Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

giovedì 3 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-terza puntata-



5
Gli occhi che mi spiavano dalla finestra della veranda sono scomparsi. Li ho sognati? È il terrore a prendersi gioco della mia immaginazione? Devo muovermi di qui, fare qualcosa.
Un fabbro. Mi ci vuole un fabbro per cambiare tutte le serrature. Avrei dovuto pensarci prima.
Il nuovo proposito sembra ridare energia alle mie gambe e al mio cervello.
Cerco di ragionare con la logica: se anche lui (o lei) fosse nei pressi e mi potesse spiare, ora non può entrare in casa. C’è troppa gente in giro. È chiaro che agisce di notte.
Torno in camera da letto. Meglio non usare la linea fissa. Cerco il cellulare e lo accendo. Mentre si attiva, ritorno al piano terra e recupero le “Pagine Gialle” impilate con le guide telefoniche di Milano sotto il mobiletto all’ingresso. Per sicurezza, scelgo un fabbro dall’altra parte della città.
La persona che mi risponde, all’inizio fa un mucchio di difficoltà sulla lontananza e sulla mia necessità immediata («Se tutti avessero le sue pretese…»), ma infine si decide perché gli offro il doppio della sua richiesta. Concordiamo il tipo di serrature, le più moderne, le più costose, impossibili da duplicare se non con una tessera olografa il cui codice personale è depositato anche in Questura.
Arriverà un operaio entro un’ora, mi conferma prima di congedarsi. Infilo un paio di jeans e un maglione e sento suonare il cellulare. Avrei dovuto spegnerlo. Può essere lui (o lei)?
Rispondo con la gola stretta dal panico. È la segretaria dell’Editore Biffi («Non ha trovato il nostro messaggio in segreteria?»), vuole fissarmi un appuntamento per oggi pomeriggio.
Impossibile, le dico.
Mi fa notare che è Franzini, il loro capo editor, a fare il mio nome, anche perché sa che ho bisogno di lavorare.
Cafona. Non rispondo.
Insiste che è urgente e che riguarda un lavoro importante.
Non me ne frega niente, ribatto e capisco che sto alzando la voce. Alla fine chiudo la telefonata senza nemmeno salutarla.
Guardo il giardino, sovrapensiero, e vedo un cane con la testa in su, che a sua volta mi guarda. È un bulldog inglese tutto bianco con metà del muso color albicocca. Ma da dov’è entrato?
6
Il telefono sulla scrivania di Paolo Brandi suonò di nuovo. Non aveva smesso di suonare dal momento in cui, due ore prima, il giornalista era entrato in redazione. Pensò che, di questo passo, gli sarebbe stato impossibile concludere il pezzo di cronaca sull’arresto di un noto imprenditore che doveva chiudere per la stampa nel primo pomeriggio. Suo malgrado s’interruppe per l’ennesima volta e sbuffando rispose con un «Sìììì» per nulla invitante.
«Ciao Brandi, sono Alberto Franzini della Biffi Editore. Disturbo?».
«No, figurati, non disturbi affatto. Sei semplicemente devastante».
Il tono del vecchio editor si fece dimesso: «Mi dispiace, ma è davvero urgente. Il Capo è furioso perché ancora non abbiamo la persona cui affidare la revisione dei testi dell’enciclopedia per voi. Ho bisogno un consiglio, un’indicazione e, visto che sei tu che te ne occuperai».
«Ti ho già detto che la migliore è la Sandri, e mi sembravi d’accordo anche tu. L’hai cercata?» abbaiò Brandi.
«Certo, immediatamente, ma non ne vuole sapere».
«Come? Ma se è sempre alla ricerca di lavoro. È impossibile!» rispose l’uomo stupito.
Franzini si fece coraggio e continuò: «Ecco, non sarà perché ci sei di mezzo tu? Sai, per quella vecchia storia fra di voi…»
In teoria di quella “vecchia storia” non avrebbe dovuto saperne niente nessuno, pensò Brandi con livore, ma sapeva bene che i segreti nell’ambiente giornalistico erano improbabili.
Aveva conosciuto Viola quattro anni prima, quando s’era presentata per uno stage al giornale e l’amore fra loro era stato inevitabile, da subito.  Lui s’era sentito fatalmente attratto da quella ragazza rossa e lentigginosa che sembrava dipinta, con le gambe lunghe da adolescente, le mani da bambina e gli occhi castani, così maturi.
Lei era libera. Nel cuore e nella vita, pronta a cadere fra le sue braccia. E gli attimi rubati nell’abbaino di Corso Como erano rimasti i ricordi più felici e feroci della sua vita: una passione violenta, irrefrenabile, nella quale lui aveva annegato le frustrazioni di un matrimonio banale con una donna banale. Ma la banalità, si sa, è quasi sempre vincente, soprattutto quando ci sono di mezzo due figli piccoli.
L’ultimo ricordo di Viola per Paolo era struggente. Incredula, come un animale ferito e abbandonato, lei non aveva avuto nemmeno la forza di guardarlo mentre lui tentava di spiegarle le ragioni di quello che poteva essere soltanto un addio per sempre. Da allora, due anni prima, non si vedevano né si sentivano. Colleghi comuni gli avevano riferito che s’era isolata, che non frequentava più nessuno, che lavorava e basta. Lavori mediocri, di basso profilo, per tirare a campare. Per questo Paolo aveva pensato a lei quando gli avevano chiesto un nome per l’enciclopedia. Viola era brava e scrupolosa, se lo meritava. Il fatto che lui fosse il responsabile dell’iniziativa poteva essere marginale: avrebbero senz’altro potuto evitare di frequentarsi utilizzando come intermediario il caposervizio. E lei lo sapeva. Dunque, per quanto la conosceva, Brandi concluse che il rifiuto di quel lavoro da parte di Viola era inverosimile e ribadì il concetto al Franzini: «Lascia perdere le vecchie storie che non ti riguardano. Viola è ambiziosa e ha bisogno di lavorare».
«Con la segretaria di Biffi è stata molto chiara e pure villana, se vuoi saperlo. Quindi ora l’editore vorrebbe un’alternativa. Hai qualche altra idea?».
«Villana?» Brandi allibì. Viola non era capace di essere villana.
«Sì, hai capito bene. Villana, anzi villanissima».
«Dovevi chiamarla tu. Chissà in che modo quella segretaria le ha esposto la faccenda… Riprovaci altrimenti arrangiatevi. In fondo è un problema vostro. Altri nomi non ne ho».
Alla fine della telefonata il giornalista si sentì svuotato da tutto ciò che non fosse Viola. Ma che cosa le era successo? Il dolore per la fine del loro amore l’aveva così cambiata, rovinata? Doveva saperne di più e chiamò Laura, la sua migliore amica. L’unica persona che Viola aveva messo a parte della loro storia d’amore.
Laura gli rispose con freddezza: «Ciao Paolo».  
Lui andò subito al sodo: «Ciao. Ti ho chiamato per avere notizie di Viola».
«Immaginavo, ma io non ne ho e se ne avessi non le passerei a un bastardo come te», disse lei laconica.
«In che senso non ne hai?».
«Nel senso che da allora non ne so più nulla. Mi disse che vedermi le avrebbe ricordato troppo la vostra storia e che si sarebbe rifatta viva lei quando se la fosse sentita. Ho rispettato la sua volontà e ho perduto la mia migliore amica per la tua bella faccia di tolla. Ora scusa, ma ho molto da fare. E a non risentirci, tesoro.»

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