Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

domenica 13 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-tredicesima puntata-


25

«Non c’è?» Taddei spinse in fuori il labbro inferiore in una smorfia di disappunto. «Ma se mi ha chiamato lei non più tardi di mezz’ora fa» continuò rivolto al Perini.
«La porta è aperta, commissario, ma in casa pare proprio che non ci sia nessuno» gli rispose il vice scostandosi dall’ingresso per farlo passare.
I due poliziotti diedero una rapida occhiata in giro e i loro sguardi vagarono attoniti sull’inverosimile disordine dei locali del pianoterra, gli unici evidentemente abitati dalla Sandri. E con un’indagine successiva più approfondita, constatarono sia che più della metà dei locali della casa era chiusa a chiave, sia che Viola Sandri in effetti non c’era.
«Secondo me è uscita» buttò lì il Perini.
«Macché, dove vuoi che sia andata? A fare shopping? Probabilmente, parlando con me, ha intuito che qualcosa non mi convinceva e ha pensato bene di levare le tende. Questa è una svitata, non c’è dubbio. Guarda qui che casino, e poi la porta aperta dimostra tutta la sua fretta. Per fortuna abbiamo già ottenuto dal magistrato il mandato di perquisizione e, non più tardi di domattina, la Scientifica potrà iniziare i rilevamenti. Vedrai che per un bel po’ quella suonata qui non ci torna. Proviamo a sentire qualche vicino se l’ha vista uscire».
Taddei riaffrontò la pioggia a testa nuda e si ritrovò davanti al cancelletto della “Magnolia”.
Suonò e dopo poco fu lo stesso Cunnigham ad affacciarsi alla soglia della villa.
«Polizia. Dovrei farle qualche domanda».
«Entri, per carità, o si prenderà un accidente!». Cunnigham sfoderò un sorriso impersonale e fece accomodare il commissario nel salottino.
«Gradisce un tè o qualcos’altro, commissario… commissario?».
«Taddei, Maurizio Taddei del distretto di via Feltre. No grazie».
L’inglese gli strinse la mano. «Lester Cunnigham, molto piacere».
«Conosce la signorina Viola Sandri? Abita nella villa qui accanto».
«Immaginavo che il problema fosse la Sandri. Sì l’ho incontrata un paio di volte. L’ultima proprio stamattina».
Con precisione, Cunnigham tracciò a Taddei i fatti delle ultime ore, compreso l’incontro a casa sua con Paolo Brandi e la visita di costui alla Sandri.
Il poliziotto lo interruppe dubbioso: «Lei mi sta dicendo di aver visto il giornalista entrare in casa della Sandri poco fa?».
«Be’, sì. Perché?».
«Perché in quella casa ora non c’è anima viva» continuò Taddei.
«Ma è assurdo!» sbottò l’inglese schizzando in piedi. «Come le ho detto, poche ore fa la Sandri aveva una febbre da cavallo e Mister Higgins, il mio maggiordomo, l’ha riaccompagnata a casa. Dopodiché ho visto con i miei occhi il Brandi uscire da casa mia ed entrare nella sua villa».
«E poi non ha notato se la signorina Sandri o il Brandi sono usciti?».
«No di certo, commissario».
«Che tipo di rapporto lega il Brandi alla Sandri?».
Cunnigham preferì evitare di snocciolare al poliziotto i fatti privati di quei due: «Ritengo professionale. Il Brandi la cercava per un lavoro urgente».
«E il giornalista non ha manifestato qualche perplessità sull’atteggiamento insolito della ragazza? Intendo dire, non s’è chiesto come mai s’era barricata in casa cambiando pure i numeri di telefono per rendersi irreperibile?».
«Sì, naturalmente, e si è molto preoccupato. Anch’io l’avevo ritenuta nella migliore delle ipotesi un’asociale. Ho capito solo stamani, commissario che effettivamente qualcosa la turbava. Guardi qui». Cunnigham infilò una mano nella tasca del cardigan e allungò a Taddei il foglio ripiegato. «Questo gliel’ho tolto dalle mani a casa mia, quando è svenuta sul divano. Glielo avrei riportato più tardi, quando ha ripreso i sensi era così agitata».
Taddei lesse l’appunto, lo rigirò fra le dita e sospirò. «Sì, lo so. Ne avrebbe ricevuti altri due da quando abita nella villa».
«Avrebbe? Ho capito bene?».
«Certo. Mi pare che lei capisca molto bene l’italiano. Ho detto avrebbe perché questa calligrafia secondo i nostri esperti corrisponde a quella della signorina Sandri. E non è tutto. Non ha notato che la data della minaccia non corrisponde al mese in corso?».
Cunnigham trasalì. Tornò a sedersi nella poltroncina di fronte a Taddei e sgranò gli occhi azzurri. «Significa che si sarebbe autominacciata? Ma perché?».
«Oh, se è per questo, non sa in quanti suonati c’imbattiamo. Gente che soffre di solitudine, di depressione, di mania di protagonismo, di mitomania. Ora il problema è un altro: la signorina vuol giocare a mosca cieca e i conti non tornano per nulla. Manca all’appello anche l’operaio che le ha cambiato le serrature».
«Ciò detto commissario, non possiamo negare che la Sandri appariva davvero sconvolta e terrorizzata. E se pure il Brandi ha saputo che in passato è stata in cura da uno psichiatra, ciò non toglie che la ragazza non poteva fingere a tal punto!».
Taddei ancorò lo sguardo in quello dell’inglese. «Uno psichiatra ha detto? Sa chi è?».
«Sì. Gli ha parlato poche ore fa proprio il Brandi. È il professor Alessandro Collini».

