondeva una segreteria telefonica («…sì certo, ho lasciato un messaggio») e che all’apparecchio della sua abitazione rispondeva un uomo che dichiarava di essere Alessio Franchetti, il nuovo inquilino dell’appartamento.
Al piano terra della villa dirimpetto a “La Magnolia” viveva una famiglia piuttosto borghese nel senso più deteriore del termine. Lui quarantacinquenne cardiologo di clinica privata, lei quarantenne casalinga per scelta e per attitudine endemica.
Il figlio, un ragazzotto nell’età peggiore con un accenno di peluria sotto il naso e incoerenti dettagli come un chiodo infilato a metà della lingua e un tatuaggio di ali di rapace sotto la nuca, frequentava (per la seconda volta) il primo anno del liceo classico, ovviamente al Gonzaga anche se con modestissimi risultati.
La domestica? Naturalmente una filippina di poche parole, con grembiule e cresta. Vieux style? Può darsi, ma molto traditionally correct.
All’una la tavola era già imbandita con ammennicoli di Arform e piatti Villeroy&Boch. Elena Binelli, la padrona di casa, si era esibita nella sua ricetta migliore, le cotolette “primavera”, ma per ora nessuno dei suoi congiunti si era palesato.
Arrivarono tutt’e due insieme, dieci minuti più tardi e, tempo di lavarsi le mani, si erano riuniti attorno al desco con lei. Piuttosto nervosa, bisogna dire.
«Allora Matteo, com’è andato il compito in classe di latino?» iniziò il padre già con la bocca piena.
«Mmmm…penso bene, ma ne sarò certo domani» biascicò il figlio.
«Dunque è andato male» sentenziò la madre rigida.
«Non essere sempre negativa!» la rimproverò il marito fra i denti.
«Hai ragione, Francesco. Forse devo imparare l’ottimismo da quell’oca della tua nuova infermiera?» gracidò lei.
Ahi, ci risiamo, pensò il povero Matteo. Iniziano a menarsela. Meglio cambiare argomento: «Ehi ma’, mi stavo dimenticando di dirti che sono appena passato dalla nuova proprietaria di “Villa Sandri”».
La donna mutò subito espressione: «Davvero? E com’è? Le hai portato i nostri saluti? Le hai detto che la inviteremo presto a cena?»
Il ragazzo nicchiò: «Sinceramente non posso dire di averla vista. Però dev’essere pazza o molto malata. Ho suonato più volte il campanello del cancello, lei non ha risposto. Così ho pensato di scavalcare la recinzione del giardino nel punto più basso e ho suonato e risuonato alla porta d’ingresso. Niente. Mi sono avvicinato alla finestra della veranda e ho spiato nell’ingresso per controllare se davvero non fosse in casa e vuoi sapere cos’ho visto?».
«Su Matteo, non farmi impazzire!» implorò la Binelli avida.
«Ho visto una donna in accappatoio, sdraiata per terra contro la porta. Al momento ho pensato che fosse svenuta o addirittura morta perché era immobile. Poi di scatto s’è girata, mi ha visto, e ha iniziato a urlare, piangere, picchiare i pugni per terra».
«È possibile?» domandò stranita la donna al marito.
«È da ieri che ti sento parlare soltanto di questa tizia. Ma che t’importa? Drogata. Ubriaca. Schizzata. Tutto è possibile mia cara, dunque, per non avere grane, è meglio starne definitivamente alla larga. D’accordo?» concluse il cardiologo con un’occhiata storta alla moglie. E infilandosi in bocca l’ultimo pezzo di cotoletta aggiunse: «E naturalmente tu non hai visto nulla, capito Matteo?»

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