Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

giovedì 17 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-diciassettesima puntata-


36


Ce l’ho fatta! La sbarra s’è divelta e, miracolosamente, ha ceduto anche l’altra estremità come se da sola si fosse sfilata dal muro.
Mi sono inutilmente aggrappata alla grata tentando di staccare tutto il resto. Così ho dovuto continuare ancora un po’ a lavorare con la chiave sulla seconda sbarra orizzontale, sempre all’estremità destra finché sono riuscita a rimuovere anche quella.
Mi sdraio e m’infilo lateralmente fra i due ferri verticali. Lo spazio è angusto, ma posso passare. Testa e spalle contratte, striscio sul pavimento… ci sono a metà. Mi rigiro sul ventre e l’ultima spinta la do con i piedi.
Arrivata. Sono arrivata. Resto sdraiata così come sono per qualche minuto finché il respiro mi si normalizza.
È quasi buio. La poca luce che vedevo, filtra da una feritoia alta, a livello della strada. Passo una mano sul pavimento. Piastrelle. Una cantina. Non sbagliavo. È certamente una cantina anche se non c’è odore di chiuso né di umidità.
Sicuramente ci sarà un interruttore per la luce. Mi alzo. Devo trovarlo. Brancolo di nuovo con le braccia tese in avanti. Devo cercare la scala, di solito gli interruttori centrali sono lì.
Seguo il perimetro della stanza sfiorando le pareti e finalmente trovo l’apertura della scala.
Affronto il primo scalino reggendomi al corrimano. Poi il secondo. Rumori. Sento dei passi, delle voci… sopra, in casa c’è qualcuno.
Continuo a salire, fino alla fine della scala. Tasto i muri con le dita e trovo l’interruttore. Accendo la luce e ridiscendo la scala. È rivestita in grès, e conduce in un grande ambiente.
La parete a sinistra è totalmente attrezzata a rastrelliera portabottiglie. Mi avvicino. Scopro una sequela di etichette pregiate. A destra, riconosco le ombre che intuivo da fuori. Sono bauli, valigie, scatoloni, vecchi sci di legno, mazze da golf ordinatamente sistemati. Le etichette e le scritte sui colli sono in inglese… La cantina di Cunnigam!
Sono nella cantina di Cunnigham, che fortuna! Se mi scoprirà qui non dovrò avere paura. Lui non può essere il mio persecutore, quel sussurro non aveva alcuna inflessione straniera.
M’incammino verso il fondo del locale e vedo un’altra porta. Blindata. Sì. Proprio una porta blindata, con chiusura a combinazione come una cassaforte. Che ci terrà Cunnigham lì dentro?
La cantina è linda e ristrutturata, assolutamente isolata da ogni infiltrazione. Sembra quasi parte integrante della casa stessa.
Per ora me ne starò qui, poi deciderò cosa fare. Deciderò se chiedere aiuto a Cunnigham o no. Deciderò se tentare di scappare senza farmi trovare da nessuno e cercare di raggiungere il commissario Taddei. Ora sono troppo stanca, devo riposare. Scopro da un telo un vecchio sofà e mi ci sdraio. Sono sfinita. La luce a tempo si spegne. Adesso non ho paura.


