Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

martedì 15 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE

-quindicesima puntata-


31



Cunnigham e Higgins rientrarono alla “Magnolia” intorno alle undici, giusto in tempo per assistere all’uscita dalla villa a fianco del classico contenitore di alluminio destinato al trasporto di cadaveri, sulle spalle di quattro poliziotti.
L’inglese sbiancò. «Viola!».
Si scaraventò fuori dalla Bentley e tentò di fendere a spintoni la folla di curiosi e giornalisti per raggiungere Taddei, in piedi sulla soglia della villa. Ma il muro di gente era impenetrabile.
«È la Sandri?» domandò a un giovane al suo fianco senza togliere gli occhi dal feretro.
«Non lo so, signore. Ancora non hanno comunicato nulla».
Cunnigham si girò e riconobbe Matteo, il figlio del cardiologo Binelli.
«Sei qui da molto?».
«Da pochi minuti. Stavo rientrando da scuola perché non mi sento bene e ho visto la nostra via bloccata dagli agenti».
L’inglese non disse altro e riprese a spintonare i suoi vicini per farsi spazio. Ma quando guadagnò la prima fila, Taddei, seduto sul furgone, stava chiudendo la portiera mentre già iniziavano a suonare le sirene. La folla che si era aperta a ventaglio per lasciar passare il mezzo insieme con un’altra pattuglia, si richiuse in silenzio.
Pensando che dalla finestra dello studio avrebbe potuto seguire i movimenti della polizia rimasta a “Villa Sandri”, Cunnigham allungò il passo verso casa sua.
Oltrepassato il cancelletto, ancora in giardino, si trovò di fronte Higgins con un’aria per lui insolitamente ansiosa.
«Milord, non trovo più Lothar. L’ho chiamato più volte ma non risponde».
«Via, Higgins, non diciamo scemenze! Dove vuole che sia? Era chiuso in casa, no? Adesso qui spariscono tutti, secondo lei?». Irritato, scostò il cameriere ed entrò in casa chiamando il cane.
«Lothar! Ehi Lothar! Guarda un po’ che bel pezzo di sa-la-mi-no».
Parola magica e il cane si palesò rombando dal guardaroba col faccione aperto in quello che si sarebbe potuto dire un largo sorriso.
Per non deluderlo, Cunnigham tenne fede alla promessa e si avviò in cucina, seguito dal vecchio Higgins, molto sollevato.
«Ha visto, amico mio? Il cane è un essere semplice e un po’ tonto, per questo è il miglior amico dell’uomo!».
Ma, immediatamente dopo aver trangugiato il goloso boccone, il bulldog ruotò su se stesso e tornò sui suoi passi. Senza una parola, Cunnigham e Higgins si guardarono fra loro e lo seguirono fino al giardino d’inverno.
«Sssst» intimò l’inglese al cameriere portandosi l’indice alle labbra.
Lothar ringhiava e raspava contro lo stipite della portafinestra chiusa. Cunnigham si avvicinò, aprì i vetri e, attraverso le veneziane, esclamò a voce alta: «C’è qualcuno lì fuori?».
Di rimando si udì una voce bassa ma impetuosa: «Lester, sono io. Paolo. Paolo Brandi. Presto mi apra!».
L’inglese trasalì. Girò la chiave nella serratura e aprì le imposte. «Ma che ci fa lei qui?».
Il giornalista si catapultò all’interno gettando davanti a sé la sacca. Si rassettò con le mani l’impermeabile e i pantaloni e si diresse verso il salottino dove schiantò su una poltroncina. Si ravviò i capelli e chiuse gli occhi. «Ora le spiego tutto, Cunnigham. Prima però devo essere sicuro di poter contare su di lei».
«In che senso?».
«Nel senso che ho bisogno di nascondermi da qualche parte e, preferibilmente, in casa sua dal momento che è adiacente alla casa di Viola».
«Ma è ovvio, scusi, che si può nascondere qui».
Higgins lanciò un’occhiata in tralice a Cunnigham e come unica risposta si beccò una sbrigativa smorfia di supponenza.
«In quella casa sta succedendo qualcosa di strano, Lester. Quando ieri sono entrato, il portoncino era aperto e Viola non c’era. Ho sentito dei rumori nello scantinato, ma la porta era stata chiusa a chiave dall’interno. Poco dopo è arrivata la polizia. Sono uscito dal retro, ho scavalcato la recinzione e mi sono nascosto nella sua legnaia. Non potevo farmi trovare lì. Per molti motivi. Il primo in assoluto è la mia sicurezza che, nonostante le apparenze, Viola sia la vittima innocente di qualche pazzo, e voglio capire di chi si tratta. Da qui ci sarà facile indagare per i fatti nostri e anche entrare a “Villa Sandri”».
«Non credo proprio che sarà tanto semplice introdurci in quella casa. Pochi minuti fa dalla villa è stato fatto uscire un cadavere» aggiunse costernato Cunnigham.
Gli occhi di Brandi si dilatarono. «Viola?».
«Non so. Spero di no, anche se mi è difficile immaginare qualcun altro. Comunque la polizia ci stazionerà per un bel po’, non crede?».
Brandi schizzò in piedi. «Dobbiamo capire se è lei, Lester! Chiami Taddei, con una scusa».
Cunnigham scrollò le spalle. «È rischioso, la mia curiosità desterebbe dei sospetti. Non ci resta che attendere il telegiornale regionale o, alla peggio, l’uscita domani dei quotidiani».
Vinto dalla stanchezza e dalla razionalità dell’amico, Brandi per il momento non osò ribattere nulla e si accasciò ancor di più nella poltroncina.

