Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

sabato 19 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-diciannovesima puntata-


41

Dalla soglia di casa Higgins intravide Cunnigham e Lothar ancora immobili sul marciapiedi, completamente fradici. Li raggiunse con l’enorme ombrello da golf per ripararli e subito si accorse dell’aria affranta di Milord.
L’inglese sembrava incurvato da un peso insopportabile. Con il capo  reclinato, incurante della pioggia, perso in pensieri neri come il cielo di quella sera.
«Che succede, Sir Cunnigham?».
«Brandi è morto».
«Morto? Ma come, Milord?».
Cunnigam abbassò la voce. «Accoltellato alla schiena».
Rientrarono alla “Magnolia” con la lentezza di un corteo funebre, senza dire una parola in più.
Il maggiordomo s’inginocchiò davanti al camino e iniziò a strofinare il cane con un asciugamano, in attesa che Milord si decidesse a parlare. Sapeva che sarebbe stato inutile forzarlo. Doveva aspettare che metabolizzasse anche quell’ultima tragedia per riuscire a liberare il suo animo.
Lo guardò di sottecchi e lo vide accasciarsi in poltrona, con il volto fra le mani e notò che di tanto in tanto un fremito gli scuoteva le spalle.
Poi, finalmente, lui parlò. «L’arma del delitto è un coltello che fa parte del set da cucina di Viola sul quale, naturalmente, sono presenti soltanto le sue impronte digitali. Lo stesso per quanto riguarda l’omicidio dell’operaio. Il bronzetto è un’opera dell’inizio del Novecento di proprietà della famiglia Sandri e su di esso appaiono soltanto le medesime impronte. Di conseguenza sono ormai certi che sia stata lei a ucciderli entrambi».
«Per lei intende la Sandri, Milord?».
«E chi se no? Non faccia domande cretine».
Finalmente una reazione! In cuor suo Higgins si rallegrò di quella risposta sgarbata. Milord stava tornando in sé.
«Ma lei perché è convinto dell’innocenza della Sandri?».
«Questa è una domanda intelligente, amico mio. Credo che Viola sia innocente proprio perché tutte le prove sono contro di lei. E se davvero ha potuto concorrere nei fatti, può averlo fatto unicamente costretta da qualcun altro».
«Ma a che scopo, Milord?»
«E che ne so? Ricatto? Plagio? Vendetta? Follia? È solo questo il punto da chiarire. Taddei afferma che ci troviamo di fronte a una psicopatica, può essere. Ma proprio quest’affermazione è contraddittoria. Se davvero Viola fosse una squilibrata non avrebbe potuto architettare con tanta precisione una vicenda come questa. Le faccio un esempio: se avesse voluto far fuori l’ex amante, avrebbe agito molto prima e senza tanto spreco di misteriose esibizioni paranoiche. E ancora: perché uccidere l’operaio? Che bisogno c’era? Dunque l’assassino è qualcun altro che, semmai, può essersi servito di lei per raggiungere il suo obiettivo. E ora non mi chieda quale può essere l’obiettivo di tutto questo, perché non saprei risponderle».
Lothar abbaiò un secondo prima che suonasse il campanello.
Cunnigham balzò in piedi. «Oh no! Saranno Davis e i Valeri, non mi sono nemmeno cambiato. Vada ad aprire, li faccia accomodare in salotto e dica che li raggiungo subito».


