Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

sabato 12 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-dodicesima puntata-


23

«Feli, dov'è Matteo?». La moglie del cardiologo Binelli si rivolse con malagrazia alla filippina dopo aver constatato la tragica assenza di suo figlio, proprio nell'ora pomeridiana in cui avrebbe dovuto dedicarsi allo studio.
«Non so signora. Non l'ho visto uscire» rispose la ragazza a occhi bassi.
Strano. CD di Vasco inserito a massimo volume, libro di filosofia aperto sul tavolo, giaccone Fay appallottolato ai piedi della poltrona, berretto malauguratamente gettato proprio in mezzo al letto.
Non può essere uscito con quest'acqua solo con la felpa, si convinse la donna. E se fosse andato da quel pistola del figlio dei vicini? immaginò subito dopo con i nervi a pelle. Sedette sul divano e verificò subito quest'ultima ipotesi con una deludente telefonata al pistola in persona il quale le confermò balbettando che di suo figlio non aveva visto neppure l'ombra.
La donna posò la cornetta e si mise a pensare. Quel ragazzo le stava creando non pochi problemi, soprattutto dal punto di vista dell'immagine.
Intanto era proprio brutto. Sarà stata l'età ingrata, ma doveva ammettere con se stessa che non prometteva granché nemmeno per il futuro. Non l'aveva mai visto con una ragazza, neanche a pagarla. Lungo e spigoloso, senza spalle, gambe arcuate, torace convesso, faccia equina, mento sfuggente, capelli color torba.
«Vedrai, cara, che si farà. In fondo ha proprio due begli occhi» l'aveva malignamente consolata la sua cara amica Giusi, in un disgraziato momento di debolezza in cui s'era lasciata andare allo sconforto.
In più, Matteo era un vero asino a scuola e, soprattutto, totalmente privo di determinazione nello studio.
L’anno prima era stata convocata dallo psicologo scolastico che le aveva fatto incassare un profilo del figlio tutt’altro che rassicurante. Nevrotico, paurosamente introverso, incostante, privo totalmente di capacità di relazionarsi agli altri, coetanei compresi. «Matteo attraversa un’età pericolosa, difficile. Perché non lo convince a farsi seguire da uno specialista?» aveva concluso il medico.
Ci sarebbe mancato altro! Bocciato già due volte, dallo Zaccaria l'avrebbero defenestrato da tempo se lei non si fosse prostrata senza dignità ai piedi del preside e dei professori (senza mancare di ungerli con cospicue offerte benefiche): «Dategli un'altra possibilità, almeno per quest'anno». E questo sarebbe stato di sicuro l'ultimo anno, visti i risultati se possibile ancora peggiori dei precedenti. Che scandalo! Poteva già da ora immaginare i commenti delle amiche e, in particolare di quella stronza della Giusi.
E va bene: decise che a cena l’avrebbe messo al palo davanti al padre.
Non che ci sperasse molto che ciò potesse scalfire di un pelo l’agnosticismo e l'apatia di Matteo. Di suo marito non aveva il minimo rispetto, era evidente. Quando si parlavano, il ragazzo metteva sempre su un’aria irritante di supponenza. Francesco non se ne accorgeva o fingeva di non accorgersene forse temendo di arrivare alla lite, di scoperchiare le pentole più impopolari della loro vita di coppia. Matteo aveva assistito a troppe discussioni fra loro. A troppe scenate di gelosia da parte di lei, a troppi cedimenti per amor di pace da parte di lui.
L'importante, concluse la donna controllandosi desolatamente lo smalto sbeccato delle unghie, era mantenere stabile il quadretto idilliaco che davano all'esterno e, finora, non le risultava che Matteo li avesse mai traditi. Almeno quello.
Il fatto che le uniche persone che frequentava facessero parte di un gruppo di punkabbestia non la perplimeva. Anzi. Era piuttosto trendy fra i ragazzi bene milanesi. Addirittura con le amiche se la tirava: «Sai, ci vanno anche il figlio dell’architetto Petrella e i nipoti del notaio Beretta».
Forte di questi ultimi pensieri, riacquistò tutta la sua aria da sciuretta e si preparò per uscire. Doveva trovarsi con la Giusi da Coppola, il parrucchiere delle vip in Corso Garibaldi e non poteva arrivare in ritardo, altrimenti avrebbe perso il turno. Salutò con un cenno la cameriera, passò davanti alla cucina per raggiungere l'ingresso e d'un tratto vide comparire Matteo dallo sgabuzzino.
«Ben ritrovato!» lo apostrofò nervosa. «Che ci facevi lì dentro? Ti ho cercato ovunque. Pensi di dedicare qualche minuto alla filosofia in vista dell'interrogazione di domattina?».
«Ehi ma’, vedi di non rompere. Stavo cercando le mie Nike, ok?» rispose lui con un sorriso ebete.
«E le cerchi lì dentro? Quando mai abbiamo tenuto le scarpe insieme a scope e detersivi?» lo incalzò la donna per nulla convinta.
«Ma lasciami stare!». Matteo sbuffò con un’eloquente alzata di spalle.
«Ma certo, tesoro. Stasera ne riparleremo con tuo padre. Ma ricordati quello che ti ho già detto: insistere troppo con certe attività solitarie può far male alla salute fisica e mentale. Meglio darci dentro con una di quelle finte santerelline delle tue compagne di scuola o, se preferisci, con una di quelle fulminate delle Punkabbestia che sembrano disponibili con tutti tranne che con te».
Quando Elena Binelli si girò per uscire, Matteo si affrettò a mostrare alla sua schiena il pugno chiuso con il dito medio dritto come un fuso.
Taddei s’era già fatto un’idea molto chiara del caso Sandri. E gli esiti delle perizie che aveva davanti gliela stavano confermando.
Primo: senza troppe difficoltà da parte degli esperti calligrafi, gli scritti di minaccia erano attribuibili senza dubbio alla ragazza stessa. Nonostante l’evidente sforzo impiegato per rendere quello stampatello regolare e ordinato, il tratto della Sandri si tradiva nell’incertezza dei tondi, nell’eccessiva rigidità dei bastoni, nella pressione della mano.
Secondo: la relazione della pattuglia di notte riferiva di una notte tranquilla in via Caccianino ma non nella villa della ragazza. I due agenti avevano notato accendersi più volte la luce al pianoterra (verso le tre anche al primo piano), e l’ombra della Sandri agitarsi dietro le imposte.
Dell’operaio della ditta di serramenti, nessuna traccia. Strano. Strana anche la sparizione del furgoncino. Ne sapeva qualcosa la Sandri? L’avrebbe verificato oggi stesso, determinò Taddei, e con un bell’interrogatorio.
Prima però, per essere inattaccabile, stabilì che avrebbe fatto eseguire un sopralluogo in casa come verifica definitiva di eventuali tracce di estranei. Chiamò Carlo Perini, il suo vice e mise a punto un mandato d’immediata perquisizione di “Villa Sandri”: «Coinvolgi la Scientifica anche se morti non ce ne sono. Voglio un lavoro accuratissimo».
In quel momento fu avvisato da un agente di una chiamata: «Capo, c’è Viola Sandri per lei sulla uno».
La telefonata fu breve, perché la novità del nuovo messaggio anonimo segnalata dalla ragazza permise a Taddei di rendere subito operativo il suo piano d’azione. «Non si preoccupi. Entro ventiquatt’ore la sua casa sarà rivoltata come un calzino da un esercito di agenti specializzati. Nel frattempo io verrò lì per far due chiacchiere con lei e magari, a sorpresa, con qualche suo vicino».