32

Brancolo nel buio. Le braccia stese davanti a me. I palmi delle mani aperte cozzano di quando in quando contro ostacoli ignoti, pareti slabbrate.
Cammino come un automa, senza sapere dove vado, senza domandarmi nulla.
All’improvviso, sopra di me, avverto dei rumori. Passi, voci lontane, un televisore acceso? Forse sto passando sotto una casa abitata. Mi rianimo. Tasto la parete di fianco con le dita per cercare un’apertura, una maniglia, una fenditura, un interruttore. Niente.
Poco più avanti appare la luce fiochissima che ho individuato quand’ero legata… proseguo diritto e scopro una grata rasoterra. La visibilità è scarsa ma sono sicura che oltre questo pertugio potrei raggiungere l’esterno.
Mi aggrappo ai ferri e provo a tirare verso di me. Niente da fare.
Dovrei gridare aiuto?
E se lui (o lei) fosse qui?
Devo cercare di arrangiarmi. Mi sfilerò dal collo la corda con le chiavi e proverò a usare la più lunga per scardinare ferro per ferro.

33

Taddei rientrò in centrale a mezzogiorno, con la sensazione di trovarsi di fronte a un caso particolarmente ambiguo e insolito.
Non riusciva a togliersi dalla testa che tutto fosse stato architettato dalla mente malata di quella ragazza.
Sul cadavere non s’erano trovati documenti, ma dalla sigla sulla tuta che indossava, era più che sicuro che si trattasse dell’operaio che aveva cambiato le serrature di “Villa Sandri”.
Con i giornalisti era stato laconico, tuttavia non aveva potuto evitare di annunciare il ritrovamento del corpo senza vita di un uomo e la contemporanea sparizione della padrona di casa («Per ora è tutto. Quando avremo novità ve le comunicheremo»). Dunque sapeva già che da questo momento avrebbe avuto la stampa alle calcagna senza tregua.
Raggiunto il suo ufficio, il commissario appese cappotto e cappello all’attaccapanni in ferro contro il muro, sedette alla scrivania e si fece chiamare il professor Alessandro Collini.
Quando la segretaria udì che si trattava della polizia, fu costretta ad interrompere il medico durante una visita, pur sapendo che lui non avrebbe gradito.
Infatti poco dopo Collini abbordò Taddei con arroganza: «Che c’è di tanto urgente? Gliel’ha detto la Carmen che sto visitando, no?».
«Purtroppo professore quando c’è di mezzo un cadavere tutto passa in secondo piano, comprese le turbe dei suoi pazienti».
«Un cadavere? E di chi?».
«Se non le spiace dovremmo parlarne a voce. Dal momento che il morto è stato trovato in casa di una sua paziente, la signorina Viola Sandri, dovrebbe cortesemente presentarsi al commissariato di via Feltre non appena le sarà possibile. E ciò è quantificabile nel tempo per giungere da casa sua a qui».
Collini titubò con sgradevole ritrosia: «Non capisco in che cosa potrei esservi utile dal momento che sono legato dal segreto professionale.»
Taddei sospirò. «Sappiamo, sappiamo… lei però potrebbe illuminarci riguardo alcuni dettagli dei quali al telefono non intendo accennare. L’aspetto».
Il medico riattaccò con stizza. Tutto sommato, era meglio che andasse lui alla polizia piuttosto del contrario, altrimenti chissà le chiacchiere di tutto il palazzo. In ogni caso, non poteva però ignorare che la faccenda Sandri non avrebbe di certo apportato pubblicità positiva al suo buon nome e questo era un motivo più che valido per mantenergli i nervi tesi.
Congedato il paziente di turno, indossò il cappotto e passando davanti a Carmen l’avvertì di cancellare qualunque appuntamento seguente «per motivi personali. E per cortesia non accenni a chiunque della telefonata con la polizia».
