Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

venerdì 18 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-diciottesima puntata-


39

«Tesoro, nemmeno stasera torni per cena? Ti avevo preparato il risotto che ti piace tanto. È sempre per la faccenda di quella ragazza scomparsa?».
Ancora una volta il commissario Taddei non seppe cosa rispondere alla moglie. Come spiegare razionalmente a una donna che per quella miseria di stipendio che prendeva faceva la vita che faceva? L’orario sindacale era un optional, così come gli straordinari che ovviamente un superiore come lui non poteva pretendere. Le soddisfazioni non esistevano in mezzo alla feccia in cui si trovava giorno per giorno a lottare spinto da una sorta di complesso del Don Chisciotte metropolitano.
E poi, nel momento in cui finalmente smascherava il colpevole, subito qualcuno si affrettava a mettergli le mani addosso per farne un trofeo personale. Qualunque avvocato, qualunque giornalista, qualunque pubblico ministero potevano gloriarsi di una preda dopo che lui l’aveva braccata giorno e notte, saltando i pasti e le notti, dimenticandosi di natale e ferragosto, della moglie e dei figli, dell’amante e della madre, del padre e del cane.
Ma soprattutto, come avrebbe fatto a spiegare razionalmente ad Anita che quel lavoro gli piaceva?
Non l’aveva mai dovuto fare, per fortuna sua, perché lei inspiegabilmente l’aveva capito da sola.
Mai una volta che si fosse lamentata, o che gli avesse rotto le palle con le solite manfrine di una donna messa nelle condizioni di sfangarsela da sola per qualunque problema quotidiano.
E i problemi quotidiani erano tanti, non ultimi i parti. In casa loro ce n’erano stati tre, e lui poteva vantarsi di aver accompagnato Anita in ospedale soltanto per il loro primogenito. Degli altri due non aveva saputo niente, s’era persino dimenticato della scadenza delle gravidanze.
Ma lei non aveva mai fatto una piega. Lo difendeva sempre con tutti, amici e parenti: «… per lui è una missione. Come fosse un prete».
Santa donna o pazzamente innamorata di lui. Non faceva differenza. Quando ritornava a casa con le mani ancora sporche della peggior merda umana, vedeva il suo sorriso, si abbandonava sul suo seno grande, da madre, s’immergeva nei suoi occhi sempre sereni e dimenticava tutto. Si sentiva di nuovo pulito.
«Sì, amore, è ancora per quella Sandri». Fu l’unica cosa che riuscì a rispondere ad Anita, confortato almeno di non doversi sentire in colpa.
Riappese il telefono e controllò l’ora del suo orologio da polso. Le sei e tre quarti del pomeriggio. La squadra impegnata a “Villa Sandri” non era ancora rientrata. Possibile che dalle nove e mezza di quella mattina gli agenti fossero ancora lì? Decise di chiamare per radio il Perini per capirne il motivo.
Come tutta risposta udì l’apparecchio stridere scompostamente e non riconobbe affatto la voce del collega. Ne poteva semmai intuire il tono storpiato in un’eco di parole spezzate: «… vato… Prrrr… davere… esso!».
«Non capisco un corno! Sei ancora nella cantina?».
«Prrrr… davere… apo… Prrrr… vato… desso!».
Taddei maledì i mezzi antiquati che avevano in dotazione. Invelenito, spense la radio e si attaccò al telefono per chiamare il numero fisso della Sandri.
Gli rispose un agente: «Sì, capo. Perini è ancora negli scantinati con la Scientifica. Pare che abbiano trovato da poco anche un altro cadavere, ma non abbiamo capito molto perché le radio non funzionano bene».
«Buttatele tutte nel cesso, adesso arrivo».


