Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 16 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-sedicesima puntata-


34

Sto lavorando da non so quanto tempo con la chiave contro questa maledetta grata.
L’occhio destro non si è ancora aperto. Non sento dolore, anche se non capisco come faccio a reggermi in piedi.
La forza della disperazione. Dev’essere così.
Le mani mi sanguinano ancora, ma non voglio mollare.
Le sbarre sono solo quattro, incrociate, schermate da una rete metallica che ho già rimosso perché era fissata soltanto da qualche pezzo di filo di ferro marcio. I ferri sono resistenti, ma il vecchio cemento che li trattiene è abbastanza friabile. Piano piano una delle due sbarre orizzontali sta cedendo. Se riuscirò a togliere anche l’altra, passerò facilmente nello spazio fra le due verticali. È abbastanza largo. Ce la farò. Devo farcela.
La luce è troppo scarsa ma riesco comunque a capire che oltre questo passaggio (una grande bocchetta d’areazione?) c’è un locale chiuso. Forse è una cantina. Intravedo le ombre di contenitori e oggetti…
Ce la farò. Lo sento.

35

Erano le tre quando Alessandro Collini fu introdotto da un agente nell’ufficio di Taddei.
Il commissario si alzò dalla sedia e accolse il medico con un sorriso stanco. «La ringrazio di essere venuto, professore».
L’altro rispose con un cenno del capo, neppure si spogliò e sedette con aria poco agréable sulla seggiolina in ferro davanti alla scrivania.
Mentre sintetizzava i fatti avvenuti a “Villa Sandri”, Taddei si trovò a considerare quanto l’uomo di fronte a lui fosse totalmente privo di fisico del ruolo.
Pareva più che altro uno gnomo di quelli ritratti sui tappi delle birre tirolesi. Scostante, tutt’altro che empatico, con quello sguardo di difficile lettura ingigantito dalle lenti spesse.
In una parola, sgradevole.
Mica me lo devo sposare, concluse infine fra sé, e gli allungò i tre messaggi anonimi trovati dalla Sandri.
Collini non parve per nulla colpito da ciò che vide. Né li lesse né li prese in mano. «Conosco bene questo materiale, commissario».
Taddei spalancò gli occhi e non trattenne un moto di stupore. «Come?».
«Certo. Si tratta di un esercizio di liberazione dell’inconscio cui sottoposi Viola Sandri alcuni anni fa. A grandi linee le posso dire che la ragazza soffriva di turbe della personalità dovute alla sua incapacità di esternare la normale aggressività insita in ognuno di noi. Sottoponendola all’ipnosi, scoprii che Viola era patologicamente vittima della sua insicurezza. Una donna del tutto priva di autostima che non era in grado di decidere chi realmente fosse. Dunque il suo desiderio inconscio era quello di cambiare identità, uccidendo ogni volta la precedente. Le è chiaro?».
«Sì e no, professore. Ma quello che mi domando è come questi fogli siano tornati alla luce in questi giorni».
«Questo non glielo so spiegare. Tuttavia deve sapere che al suo risveglio, il paziente non ricorda nulla di ciò che ha vissuto nello stato di ipnosi. Quando decisi che per la Sandri quel tipo di terapia era finito, riunii gli scritti e li sigillai in una busta che consegnai alla mia paziente quando mi comunicò la sua decisione d’interrompere i nostri incontri. La pregai di conservarla insieme con gli altri test che aveva affrontato perché sarebbe stata una documentazione importante per l’eventuale nuovo terapeuta che avesse scelto. Si potrebbe dedurre che in questi giorni di trasloco Viola abbia ritrovato la busta e l’abbia aperta». Collini fece una breve pausa e Taddei notò che sembrava incerto, sospeso, come avesse perduto gran parte della precedente prosopopea. «Francamente, nel caso che davvero le cose siano andate così, non so prevedere che tipo di reazione avrebbe potuto avere Viola alla visione di quelle pagine» continuò lo psichiatra, «anche se le garantisco che non le avrebbero potuto ricordare nulla in relazione a se stessa. D’altro canto, da quello che mi ha riferito Paolo Brandi, parrebbe che la Sandri sia ripiombata in uno stato grave di depressione e, non seguendola da tempo, mi è difficile immaginare cosa le avrebbe potuto far frullare per la testa una simile scoperta. Potrei azzardare che Viola abbia utilizzato quegli scritti per richiamare su di sé l’attenzione altrui in un nuovo momento di forte disagio psicologico, di fragilità».
Taddei si allungò sulla scrivania, poggiò i gomiti sul tavolo, il viso sulle dita intrecciate e fissò Collini tentando di catturarne lo sguardo. «Bisogna vedere se è nato prima l’uovo o la gallina, non crede? La domanda che sto per farle le sembrerà capziosa, ma mi pare inevitabile. Questi esperimenti si possono effettuare anche da lontano, professore? Voglio dire: è possibile che a un segnale convenuto (uno squillo del telefono? Il suono di una sveglia?), il paziente si ritrovi a fare inconsciamente ciò che gli ordina il terapeuta?».
Collini non si scompose anche se all’arguto ispettore non sfuggirono né il tic nervoso che ritmicamente iniziò a increspargli l’angolo dell’occhio destro, né l’acidità del tono della sua risposta.
«Naturalmente è possibile commissario, con il presupposto di una preparazione notevole da parte del terapeuta unita a una predisposizione particolare del paziente. Due elementi che sia io che la Sandri possiamo vantare se, come immagino, è questo che le interessa sapere».
Senza staccare gli occhi dallo psichiatra, Taddei si ritrasse, si abbandonò contro lo schienale della sedia e, quando tornò a parlare, sembrò soppesare parola per parola: «In questo caso, sono costretto a dirle che finché non ritroviamo Viola Sandri, lei dovrà considerarsi ufficialmente indagato per presunto abuso della sua professione, professore. Da questo momento ha diritto di parlare in presenza del suo legale. Non potrà evitare in alcun modo la perquisizione del suo ufficio né di essere reperibile dalla polizia in ogni momento finché non sarà sciolto questo enigma».
Le labbra di Collini divennero una linea irregolare, come uno sgorbio. «Allora, non dovrò essere l’unico a subire questo trattamento. A questo punto è giusto che lei sappia che non ho lavorato da solo a quegli esperimenti. A quel tempo avevo un’assistente, la dottoressa Laura Setti. Fu lei a presentarmi Viola Sandri, sua grande amica d’infanzia. In tutta sincerità mi sento responsabile del lavoro dei miei assistenti finché posso controllarlo, ma poi… Non so che uso la Setti possa aver fatto dei nostri comuni studi».