La donna, che stava parlando al telefono, s’interruppe coprendo con la mano la cornetta. «Certo professore, sa di poter contare sulla mia discrezione. In questo momento però ho in linea la dottoressa Laura Setti. Vorrebbe parlare con lei, insiste che la cosa è più che urgente».
«Me la passi in studio».
Senza spogliarsi, Collini rientrò nella sua stanza e chiuse la porta prima di alzare la cornetta.
«Ciao Alessandro, scusa, ti porterò via solo pochi minuti ma quando saprai, capirai perché ho insistito».
«Dimmi» attaccò lui asciutto.
«Si tratta di Viola Sandri, te la ricordi?».
Lui la interruppe subito: «Anche tu! Ma che sta succedendo?».
La Setti riferì al collega le sue telefonate con Paolo Brandi e l’incontro con Cunnigham al bar Taveggia, durante il quale aveva saputo che l’amica era scomparsa dopo che, da qualche giorno, riceveva minacce di morte anonime.
«… e dal momento che le lettere anonime risultano autografe, pare che i sospetti della polizia siano incentrati proprio su Viola, ovvero si pensa che sia proprio lei l’artefice di un’assurda messinscena. A maggior ragione dal momento che si è saputo che è stata in cura da te per più di due anni. Mi è sembrato giusto avvisarti perché sono certa che la polizia ti chiamerà».
«Già fatto. Quando hai telefonato stavo andando per l’appunto al commissariato di via Feltre dove sono stato convocato al più presto. Questa mattina, in casa della Sandri pare sia stato ritrovato il cadavere di un uomo. Comunque, grazie. Sicuramente è meglio sapere prima di che morte morire».
«Aspetta, non riattaccare. Con Cunnigham mi sono lasciata sfuggire che sono stata tua assistente e che ogni tanto c’incontriamo ai seminari sull’ipnosi».
L’uomo s’irrigidì. «Che significa? Cosa temi?».
«Be’, ti ricordi di quegli esperimenti di liberazione dell’inconscio e di controllo a distanza per i quali proprio Viola si prestò da cavia?».
«Certo, ed era un soggetto molto ricettivo. Ma che c’entra?».
«Non so, ma sono in ansia, potrebbero sospettare di noi. Tu hai più continuato con lei?».
«Ma no, avrei dovuto farlo senza il suo consenso, sono più di due anni che non la vedo. Non mi dire che invece tu…».
«Certo che no, ma sai com’è, sviscereranno tutto di lei, potrebbero pensarlo».
Nonostante il tono sicuro, Laura non riuscì a convincere del tutto Collini, così a lui venne da dire: «È una questione di coscienza. La vecchia storia della coscienza pulita. Male non fare, paura non avere. Non si dice così?».

Anche il cardiologo Binelli, quando rientrò per pranzo, fu costretto a farsi strada a suon di clacson fra i giornalisti e i curiosi ancora assiepati davanti a “Villa Sandri”.
Uscendo a piedi dai garage, non poté fare a meno di perdere qualche istante a osservare i due agenti che ne piantonavano la soglia e il febbrile andirivieni di personaggi muniti di strumenti di rilevazione, sacchetti trasparenti, guanti di lattice, maschere-filtro e quant’altro di riconducibile alla più tradizionale scena di un film giallo.
«Che succede là fuori?» domandò alla moglie appena entrato in casa, senza un saluto.
«Hanno trovato il cadavere di un uomo nella cantina della Sandri».
«E di lei nessuna nuova?».
«No. Sembra sparita nel nulla».
Lui si spogliò e la precedette a tavola. Non appena furono seduti, la filippina, in perfetto sincronismo, si precipitò con la zuppiera del minestrone.
Occhieggiando il posto vuoto del figlio, il dottore arcuò un sopracciglio. «Matteo non è ancora tornato da scuola?».
«Si potrebbe quasi dire che non ci è mai andato. Dice di essersi sentito male e, per la verità, ha qualche linea di febbre».
«Così s’è sfangato anche l’interrogazione di filosofia» aggiunse lui sospirando con aria esplicita. «Bello stronzo. Dovremo far qualcosa con quel fanigottone, lo sai?» concluse servendosi di abbondante minestrone.