Quando Taddei lasciò “La Magnolia” erano quasi le sei del pomeriggio e l’oscurità era già calata sulla via Caccianino, schermando come una lente d’ingrandimento fumée gli scrosci spietati della pioggia. Dalla finestra della veranda, Cunnigham vide il poliziotto entrare in un’altra casa vicina e pensò che nelle prossime ore avrebbe senz’altro torchiato chiunque abitasse nei pressi.
L’inglese sedette riflessivo sul divano Chesterfield davanti al camino acceso e subito il bulldog ne approfittò per zompargli al fianco, poggiando il testone sulle sue ginocchia.
Si chiese se aveva fatto bene a raccontare tutto al commissario. Ma come avrebbe potuto fare altrimenti?
Che fine aveva fatto Viola?
Cunnigham rievocò il suo viso stralunato, i suoi occhi dilatati nel terrore, le sue mani bianche, tremanti e pensò che gli era impossibile credere che fosse lei stessa l’autrice di quelle minacce.
E Paolo Brandi?
L’aveva visto entrare quasi risucchiato in quella casa, ma era altrettanto certo di non averlo visto riuscirne. Poteva dire di non aver perso di vista l’ingresso di “Villa Sandri” fino all’arrivo di Taddei, una mezz’ora più tardi, dunque non poteva sbagliare.
Allungò il braccio verso la parete in boiserie e tirò il campanello interno di passamaneria per chiamare Higgins. Dopo qualche istante avvertì bussare alla porta.
«Avanti!».
«Ha bisogno Milord? Desidera un tè, la pipa?».
«Ma che fa? Bussa? Le ho suonato, no?» esplose Cunnigham nervoso osservando l’uomo esitante.
«Le ricordo Milord che lei stesso, proprio ieri mattina, mi ha chiesto di farlo» gli rispose Higgins laconico titillandosi il baffo destro.
Beccato in fallo, Cunnigham sorvolò e cambiò tono. Aveva tutt’altro per la testa che minuettare con Higgins. «Ha sentito che la Sandri è scomparsa?».
«Così diceva il commissario uscendo, Milord. Ha fatto anche a me qualche domanda».
«Mmm, e lei cosa gli ha raccontato?» domandò l’inglese continuando a carezzare Lothar apparentemente assorto.
«A grandi linee tutto, Milord» rispose l’uomo sicuro.
«Bene. E lo sa che pure il Brandi è svanito nel nulla?».
Prima di parlare, Higgins abbassò gli occhi alla punta delle scarpe. Pareva molto a disagio: «Di questo non ne sono certo».
Cunnigham lo fucilò con uno sguardo di ghiaccio: «Che significa che non ne è certo? Lei sa dov’è?».
«Ecco, io non dovrei, ma… alla polizia non ho riferito nulla Milord. Come le ho già detto, ritengo che sia meglio per noi star fuori da questa vicenda».
L’inglese perse la pazienza. Si alzò dal divano e si avvicinò al vecchio cameriere assumendo l’aria torva del suo cane.
«Eviti, per cortesia, di pensare e si affretti infine a dirmi cosa sa. Cosa non ha detto a Taddei?».
«Io… Ero in cucina e giurerei di aver visto Mister Brandi scappare dall’uscita sul retro di “Villa Sandri”, Milord, proprio quando stava entrando la polizia.»