37


Alle cinque riprese a piovere a dirotto. Una stagione infernale, quell’anno. I tombini saturi di via Caccianino rigettavano fiotti d’acqua ai lati degli stretti marciapiedi lungo le ville e non c’era anima viva che si spingesse oltre la porta di casa.
I camini fumavano senza sosta e l’ignaro passante avrebbe potuto immaginare atmosfere d’intimità casalinga, quadretti idilliaci, fuochi scoppiettanti riflessi negli occhi dei bambini, sui corpi di amanti appassionati, sulle mani raggrinzite di anziane nonnine sferruzzanti.
Niente di tutto questo in quella via che fino a quel momento aveva goduto di privacy, discrezione e sicurezza al punto che le mamme lasciavano liberi anche i figli più piccoli di andare in bicicletta o di schettinare sull’asfalto di fuori.
In ogni famiglia ora aleggiava il terrore di una squilibrata, probabilmente nascosta negli interrati o vagante nei dintorni alla ricerca di una prossima vittima.
Perché nonostante la polizia avesse fatto il possibile per non divulgare i fatti nel dettaglio, il passaparola della vedova Tirelli perennemente appostata alla finestra, aveva procurato più danni di un articolo di cronaca nera ben informato.
Tutti sapevano che la ragazza era scomparsa, tutti conoscevano l’identità dell’uomo ucciso che il giorno prima l’aveva avvicinata, tutti sapevano che la polizia sospettava di lei.
Ma, a parte l’inglese e il suo maggiordomo, nessuno poteva dire di conoscere davvero il volto di Viola Sandri. Nessuno l’aveva mai veduta da vicino, compresa la Tirelli.
E compreso Matteo, il figlio del cardiologo, la persona del vicinato che si era trovato a pochi metri da lei. Ricordava soltanto un essere allucinato, con le mani sul viso, sdraiata per terra, urlante. Infatti, a sua madre e, come tutti gli altri, alla polizia confessò che non avrebbe saputo riconoscerla a un metro.
Gli unici esclusi da questo stato d’animo, Lester Cunnigham e Mister Higgins, avevano comunque di che preoccuparsi per le conseguenze della fugace visita di Paolo Brandi alla “Magnolia” e della sua successiva scomparsa.
In quel momento Higgins era in cucina e stava preparando  la cena. Mentalmente rifece la lista degli ordini di Milord per la serata: apertitivi e salatini, consommé gélé, ravioli di magro della Maria (li avrebbe portati lei entro le sei), torta salata con ricotta e cipolle, misticanza, dolce del Taveggia, sorbetto al limone e vodka. Stop. L’uomo fece schioccare le dita. Eh no, mancavano all’appello acqua gasata e non, vino bianco e rosso.
Di norma del vino se ne occupava Milord, e Higgins si disse che avrebbe dovuto ricordarglielo al più presto perché il rosso andava stappato almeno due ore prima della cena. Dunque, appena infornato l’arrosto, raggiunse Cunnigham nello studio al primo piano.
Porta chiusa. Higgins bussò e prima di entrare sperò di udire il consueto: «Come in, old man!».
In realtà il richiamo di Milord fu molto meno enfatico. Cunnigham era piuttosto truce. Seduto nella poltrona reclinabile alla scrivania, privo di lavoro davanti a sé. Soltanto in cupa riflessione. E così da almeno due ore. Persino il bulldog ai suoi piedi, pareva osservarlo con una certa apprensione.
«Che c’è?».
«Dovrebbe scendere in cantina per scegliere il vino, Milord».
«Già. La maledetta cena con i Valeri e Davis…»
L’inglese si alzò dalla scrivania e afferrò dal piano gli occhiali da vista. «Tenga qui Lothar. Se mi segue, inizia a voler giocare con i tappi di sughero e mi fa perdere un sacco di tempo».


38

Sono sveglia da un po’ ma non riesco ad alzarmi di qui. Ora avverto dolore in tutto il corpo.
Sono confusa, smarrita. Non so cosa fare.
Sento scattare la serratura della porta… Qualcuno sta per scendere.
Non voglio farmi trovare. Non ancora.
Mi nascondo dietro un baule verticale e spingo davanti a me anche un materasso arrotolato. Non ho fatto in tempo a ricoprire il sofà…
La luce si accende. Passi sulla scala…
Da una fessura fra il muro e il baule intravedo Cunnigham.
È proprio lui!
Sono tentata di chiamarlo di chiedergli aiuto… perché non ci riesco? Perché ho di nuovo paura?
Si avvicina alla rastrelliera dei vini con un cesto di vimini in mano. Inforca gli occhiali e studia le etichette.
Una dopo l’altra sistema le bottiglie scelte nel cesto che ha appoggiato ai suoi piedi.
Osservo il suo viso aristocratico. È bello.
È un bell’uomo, lungo e dinoccolato, con mani sensibili, occhi intensi, la bocca sempre arricciata in un mezzo sorriso.
No, non può essere un assassino… sto per uscire da questo angolo, sto per chiamarlo ma lui ad un tratto si gira verso di me. So che non può vedermi, ma mi blocco di nuovo.
Ora sta guardando il sofà. Si sta domandando perché è scoperto? Sposta lo sguardo al telo che lo ricopriva e che poco fa ho gettato per terra.
Sembra stupito. Si porta una mano al mento. Sta pensando… Sfiora il sofà e poi si guarda le dita.
No, Lester. Non c’è polvere. Fino a poco fa era coperto.
Vorrei parlare ma non riesco. Perché?
Scuote la testa, ricopre il divano, afferra il cesto e risale la scala.


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