Quando poteva, Cunnigham dopo pranzo amava schiacciare un pisolino. E non tanto perché avendo superato la mezza età ne sentisse particolarmente il bisogno, quanto perché si trattava di un’abitudine remota, inculcatagli dalle sue numerose nanny fin dalla più tenera età.
Così, anche quel giorno ritenne che, forse, un po’ di relax gli avrebbe schiarito le idee, e Brandi ne approfittò.
Il telegiornale regionale delle due aveva menzionato la faccenda di via Caccianino solo brevemente, incentrando la comunicazione soprattutto sulla scoperta nella villa del cadavere di un operaio specializzato. La notizia aveva tranquillizzato sia lui sia l’inglese riguardo l’incolumità di Viola e, dentro di sé il giornalista decise che, al momento buono, avrebbe trovato il modo di raggiungere lo scantinato della casa adiacente. Laggiù era convinto di trovare la risposta alla scomparsa della ragazza. Che l’inglese approvasse o no, lui avrebbe fatto almeno un giro di perlustrazione.
E il momento buono si palesò non appena Cunnigham, bevuto il caffè, spinse sulla tavola davanti a sé il tovagliolo, ed enunciò: «Bene, amici miei, vi lascio per un’oretta. Anche voi cercate di riposarvi un po’».
Seguito da Lothar, l’uomo salì le scale e si rinchiuse in camera da letto.
Higgins fece altrettanto, ma prima dovette sparecchiare e rassettare la cucina, così Paolo Brandi fu costretto a friggere nella camera degli ospiti finché non udì scemare ogni rumore dalla zona di servizio.
Per sicurezza, attese ancora qualche minuto e poi, felpato, discese la scala fino alla portafinestra sul retro dalla quale era entrato. Stando rintanato per tutte quelle ore nella legnaia di Cunnigham, aveva potuto notare nel giardino un tombino molto largo, poco distante dalla fontana con il Nettuno. La sua idea era quella di calarsi da lì sottoterra perché di certo doveva trattarsi di un accesso alle acque nere.
Il Brandi ipotizzava che, nella peggiore delle ipotesi, i due interrati, quello di Viola e quello di Cunnigham, dovevano essere adiacenti. Nella migliore, addirittura comunicanti. E sperava da laggiù di poterlo constatare.
Si guardò alle spalle per controllare che nessuno lo stesse osservando e, senza esitare, spalancò la botola in ferro, accese la pila che aveva portato da casa insieme con un paio di cesoie e, dopo essersi richiuso lo sportello sulla testa, si calò dalla breve scala a pioli fino a raggiungere quello che mai più si sarebbe aspettato di trovare.
Si poteva definire un cunicolo percorribile in piedi, del tutto asciutto e completamente buio. Brandi ne dedusse che non aveva niente a che vedere con le fogne, ma non perse tempo a pensare a dove diavolo si trovasse e vi si avventurò sparando davanti a sé il fascio della luce portatile.
Percorse qualche metro e ben presto si accorse che quel budello si diramava a destra e a sinistra in cunicoli simili. Calcolando che la casa di Viola dovesse trovarsi alla sua sinistra, tornò indietro e imboccò la prima deviazione in quella direzione.
Non poteva negare di sentirsi piuttosto a disagio in quell’oscuro meandro, tuttavia si fece coraggio e proseguì con la sensazione di entrare nel ventre di un mostro di cemento.
Anche quel bugigattolo di quando in quando si diramava, ma lui procedette sempre avanti convinto di arrivare entro breve tempo nei pressi dell’interrato di Viola. E quando scorse sul fondo una piccola luce, ne fu quasi certo e accelerò il passo con il cuore in gola. Ma non raggiunse mai quella luce perché, d’un tratto, qualcosa di rigido gli si frappose fra le gambe e lui inciampò cadendo faccia a terra.
Leggermente stordito, tentò di rialzarsi ma non ne ebbe il tempo perché dopo una frazione di secondo, annientato dal dolore, avvertì i colpi mortali accanirsi uno dopo l’altro proprio in mezzo alla schiena.

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