Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

lunedì 14 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE

-quattordicesima puntata-


28

QUARTO GIORNO


Quante ore sono passate? Devo avere perso i sensi per un po’ perché non ho la cognizione del tempo.
Mani braccia e spalle mi fanno troppo male. Ho cercato di sfilare i polsi dalla corda che li imprigiona ma è impossibile.
Il mio occhio aperto si è abituato al buio e ora riesco a individuare una flebile fonte di luce diritto davanti a me.
Una piccola apertura? Una finestra?
Che importanza ha cos’è? tanto non potrei mai raggiungerla.
Il muro dietro la mia schiena è gelido come tutto l’ambiente. Sono intirizzita e allo stesso tempo brucio di febbre.
Tutt’intorno c’è un odore forte di marcio, di carogna… Rabbrividisco: dove sono? Cosa vuole da me questo pazzo (o questa pazza)? Quando tornerà? Dio, e cosa mi farà?
Devo liberare le mani, a costo di rompermi i pollici. Inizio a tirare attraverso la corda ma i nodi si stringono sempre di più…
Le mie mani sanguinano. No. Non ce la faccio, non ce la farò mai.
Piango in silenzio e le lacrime scorrono di nuovo sul mio viso, ininterrotte. L’occhio ferito sembra infuocato.
La polizia mi cercherà. Taddei sarà arrivato e non trovandomi in casa avrà capito finalmente che mi è successo qualcosa, che potrei essere in pericolo.
E se non ci credesse?
E se pensasse davvero a una montatura accampata da me stessa?
Il panico mi strangola ma poi penso che in ogni caso è costretto a cercarmi, per far capo a questa situazione assurda.
Sento fischiettare… Che succede? Il cuore inizia a scoppiarmi nel petto. Un rivolo di bava mi scorre sul mento mentre l’occhio buono si spalanca sulla sua silhouette.
È lui (o lei). Sta tornando…
È finita. Ha detto che sarebbe tornato per uccidermi.
I suoi passi. Sento ormai i suoi passi avvicinarsi. Vedo avvicinarsi il fascio di luce.
Non ho altra speranza di quella di non soffrire.
Sto farneticando… prego Dio che almeno faccia in fretta. Prego Dio che non mi faccia soffrire.

