Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

giovedì 10 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-decima puntata-

19

TERZO GIORNO


Sono sveglia dalle cinque. Ora sono le otto.
Nonostante il Tavor non sono riuscita a chiudere occhio se non per un’ora scarsa. Mi sono alzata dal letto ogni dieci minuti per controllare la pattuglia di polizia che, come mi aveva assicurato Taddei, ha stazionato davanti alla villa fino alle sei.
Avrei dovuto tranquillizzarmi e invece… forse mi ha sballato il fatto di aver rivisto Paolo, anche se la sensazione più forte che provo con lui è la paura.
Nel bagno di servizio non c’è doccia e sono costretta a fare un bagno veloce nel piccolo, scomodissimo, semicupio.
Mi vesto e vado in cucina per il caffè. Sono stanchissima. Mentre attraverso l’ingresso suona il campanello.
Guardo dallo spioncino. È il postino. Titubante, gli apro ma per sicurezza lascio inserita la grossa catena interna.
Dalla mia bocca non esce una parola così come dalla sua. Mi passa un telegramma. È di Franchetti, il tizio che vive a casa mia in Corso Como. Mi avverte che Paolo è andato da lui per chiedergli il mio nuovo indirizzo. Lui non glielo ha dato, perché non sapeva se sarei stata d’accordo. Mi chiede anche il mio nuovo numero di telefono per ogni evenienza.
Il mio cuore inizia a pompare.
E se fosse lui il mostro? Non so neppure chi sia. È un tipo strano. Un vecchio arricchito, omosessuale, pieno di complessi. Gli amici di Roma mi hanno detto che è venuto a Milano per sottoporsi a una plastica facciale perché è sempre stato ossessionato dalla sua bruttezza e dalle tracce immonde dell’acne giovanile. Anche loro lo conoscono da poco.
Sono stata un’incosciente a dargli subito l’abbaino. Con tutti i soldi che ha avrebbe potuto trovare di meglio: perché ha voluto proprio casa mia e senza neppure vederla?
Mi riassale il panico. Non respiro più.
Sospetto di tutti, ho paura di tutti, ma devo obbligare me stessa a essere razionale.
Decido di prendere appunti su chiunque mi venga in mente. Voglio fare una scheda per ognuno dove annotare anche la minima sensazione, il più insulso dettaglio. Sì, certo. Utilizzerò il programma d’archivio del computer.
Corro al piano superiore, in studio, dov’è installato il mio portatile. Cerco nel mazzo che porto al collo la chiave di quel locale, la trovo dopo averne provate almeno quattro, apro la porta e accendo la luce. Raggiungo la scrivania e sul mio MacIntosh ammicca un foglio di quaderno a righe, scritto a mano, in stampatello. Lo prendo fra le mani e senza leggerlo volo giù dalle scale, apro la porta, esco in giardino e crollo per terra.
20
Quella mattina il primo pensiero di Cunnigham fu l’incresciosa prospettiva dell’uscita con il bulldog. Aveva piovuto tutta la notte e anche ora il tempo non dava alcuna speranza di cambiare al meglio. Sentiva scrosci violenti investire senza pietà i vetri delle finestre e si alzò con la determinazione di rinunciare a portare fuori il cane. Troppo faticoso. Per amore o per forza, il bestione la farà in giardino, e nel nostro per di più, pensò con gioia. Il giorno prima, infatti, il giardiniere aveva isolato tutto il perimetro della villa con una robusta rete metallica a prova di Lothar.
Aprì gli scuri e inevitabilmente il suo primo sguardo cadde sulla villa a fianco. Subito le mani gli si artigliarono agli infissi.
C’era Viola in giardino, sdraiata a pancia in giù sul vialetto di ghiaia, sotto la pioggia battente. I suoi capelli annegavano in una pozzanghera e le creavano un’aureola di fuoco tutt’intorno. Gli sembrò priva di vita e, senza riflettere, si precipitò fuori così com’era, scalzo, in pigiama. Il vecchio maggiordomo lo incrociò sulle scale e, vedendolo uscire sconvolto, non gli chiese nulla ma si premunì di seguirlo con l’ombrello aperto nell’inutile tentativo di ripararlo.