Quattro del pomeriggio. La pioggia non intendeva dare requie. Giardini e strada pressoché deserti e inondati.
Il silenzio pesante che aleggiava in casa Cunnigham fu violato dalla voce rotta di Brandi: «Lester, lei non può impossessarsi di una prova come questa. Dobbiamo renderla a Viola e parlarle, aiutarla».
«Infatti non ho la minima intenzione di tacere con Viola. Se n’è andata come una pazza e non ho avuto il tempo di mostrarle questo foglio. Inoltre, non mi sembrava opportuno farlo di fronte al personale di servizio. Quello che mi domando è se è giusto parlarle insieme, io e lei. Non mi sembra che la ragazza sia felice di vederla».
«Può anche darsi. Tuttavia Viola mi conosce bene, si fida senz’altro più di me che di lei» ribatté inasprito l’altro.
«Non ne sarei tanto sicuro». Cunnigham si concesse una breve pausa per accendersi la pipa. «Penso invece che Viola non si fidi di nessuno, perché non deve farlo. Quel foglio può averlo prodotto chiunque: lei, io, il mio cameriere, un vicino sconosciuto, la sua amica Laura Setti, insieme con una vasta gamma di fauna umana che non possiamo immaginare perché né io né lei sappiamo con chi Viola si rapporta».
«Va bene. Mentre lei si arrovella a vuoto, io andrò da Viola. Non dirò nulla del foglio in suo possesso ma cercherò, fosse anche con la forza, di farmi raccontare qualcosa, di farla parlare, di farle coinvolgere la polizia».
«Forse l’ha già fatto. Ieri sera ho visto una pattuglia ferma proprio davanti alla villa. Rifletta. Non agisca d’impulso» insisté Cunnigham.
Il giornalista si avviò risoluto verso la porta e mostrando la sacca che aveva portato con sé, aggiunse: «Come vede ho già programmato tutto. Prima di venire da lei, sono passato da casa e ho detto a mia moglie che starò via qualche giorno per un servizio».
L’altro lo trattenne per un braccio: «È davvero sicuro di quello che fa Paolo? Le ripeto: rifletta. Abbiamo appena saputo che Viola è una malata di nervi, e per giunta grave. Pensa che forzarla se non aggredirla, sia il metodo giusto per aiutarla? Capisco il suo stato d’animo, ma per una volta lasci da parte l’egoismo e pensi a lei. Piuttosto ne parli ancora con Collini. Le sarà antipatico, ma è l’unica persona che possa affrontare con criterio questa situazione. Potrebbe convincerlo per una visita a domicilio».
«Mi lasci andare Lester. Per quanto riguarda Collini ci penserò, ma ora non le garantisco un bel nulla. Io non sono un riflessivo come lei, ho bisogno di agire, di risolvere le situazioni, di andare al sodo. Arrivederci. Mi farò vivo».
A Cunnigham non restò che augurarsi che nel breve tragitto fino alla strada, Brandi ci ripensasse.
Non fu così. Dopo pochi secondi, dalla finestra lo vide correre sotto l’acqua al cancello di Viola, chiamarla gridando il suo nome, scavalcare il muretto di recinzione e attaccarsi al campanello del portoncino. Ma l’inglese non si aspettava certo di assistere alla scena che seguì. Non vide Viola, ma la porta si aprì quasi subito per inghiottire in un secondo il tormentato giornalista.