29

Cielo grigio piombo, ma niente pioggia. Alle nove meno cinque minuti Cunnigham si fece lasciare da Higgins in via Visconti di Modrone. Desiderava avere qualche minuto per riordinare le idee, ma siccome amava percorrere a piedi il breve tragitto da lì fino al bar Taveggia per buttare un’occhiata qua e là sulla gente sempre in corsa, suo malgrado si distrasse.
Bella gente i milanesi del centro, considerò una volta di più. Elegante, un po’ chiusa, solo in apparenza in understatement.
Era sufficiente che non aprissero bocca- che orrore quell’inflessione lombarda- per sembrare autentici snob.
All’angolo con via Borgogna, comprò i quotidiani. Si fermò qualche minuto per sfogliare le pagine di cronaca e, con sollievo notò che le notizie relative alla Sandri ancora non comparivano.
Poco dopo varcò l’ingresso del Taveggia inebriandosi dei profumi golosi che vi aleggiavano, e assaporando già con la mente lo squisito cappuccino del vecchio bar.
«Sir Cunnigham! Ha davvero un bell’aspetto, nonostante l’orario insolito per lei». Il capocameriere lo accolse con il consueto entusiasmo, forgiato negli anni dalle cospicue mance dell’inglese che aveva eletto quel locale a punto d’incontro ideale con clienti e amici. L’appunto sull’orario smentì per una volta la famosa caratterialità di Cunnigham che, com’era noto a tutti quelli che lo conoscevano, dedicava le prime ore del mattino al suo bulldog soltanto perché non amava per nulla applicarsi presto al lavoro e alle pubbliche relazioni. La sua socievolezza si manifestava infatti solo verso il primo pomeriggio e di questo soltanto un cane poteva infischiarsene.
«Buongiorno Bruno. Spero che il mio tavolo sia comunque disponibile».
«Sicuramente, Milord. La signora che deve incontrare è già arrivata».
Prima di avvicinarsi al tavolo, Cunnigham sbirciò nella specchiera la donna cui aveva dato appuntamento. Bionda e slavata, leggermente sovrappeso, sedeva con nonchalance sul cappotto di cashmere sfilato evidentemente da seduta. Appoggiata al tavolo sui gomiti, parlava animatamente al cellulare e gesticolava con la mano libera aperta, irrigidita da un numero eccessivo di anelli.
Attese la fine della telefonata e le si accostò: «Signora Setti? Sono Lester Cunnigham».
Laura Setti levò lo sguardo su di lui e parve sorpresa: «Non mi aspettavo che lei fosse… così, anche se devo dire che Viola si è sempre contornata di uomini molto affascinanti».
Cunnigham le si sedette di fronte e accavallò le gambe con studiata lentezza. «Dunque, devo interpretare quel così come un complimento, e la ringrazio. Alla mia età certe abitudini inevitabilmente si perdono».
«Non dica bugie, Cunnigham» melodiò lei con un atteggiamento birichino che spiazzò l’inglese, preparato a tutto in quell’incontro fuorché a ricevere avances da una sconosciuta.
L’arrivo di Bruno frantumò l’attimo d’imbarazzo fra loro e ordinarono per Cunnigham «Cappuccino e croissant» e per la Setti «… soltanto un caffè, grazie».
«Allora, mi dica, cosa sta succedendo a Viola?» esordì la donna quando rimasero soli.
«Come le ho detto per telefono, ieri la Sandri è scomparsa nel nulla. Dal momento in cui è entrata nella casa di famiglia, ha iniziato a ricevere regolarmente biglietti di minaccia da un ignoto squilibrato. Logicamente il fatto le ha procurato uno stato d’ansia e di terrore incontrollabili e ha avvisato subito la polizia. Tuttavia, stabilendo con l’aiuto degli esperti che la calligrafia di quei  messaggi è da attribuire proprio a Viola, anche la polizia ha preso il problema sottogamba». Notando l’aria scettica della sua interlocutrice, Cunnigham indugiò un attimo prima di aggiungere: «Mi sembra perplessa».
In effetti Laura Setti pareva distratta, se non evasiva, per nulla colpita dall’argomento. E, forse per giustificare la sua mancanza di reazione all’inquietante racconto dell’inglese, interloquì stringendosi nelle spalle con aria quasi avvilita. «Viola è una persona difficile, Lester».
L’uso da parte della Setti del suo nome proprio irritò Cunnigham, decisamente poco incline alle donne dall’iniziativa facile. E le ribatté secco: «Cosa intende signora per difficile? Si riferisce forse ai problemi psicologici della Sandri?».
«Già» rispose lei ignorando il cambio d’umore di lui. «È stata in cura da uno psichiatra».
«Lo so, me lo ha detto Paolo Brandi».
«Dove ha conosciuto Paolo?».
Cunnigham riassunse gli avvenimenti degli ultimi giorni, compresa la visita del Brandi al dottor Collini e ciò che i due si erano detti a proposito di Viola. Omise però il dettaglio della presunta scomparsa pure del Brandi, anche perché dopo aver parlato con Higgins non ne era più tanto certo.
«In conclusione, la polizia non crede a Viola. Taddei la ritiene una mitomane, a maggior ragione sapendo che frequentava uno psichiatra. Io invece le credo, e non so nemmeno perché. In fondo la conosco appena. Voglio aiutarla ed è questa la ragione che mi ha spinto a parlare con lei. Paolo mi ha detto che siete state molto amiche».
Gli occhi della donna si fecero due fessure e il suo volto sciapo s’indurì. Si sporse verso di lui, poggiò una mano sulla sua e sussurrò: «È innamorato di lei, vero?».
Lui ritrasse la mano e le rispose: «No, ma credo che non mi sarebbe difficile perdere la testa per una donna così. La disturba?».
«Perché dovrebbe disturbarmi?».
«Perché è molto chiaro il suo rapporto di competizione con Viola».
«Lei non mi conosce, né conosce Viola: dovrebbe almeno chiedersi se non potrebbe essere vero il contrario, ovvero che sia sempre stata lei a essere in competizione con me» si ravviò i capelli e, abbassando la voce, concluse: «… quindi, non sia sfrontato».
Cunnigham sorrise. «Non quanto lei, signora».
Con un balzo, la Setti si allontanò il più possibile dal tavolo come se all’improvviso la tovaglia avesse preso fuoco, e cercò sostegno nella spalliera del divanetto. «Cosa vuole da me?».
«Forse ho già saputo quello che volevo: nemmeno lei crede a Viola e questa sarà l’impressione che trasmetterà anche alla polizia. Ciononostante mi potrebbe essere utile conoscere l’origine dei problemi psicologici della sua amica. Mi può aiutare?».
«Si figuri, sono stata io a indicarle Collini. Circa cinque anni fa, senza un motivo apparente Viola iniziò a soffrire di gravi crisi di panico. A quel tempo, io ero assistente di Collini in Università e lo pregai di vederla. Lui le diagnosticò una grave e particolare patologia compulsivo-depressiva da curare con sedute di analisi e farmaci adeguati. Lei si sottopose a tre incontri settimanali per due anni, finché incontrò Paolo. Da quel momento, Collini non la vide più».
«Lei lavora ancora con il professor Collini?».
«No. Lui lasciò la Statale circa un anno e mezzo fa e da allora c’incontriamo di tanto in tanto a qualche seminario».
«Che genere di seminario?».
«Sono tutti incontri sull’evoluzione dell’ipnosi, argomento nel quale sia io sia Collini ci siamo specializzati».