Cunnigham si svegliò alle tre passate e sentì subito il desiderio di un caffè. Ancora a letto con il bulldog allungato al suo fianco col testone sul cuscino, allungò il braccio verso il campanello e chiamò Higgins.
Il maggiordomo entrò dopo qualche minuto- senza bussare- reggendo un piccolo vassoio con il caffè.
«È già zuccherato, Milord».
«Ormai lei mi legge nel pensiero, Higgins» Cunnigham sorrise. «Ma che ha? Trovo piuttosto strano che non si lamenti come sempre del cane sul letto».
In effetti Higgins aveva un’aria scoraggiata e neppure s’era accorto di Lothar che lo stava guardando di tre quarti, dalla parte del muso con l’occhio scuro, in attesa della consueta sgridata.
«Non so come dirlo, Milord…».
«Ci provi» lo esortò l’inglese portando alle labbra la tazzina fumante.
«Brandi è scomparso».
Cunnigham ebbe un sussulto e il caffè andò a farsi benedire sulle lenzuola di lino. «Accidenti Higgins, lei deve dimenticare quel verbo! Questa casa è enorme: sarà in bagno, nella biblioteca al primo piano, nel conservatory. Ha guardato bene?»
Le punte all’insù dei baffi del cameriere tremarono di sdegno. «Questa volta, Milord, sono sicuro. Controlli da sé».
L’inglese ispezionò tutta la villa, e non gli ci volle molto per capire che Higgins non sbagliava. Di Brandi nemmeno l’ombra. Dove poteva essere andato? Non certo a spasso di fuori, visto che la via pullulava di agenti. E allora dov’era finito, maledizione a lui?
«E ora speriamo che non si sia ficcato in qualche guaio, altrimenti ci andrà di mezzo anche lei, Milord» commentò Higgins con sussiego.
L’inglese non rispose. Tutto sommato non poteva negare di dover dare ragione a Higgins. E poi, continuava ossessivamente a pensare a dove cavolo si fosse infilato quel testardo di giornalista. Si diede pure dell’idiota perché avrebbe dovuto intuire che il Brandi fosse determinato ad agire con la sua testa, al di là di ogni ragionevole riflessione.
Buttò lo sguardo in giardino. No, si convinse che il Brandi non avrebbe osato uscire all’aperto, tanto meno così vicino agli agenti che entravano e uscivano senza interruzione da “Villa Sandri”.
La voce del maggiordomo spezzò il suo assillo. «Che ne facciamo della sacca di Mister Brandi, Milord? Non mi sembra il caso di tenere in casa la prova che abbiamo rivisto quell’uomo».

E bravo Higgins, hai fatto il bis, pensò Cunnigham con amarezza.

«Giusto, amico mio. Che ne facciamo?».
«Se crede potrei buttarla nel cassonetto della pattumiera. È proprio di fronte a “Villa Sandri” e per ora non è stato controllato dalla polizia».
«Buona idea. Ma per farlo non potrà passare inosservato davanti agli agenti» osservò preoccupato l’inglese.
«Potrei uscire a buttare le confezioni della torta e dei salatini del Taveggia per la cena di stasera, arrivati mentre lei dormiva ».
«Quale cena di stasera?» ruggì Cunnigham e cercò di far mente locale a quell’impegno totalmente dimenticato- insieme a tutti gli altri, del resto.
«Pensavo che si ricordasse Milord, di aver invitato il conte e la contessa Valeri insieme all’antiquario Davis, per la vendita di quel dipinto di Turner».
Dio, era vero! Che pasticcio. Quella era la serata più sbagliata per una cena d’affari. E se si fosse ripresentato il Brandi? E se di punto in bianco alla polizia fosse venuto in mente di perlustrare la sua cantina? E se si fosse ritrovata Viola?
Amen. Ormai era troppo tardi per annullare quell’invito. Cunnigham si rassegnò e Higgins procedette infilandosi prudentemente un paio di guanti e si apprestò a uscire, carico di scatole in una mano e di un sacchetto per spazzatura condominiale nell’altra. E, dalla finestra, Cunnigham verificò che il vecchio cameriere fu davvero magistrale a svuotare in una frazione di secondo il sacco nero proprio nell’unico, breve momento in cui tutti i poliziotti si trovavano all’interno di “Villa Sandri”, facendo subito dopo ricadere le scatole e i sacchetti del Taveggia sopra il suo scottante contenuto.

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