Cunnigham saltò a pié pari la recinzione con un’agilità imprevista anche per lui e si chinò sul corpo inanime della donna. Le afferrò il polso e accertò con sollievo che fosse soltanto svenuta. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno dei vicini avesse assistito alla scena, poi prese Viola fra le braccia e la portò in casa.
L’interno di “Villa Sandri” gli diede l’immediata sensazione di un accampamento di zingari. Odore di chiuso, indumenti sparsi per terra, pile di piatti sporchi nel lavello della cucina, il letto sfatto, tutto contribuiva ad accrescere il suo sgomento.
«Questa donna non può restare qui. La porteremo da noi. Si spicci e mi aiuti» sussurrò esagitato a Higgins.
I due la sollevarono e, per una frazione di secondo, Viola aprì gli occhi. «Che succede? Dove sono?».
«Stia tranquilla, va tutto bene. Ora la porterò a casa mia. Riesce a camminare?» le domandò l’inglese. Poi si rivolse a Higgins: «Passiamo dal retro e tentiamo di scavalcare il muro di cinta, ho visto che vicino alla fontanella c’è una scala.»
In tacito accordo, avvolsero Viola in una coperta, testa compresa, e la sospinsero verso l’esterno.
Lei non oppose resistenza e si lasciò condurre, rasente il muro laterale della villa, fino alla parte posteriore della casa. Cunnigham afferrò la scala di ferro, l’appoggiò al muro, salì di qualche piolo e passò veloce nel suo giardino. Dopo aver sospinto Viola davanti a sé, Higgins fu l’ultimo a trasferirsi, e finalmente entrarono nella “Magnolia” dalla portafinestra del salottino posteriore.
Quando la videro stesa sul divano, a Cunnigham e Higgins Viola parve in stato catatonico. Gli occhi aperti fissi nel vuoto, le labbra bluastre leggermente dischiuse, un pallore di morte diffuso sul volto, il corpo pervaso da un tremore inarrestabile.
Cunnigham notò che portava al collo una decina di chiavi legate da una corda, e che nella mano sinistra stringeva un foglio di carta a righe. Con destrezza, le aprì le dita e furtivamente se ne impossessò.
«Ora ci vuole qualcuno che aiuti la signorina a fare un bagno caldo. Ha delle idee?» domandò sottovoce al cameriere.
«Certo non può trattarsi di uno di noi due, Milord, e neppure di una donna del vicinato. Non oso pensare alle conseguenze di questo episodio» commentò l’altro portandosi una mano alle labbra. «Inoltre le condizioni della signorina sarebbero semmai di competenza di un Pronto Soccorso».
«Già. Tuttavia non credo sia il caso di dar troppa pubblicità a questa faccenda chiamando un’ambulanza» ribatté Cunnigham risoluto.
L’inglese sapeva di dover fare in fretta. Viola aveva la febbre alta ed era bagnata come un pulcino.
«Milord? Se la ricorda la donna che accudiva Riccardo Sandri, lo zio infermo della signorina?» gli domandò d’un tratto il maggiordomo.
«Assolutamente no».
«È vedova, si chiama Luisa e abita in via Lorenteggio, dunque piuttosto lontano di qui. Veniva dal Sandri ogni giorno e, in ultimo, si fermava anche la notte. Ieri, quando sono uscito a spazzare le beole dell’ingresso, l’ho vista alla porta di “Villa Sandri”. Ci siamo salutati e mi ha detto di essere venuta a presentarsi alla signorina per offrirle la sua collaborazione, visto che è stata parecchi anni in servizio dallo zio. Ma la signorina non le ha aperto. È una donna molto capace e fidata, piuttosto amabile e, stranamente, per nulla pettegola. Dopo la morte del Sandri, mi aveva lasciato il suo numero di telefono».
All’inglese sembrò un’ottima soluzione: «La chiami e la faccia venire subito. Poi allestisca la camera degli ospiti al primo piano. Io nel frattempo accenderò il camino e cercherò di asciugare come posso questa poveretta».
Higgins non riuscì a dominare l’istinto protettivo nei confronti di Cunnigham: «Mi permetto di consigliarle di asciugare anche se stesso, Milord se non vuole rischiare un raffreddore, se non qualcosa di peggio».
A mezzogiorno in punto, Paolo Brandi entrò nella sala d’aspetto del professor Collini. «Fra qualche minuto sarà da lei» lo rassicurò la segretaria. Ma perché dai medici c’è sempre da aspettare? Si chiese scoraggiato il giornalista. Sedette e prese una rivista dal tavolino centrale.