24

Chiamo Taddei, ma temo che, come sempre, il risultato sarà deludente.
Gli racconto il fatto di stamattina e mi pare che quasi se lo aspettasse. Aggiungo che non so più dov’è il terzo testo di minaccia, che devo averlo perso in giardino o che qualcuno se l’è preso mentre sono svenuta.
Risponde di star tranquilla, perché sta per venire qui e la mia casa sarà invasa entro ventiquattr’ore da agenti specializzati che la perlustreranno fin nell’ultimo angolo.
Riattacca.
Inizia a credermi? Dal tono non sembra, eppure si è dato una mossa.
Vuol dimostrare che sono pazza?
Non ha fatto accenno ad alcuna responsabilità da parte mia… Non posso fare altro che aspettare. Il fatto di sapere che fra poco la polizia sarà qui mi tranquillizza al punto che oso spalancare una finestra. Torno al programma numero uno: rassettare. C’è un disordine spaventoso. Odore di chiuso e di avanzi di cibo. Raccoglierò i vestiti e le scarpe sparsi dovunque, rifarò il letto e poi sistemerò i piatti in lavastoviglie.
Mi sento un po’ meglio. La febbre dev’essere scesa, ma per sicurezza ingoio un’aspirina.
Vado nell’armadio del sottoscala a cercare l’aspirapolvere e sento raspare in cantina. Sarà di certo il gatto. Con tutta questa pioggia si sarà intrufolato in cantina. Cerco la chiave nel mazzo che porto al collo. La trovo in fretta perché è di quelle vecchie, grandi, un po’ arrugginite. Apro la porta e capisco subito che non avrei dovuto farlo.

Troppo tardi. Il fascio di una torcia elettrica mi acceca. Il respiro mi si accorcia convulsamente, ma riesco lo stesso a farfugliare che sta arrivando la polizia.


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