Come previsto da Taddei, la perquisizione di “Villa Sandri” iniziò alle nove e trenta di quella stessa mattina e purtroppo si rivelò proficua sin dall’inizio.
Tre agenti di polizia preceduti da due tecnici della Scientifica avevano cominciato dall’ingresso e, terminati i primi rilevamenti, prima di affrontare locale per locale, decisero di esaminare la cantina. Rilevate le impronte digitali sulla porta nel sottoscala, fecero saltare la vecchia serratura e un poliziotto insieme con un tecnico discesero la scala potenziando la luce fioca della tartaruga centrale con i fasci di grosse torce elettriche.
Nell’interrato, l’ambiente sembrava unico, a volta di mattoni, pieno zeppo di cianfrusaglie accatastate in chissà quanti anni. A un cenno del tecnico, l’agente abbassò il fascio della torcia al pavimento per permettere al collega di rilevare campioni da terra.
«Non ti muovere, Gianni. Qui ci sono delle orme fresche».
In silenzio, il poliziotto passò la pila all’altro che seguì le tracce con la luce fino in fondo alla cantina.
«Laggiù ci dev’essere un passaggio, che ne dici?».
«Lo credo anch’io, ma da qui non si vede un tubo» rispose l’agente sempre immobile.
«Devo prima finire con i reperti di questo locale, poi vedremo».
Dopo un quarto d’ora, liberi di muoversi, i due si avvicinarono al punto dove le orme sembravano finire. E fu così che scoprirono una bassa porta in legno, seminascosta da uno scatolone.
Le operazioni di rilevamento obbligatorie ritardarono parecchio anche l’apertura di quel pertugio e, quando infine gli uomini furono in grado di spalancarlo si ritrovarono all’apice di un passaggio buio, stretto e angusto. Lo percorsero con difficoltà, uno dietro l’altro e ben presto si accorsero che si sfrangiava in alcune diramazioni laterali.
«Abbiamo bisogno d’aiuto. I cunicoli sono troppi, chissà dove portano» sussurrò l’agente.
«Probabilmente si tratta soltanto di una complicata rete di di collegamento degli scantinati» ipotizzò l’altro. «Chiama Taddei con la radio e chiedi cosa dobbiamo fare: in ogni caso qui c’è da perdere tutta la giornata».
Il commissario intimò di continuare le ricerche. Con gli agenti di rinforzo, scesero anche lui e il Perini e in meno di un’ora, in fondo a un cunicolo, trovarono un cadavere con il cranio sfondato. Poco distante, giaceva l’arma del delitto, una testa infantile di bronzo.

30

È qui. Vicino a me. Sento il suo respiro ansimante.
Ora il mio cuore sembra fermo. Non sento né freddo né dolore.
Perché non parla? Perché non si muove?
Non oso alzare lo sguardo. Non oso respirare.
Ecco, inizia il sussurro. Come un sibilo.
Non capisco quello che dici. Sto gridando.
C’è un cambiamento di programma, piccola. Per ora ti lascio libera.
Perché? Cosa significa?
Mi dà uno schiaffo. Non urlare, stronza. Capirai da sola perché.
Non so dove sono. Non riuscirò a uscire di qui, al buio.
Me ne fotto. Provaci.
Ride. Una risata strana come un ringhio. Deve avere un cappuccio sulla testa perché la sua voce sembra ovattata.
Con un coltello taglia la corda che imprigiona i miei polsi. Tento di muovere le braccia ma il dolore è lancinante. Sono rimasta troppo tempo nella stessa posizione.
Poi finalmente se ne va. Veloce. Zigzagando nel riverbero del fascio della pila.


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