26


Non ho visto che faccia ha, per via di quel fascio di luce negli occhi e ancora non so se è un uomo o una donna.
Mi ha spinta giù per le scale. Sono inciampata e caduta nel buio. Al momento non ho avvertito alcun dolore, ma ora sento colare del sangue sul mio viso. Devo aver battuto la testa, o un occhio. Il destro perché non riesco ad aprirlo.
Il panico mi stringeva la gola. Non sono riuscita a dire nulla. Nemmeno lui (o lei) ha detto una parola. Mi ha solo sussurrato: sono io!
Ho sentito la sua presenza alle spalle durante il percorso sotterraneo che mi ha portata qui. Non so dove. Lui (o lei), sempre dietro di me, ha appoggiato a terra la pila e mi ha bloccato i polsi dietro le spalle con una corda spessa annodata in un anello di ferro conficcato nel muro.
Poi ho sentito i suoi passi allontanarsi e ancora quel sussurro… tornerò, tornerò per ucciderti!
Me la sono fatta addosso e ora sento all’interno dei jeans le cosce bagnate di urina.
Odore di sangue e di urina. Odore di morte. Buio totale. Panico.
Non mi ritroveranno mai più.
Non ho speranza.
I pensieri mi si accavallano incoerentemente nel cervello insieme a visioni da incubo, popolate di mostri e topi e insetti giganti che vengono a cibarsi di me… nel buio, in questo buio.


27


«Laura Setti?».
«Sono io. Chi parla?».
«Mi chiamo Lester Cunnigham e sono un vicino di casa della sua amica Viola Sandri».
«Cos’è successo di nuovo a Viola? Da due giorni non sento che parlare di lei. E poi perché chiamate tutti me? Non la vedo da anni».
«È sparita. So che Paolo Brandi l’ha informata dello stato in cui si trova Viola, pensavo che le fosse ancora affezionata».
«Questo non la riguarda. Cosa significa che è sparita?».
«Se permette preferirei parlarne a voce. Ci potremmo vedere domattina, se per lei va bene».
«Con che diritto si sta interessando tanto alla vita di Viola? Io non la conosco, e non vedo la ragione di parlare con lei».
«Credo invece che confrontarsi con me le convenga, signora. Almeno prima che lo faccia la polizia».
«Mi sta minacciando?».
«No di certo. Lei proprio non capisce. Provi a fidarsi di me. Le va bene un breakfast da Taveggia per le nove?».
«Come farò a riconoscerla?».
«Non c’è problema. Chieda a Bruno, il capocameriere, qual è il mio solito tavolo e lui glielo mostrerà».

La filippina con cresta si presentò al tavolo imbandito reggendo due piatti di polenta fumante e funghi trifolati. Dalla cucina aveva avvertito aria di tempesta fra i tre in salotto in attesa di cenare, e ne ebbe conferma quando il cardiologo le strappò dalle mani le portate che gli porgeva e le gettò direttamente a terra sul tappeto persiano.
«La polizia? È venuto qui un commissario di polizia? E a fare che? Cosa ti avevo detto a proposito di quella Sandri? Ma tu no! Per carità, non siamo capaci di farci i cazzi nostri, no! Dobbiamo finire sul giornale per far parlare i cretini e per incasinare me che sono a un tiro dal primariato!».
La moglie strapazzò il tovagliolo con sigla fra le unghie di nuovo fresche di manicure. «Piantala Francesco, non è successo niente. Lo vuoi capire? Siamo stati interrogati, come tutti quelli che abitano vicino a quella villa. Non abbiamo detto nulla, perché non sappiamo proprio nulla».
Ma il Binelli non si dava pace. Fin troppo, pensò lei sospettosa osservandolo girare come un topo ballerino avanti e indietro per la stanza. Che il porco abbia conosciuto quella ragazza? Magari in ospedale, o casualmente per strada. Dicono che è così bella…
«E il nostro segaiolo tatuato che dice? È stato interpellato anche lui?» rimpiombò il cardiologo avvicinandosi a Matteo.
Il ragazzo se ne stava a testa bassa, rincagnato nelle spalle, con la solita aria supponente, e non parlò.
«Ehi coglione, sto parlando con te!».
«Francesco ti prego, non eccedere. Sei volgare».
«Senti chi parla, la nostra First Lady! Allora cocco, cos’hai detto al poliziotto?».
«Che palle! Non ho detto niente, pa’. Oggi sono stato sempre in casa a studiare e non ho visto niente».
«A parte l’oretta in sgabuzzino a farti le pippe. Così riferisce la mamma, almeno. Vorrei proprio sapere quanto sei preparato per l’interrogazione di domani». Il padre lo guardò con disgusto ma almeno parve a tutti, cameriera compresa, che gli fosse sbollita. Infatti, tornò a sedersi e sentenziò: «Adesso possiamo cenare».


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