Niente da fare. Non avrebbe potuto leggere, era troppo agitato. Posò la rivista dove l’aveva presa, accavallò le gambe e iniziò a tamburellare le dita di una mano sul ginocchio. Controllò l’orologio: le dodici e cinque minuti. Si guardò attorno. La parete davanti a lui era piena di attestati professionali di Collini, inquadrati in semplici listelli di legno biondo. Si alzò e vi si avvicinò per leggerli.
Bella testa il tipo, si disse. In pochi minuti, infatti, Brandi apprese da quella ‘mappa’ che Collini aveva studiato a New York, insegnato alla Sorbona e diretto ricerche in Inghilterra e in Germania. Ma a colpire la sua attenzione fu soprattutto un diploma tedesco di un biennio di specializzazione sull’ipnosi. Subito dopo scoprì anche da altre pergamene che Collini aveva professato e approfondito quella disciplina in varie Università nazionali. Curioso.
Quando la porta alla sua sinistra si aprì, Brandi ebbe un sussulto di sorpresa e nella stanza entrò un uomo piccolo, calvo, mingherlino con grandi occhiali rotondi- del tutto impensabili sul suo volto minuto e vizzo- in tartaruga scura e lenti spesse un dito.
«Collini» si presentò l’omino allungandogli una mano molle.
«Paolo Brandi» disse lui stringendogliela con malcelato ribrezzo.
Lo psichiatra lo introdusse nello studio e gli indicò una sedia di pelle senza braccioli davanti alla scrivania. Lui si sistemò nell’enorme poltrona reclinabile di fronte, dalla quale Brandi immaginò che non riuscisse a toccare il pavimento con i piedi.
«Mi dica, che succede a Viola?» domandò subito Collini con uno sguardo indecifrabile ingigantito dalle lenti.
Il giornalista lo trovò inquietante. Come aveva potuto Viola farsi curare da uno così? Trovò lui stesso molto difficile comunicare a quell’uomo la semplice cronaca dei fatti cui aveva assistito il giorno prima a casa della Sandri. E s’intorcinò più volte per via di quell’ascoltatore muto che lo scrutava con uno sguardo, come dire? quasi da imbecille.
Tuttavia arrivò alla fine e dovette aspettare ancora un bel po’ prima di sentire di nuovo la voce trascinata di Collini: «Da quello che mi dice è difficile capire. Mi descrive uno stato di panico, tipico in certi malati- e per favore non mi chieda quale patologia affligge Viola perché non potrei dirglielo senza un mandato specifico».
«Infatti. Non le sto chiedendo di descrivermi la patologia di Viola Sandri. Le sto chiedendo aiuto per una persona che lei conosce meglio di chiunque altro e che in questo momento sta soffrendo» precisò Brandi.
«I fatti mi farebbero presumere che la mia paziente abbia smesso di assumere i farmaci che le avevo prescritto. Tutto qui» ipotizzò Collini con aria saputa controllando brevemente la cartella clinica di Viola.
Avendo intuito che il colloquio per l’altro a quel punto si poteva concludere, Brandi gli rifece il verso con rabbia: «Tutto qui?».
Lo psichiatra si alzò e si avviò verso la porta dello studio e lui lo seguì rassegnato.
«Non se la prenda, non posso fare altro. Non posso dirle altro se non che Viola Sandri è seriamente malata e che necessita di cure farmacologiche. La sintomatologia che lei mi ha definito è normale nei soggetti che interrompono i trattamenti, capisce? Consigli alla sua amica di continuarli alle dosi che le ho prescritto nell’ultima visita, due anni fa. E le dica da parte mia che sono sempre qui quando sentisse il bisogno di tornare a parlarmi. Come lei sa, non possiamo obbligarla».
Il giornalista pensò che quell’uomo continuava a non piacergli, anzi gli piaceva sempre meno e prima di andarsene si voltò e, quasi senza riflettere, gli chiese: «Può almeno dirmi se Viola ha avuto bisogno di essere sottoposta a ipnosi?».
Collini parve piuttosto sorpreso dalla domanda ma rispose con prontezza: «È evidente. Sono ritenuto il miglior specialista italiano di questa terapia e me ne avvalgo ogni qualvolta ritenga che i miei pazienti ne possano trarre beneficio».

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