Cunnigham si sporse per l’ennesima volta dal balcone dello studio. A “Villa Sandri” le indagini della polizia continuavano senza sosta da quella mattina ma, dal ritrovamento del cadavere dell’operaio, non era riuscito a catturare nessun’altra indiscrezione sulla piega che stavano prendendo.
Considerò che all’interno della casa dovevano essere impegnate almeno venti persone e notò che all’esterno erano stati allestiti picchetti e transenne per evitare che la gente vi si avvicinasse troppo.
Peraltro in quel momento non c’era nessun curioso che stazionasse lì davanti, scoraggiato probabilmente dalla pioggia e dall’ermetismo della polizia.
E proprio quel vuoto insperato fece balenare all’inglese un’idea bislacca, ma forse risolutiva per un problemino che riteneva risolto soltanto a metà.
Rientrò, agguantò impermeabile e cappello e scese le scale deciso a passare di là, con la scusa di portare fuori il cane e buttare l’immondizia.
Sulla soglia della cucina comparve Higgins.
«Esce col cane, Milord?» gli domandò con aria incredula osservandolo staccare il guinzaglio del bulldog dall’appendiabiti.
«Sì. Ho deciso di portare Lothar a fare pipì e approfittarne per buttare la spazzatura» rispose lui con un sorriso d’intesa, quasi che l’altro potesse intuire le sue vere intenzioni.
Ma il maggiordomo non capì o, meglio, non volle capire e commentò il fatto con una frase criptica: «Per quanto riguarda la spazzatura non c’è più molto da eliminare dopo la mia uscita di un’ora fa e il cane ha appena sporcato in giardino, Milord. Lothar diffida della pioggia: forzarlo potrebbe essere un rischio».
Il tono di Cunnigham non permise all’altro alcuna ulteriore insistenza: «La ringrazio per la raccomandazione, ma ormai ho deciso e il cane farà quello che voglio io. Come sempre, del resto. Mi porti il sacco della pattumiera, please».
Con Lothar, prevedibilmente, non fu impresa facile, a causa della pioggia come aveva annunciato Higgins e anche dell’orario del tutto anomalo per una passeggiata. Il bulldog non sembrava proprio intendere ragioni a lasciare la cuccia davanti al focolare e s’inchiodò più volte, brontolò, starnutì di rabbia ma alla fine, con una spinta decisa dal didietro da parte del padrone, atterrò pesantemente fuori del cancelletto sulla strada.
Con grande difficoltà, uomo e cane fecero cinque passi fino davanti alla villa adiacente, dove per protesta Lothar s’insaccò nell’impermeabile e si accucciò con la chiara intenzione di non rialzarsi per un bel po’.
«E allora stattene lì, brutta bestia!». Nonostante la temperatura invernale, Cunnigham era sudato dalla testa ai piedi. Legò il guinzaglio alla recinzione della villa e si avvicinò al cassonetto.
Uno dei poliziotti di guardia all’ingresso di “Villa Sandri” lo redarguì: «Non può avvicinarsi a questa casa signore».
«Sì, lo so agente. Devo soltanto gettare l’immondizia».
«Faccia in fretta, allora».
Senza perderlo di vista, il giovane agente non poté resistere al fascino ombroso del bulldog con la faccia metà pezzata e si piegò ad accarezzarlo: «A giudicare dall’occhio scuro, non sembrerebbe molto felice di passeggiare in una serata come questa».
Cunnigham che, di spalle, stava alzando il coperchio del contenitore, gli rispose: «No di certo. D’altronde da qualche parte dovrà pur farla, non crede? Comunque, non parrebbe una bella serata neppure per voi».
Il ragazzo sorrise: «Già».
«C’è qualche novità?» azzardò lui sempre di spalle.
«Non siamo autorizzati a parlarne, mi scusi».
«Vero. Mi scusi lei. Oh, guardi qua agente, in questo cassonetto c’è una sacca da viaggio piena. Cosa conterrà?».
Con un balzo il poliziotto gli fu a fianco. Accese la pila e osservò all’interno del contenitore. «Non la tocchi, mi raccomando. Può essere pericoloso. Vado a chiamare i colleghi».
In quello stesso momento arrivò sgommando l’auto di Taddei. Il commissario scese velocemente dalla macchina e quando scorse Cunnigham tuonò: «Lei che ci fa qui? In questi giorni dovrebbe cambiare itinerario di passeggiata, Milord».
«Buonasera commissario. Sono uscito per gettare l’immondizia e mi sono accorto che nel cassonetto dei rifiuti c’è una sacca da viaggio piena. Ho appena avvisato uno dei suoi agenti».
«Faccia vedere».
Il commissario sbirciò la sacca senza toccarla e attese l’arrivo del tecnico della Scientifica che in pochi minuti la recuperò e la aprì. Conteneva abiti, maglie, biancheria intima, un rasoio elettrico. Tutto il necessario insomma per un viaggio di pochi giorni.
Per capire a chi appartenesse, bastò leggere il cartellino d’identificazione attaccato sul manico che indicava il nome e l’indirizzo di Paolo Brandi e il poliziotto lo comunicò a Taddei: «È di un certo Paolo Brandi, ispettore, l’uomo che abbiamo trovato cadavere poco fa negli scantinati della Sandri».


40

Ho fame, freddo e molto bisogno di andare in bagno.
Venendo qui ho perso una scarpa. La felpa è stracciata e sporca di sangue rappreso.
Cosa devo fare? Dio, cosa posso fare?
Non potrò resistere ancora molto qui dentro.
Nonostante creda fermamente che Cunnigham non può essere un assassino, non riesco a decidermi a svelargli che sono in casa sua.
Se invece optassi per raggiungere Taddei sarei comunque costretta a uscire di qui, attraversare il pianoterra della villa e aprire la porta d’ingresso.
Tutto questo, ovviamente, di notte e senza far il minimo rumore... Molto improbabile vista anche la presenza in casa di un cane. In più non ho nemmeno un soldo per prendere un autobus.
E anche se alla fine riuscissi a uscire, lui (o lei) potrebbe essere là fuori ad aspettarmi.
E se mi avesse liberata proprio per questo?
Se aspettasse soltanto questo per far ricadere i sospetti su chiunque altro o, peggio ancora, proprio su di me?
Tutto quello che è successo può essere imputabile in prima istanza soprattutto a me.
In fondo che cosa èrealmente’ successo?
Sono io che ho denunciato quelle lettere di minaccia ma, allo stesso tempo, per la polizia sono io che le ho scritte. Tutto qua.
Ho già avuto modo di capire che Taddei sospetta di me. Nel momento in cui gli raccontassi l’incubo delle ultime ore potrebbe pensare che mi sono inventata tutto.
Per essere credibile dovrei condurlo nel punto in cui il mostro mi ha legata al muro, ma di certo in quei labirinti sotterranei non saprei ritrovarlo.
E se poi mi chiedesse di descrivergli il mio persecutore non sarei in grado di dire nemmeno se è un uomo o una donna, né se è alto o basso, né se è giovane o vecchio…
No, non posso rivolgermi ora alla polizia.
Non vedo altra scelta se non quella di correre il rischio minore: fidarmi di Cunnigham.

2 commenti:

Anna casaversace ha detto...

Complimenti!

Anonimo ha detto...

Bello :)