Un’ultima telefonata, prima di rientrare a casa, ingozzarsi di risotto freddo e svenire nel letto.
Taddei digitò sul cellulare il numero di Alessio Franchetti, l’affittuario di Viola Sandri in Corso Como, mentre il secondo cadavere transitava nella bara d’alluminio sotto al suo naso per essere trasferito all’obitorio.
«Maurizio Taddei, commissario capo del distretto di polizia di via Feltre. È lei Alessio Franchetti?».
Dall’altro capo del filo, il ciccione controllò la sua improvvisa inquietudine: «Sì, sono io, che succede?».
«Mi trovo in casa di Viola Sandri, dove sono avvenuti due omicidi in ventiquattro ore. La donna è scomparsa e avrei bisogno di parlare con lei. A voce».
Franchetti raggelò, ma riuscì a dimostrare la massima disponibilità: «Certamente commissario, solo che ora stavo cenando con degli amici».
«Non è così urgente. Possiamo vederci domattina nel mio ufficio alle nove».
«Alle nove sarò da lei commissario, anche se debbo premetterle che non so quanto potrò essere utile. Non conosco bene Viola Sandri. Ci siamo incontrati in casa di alcuni amici romani qualche mese fa e, dal momento che avrei avuto bisogno per qualche tempo di un appartamento a Milano, ho approfittato del fatto che lei cercava un inquilino per il suo abbaino. In tutto, l’avrò vista tre volte».
Una delle cose che lo innervosiva di più, era dover ripetere milioni di volte le stesse spiegazioni, così ovvie fra l’altro, e Taddei trattenne a stento un’imprecazione facendo ripartire il solito disco: «Lo sappiamo, ma come lei potrà ben capire, siamo costretti a interrogare chiunque abbia avuto a che fare con la Sandri, e rilevare il maggior numero di impronte digitali. Stia tranquillo. È il normale protocollo d’indagine».
Quando terminò la telefonata, il commissario era rimasto solo nella villa.
I colleghi lo stavano aspettando in macchina, dopo aver riordinato gli strumenti di rilevazione e sigillato locale per locale con fettucce di nastro isolante giallo.
Perini lo chiamò dall’ingresso: «Venga, capo. Qui per oggi abbiamo finito. Andiamocene a casa, a riposare un po’».
Prima di salire sull’Alfa del vice, Taddei buttò un’occhiata alle case vicine e per un attimo si estraniò, avventurandosi con il pensiero in una contro-ipotesi. Faceva parte del suo modo di procedere nelle indagini forzarsi di escludere i sospetti sui quali tendeva ad arenarsi. Cambiare direzione a volte gli serviva per raggruppare i dati secondari sui quali il più delle volte rischiava di sorvolare.
Per questo iniziò a domandarsi se il vero assassino non si celasse dietro una di quelle finestre.
Finora il suo sospetto principale aveva riguardato sempre la Sandri esclusivamente perché ogni indizio riportava soltanto a lei. Stava pure esaminando l’abominevole e assurda possibilità di un condizionamento a distanza da parte del Collini o della sua assistente. E in tal caso, il ruolo di Viola sarebbe stato quello di strumento inconsapevole per sperimentazioni incontrollate e criminali.
Queste erano le strade che stava seguendo: le uniche evidenti attraverso le prove in suo possesso.
E se invece il quadro fosse stato totalmente diverso?
Ipotizzando che l’assassino fosse uno sconosciuto, poteva definire sicuro soltanto un elemento. La persona in questione- o il suo eventuale complice- doveva abitare molto vicino a “Villa Sandri” per poter spiare ogni movimento della ragazza, per poter accedere da chissà quale passaggio in casa sua, per riuscire a mettere le mani nelle sue carte.
Ripensò ai colloqui svolti con i vicini e stabilì che non ne aveva tratto alcun dato rilevabile. Il prossimo passo dunque sarebbe stato quello di far indagare a fondo sugli eventuali legami finora sconosciuti fra le persone che abitavano in via Caccianino e i conoscenti della Sandri.
L’inglese gli era simpatico. Un tipo originale che si dava un gran daffare a proteggere Viola. Forse ne era anche un po’ innamorato. Sì, gli era piuttosto simpatico, ma non per questo, si disse, doveva essere esonerato dall’essere indagato come gli altri.
Garbatamente il Perini portò una mano all’orologio per sollecitarlo a muoversi e, proprio salendo in macchina, Taddei fu investito da un pensiero: ma perché mai qualcuno fra i suoi vicini avrebbe avuto motivo di perseguitare la Sandri?
La casa. Forse qualcuno era interessato alla sua casa.
Viola Sandri non aveva più parenti né vantava possibilità economiche decenti. Se fosse stata internata per malattia mentale in qualche istituto, sarebbe stata costretta a vendere la villa. O, meglio ancora, a svenderla.
L’auto si mosse. L’ispettore abbandonò il capo al poggiatesta e chiuse gli occhi. Una pista debole, troppo debole, ma forse perseguibile, concluse.


Maria Laura Valeri si servì ancora di arrosto. «Delizioso, Lester. Assolutamente delizioso. Hai una gran fortuna con Higgins: oltre a tutto il resto, è davvero uno chef eccellente».
Cunnigham le rimandò un sorriso tirato. «Perché non glielo dici, mia cara? Ne sarà felice».
Il conte, suo marito, in quel momento stava discutendo i termini d’acquisto del quadro inglese con Davis, e Cunnigham faticava a rispondere ogni qualvolta i due s’interrompevano per porgli domande ulteriori sullo stato del dipinto, sui proprietari precedenti, sulle aste in cui era stato presentato. Per questo motivo era ben contento di poter mascherare la vaghezza dei suoi chiarimenti, con la scusa d’essere distratto da Maria Laura e dai suoi commenti formali sulla serata.
«Che dici Umberto? Non ho sentito, stavo parlando con Maria Laura. Comunque tutta la documentazione del quadro è riunita in questa cartelletta».
Per la verità Cunnigham dentro di sé era molto distante da quel contesto. Gli pareva quasi di sedere sui carboni ardenti e non vedeva l’ora che i tre se ne andassero per potersi rinchiudere in camera a pensare.
L’ingresso di Higgins con la torta del Taveggia fu accolto da un’ovazione degli ospiti.
Umberto Valeri non risparmiò una battuta: «Wow! Il Monte Bianco. Ottimo veleno per il mio colesterolo. Di’ la verità Lester: piuttosto di mollare quel Turner preferiresti vedermi morto!».
La risata di Cunnigham fu sbilenca e forzata, ma nessuno ci fece caso.
Il maggiordomo gli si avvicinò e sottovoce lo avvertì che nella scelta dei vini aveva dimenticato il moscato per il dolce.
Felice di potersi alzare, l’inglese si scusò con gli ospiti: «Torno subito, amici miei e, mi raccomando, lasciate a Higgins il taglio della torta. Secondo un’antica leggenda lombarda, chi taglia il dolce non si sposerà mai. Lui lo sa: il suo destino è di rimanere scapolo a vita per occuparsi di me».
Passò dalla cucina a prendere il cesto di vimini e la chiave della cantina e si avviò al sottoscala.
Aprì la porta, accese la luce e discese. Al momento non si accorse della presenza di Viola, in piedi in un angolo buio, ma notò subito il divano, di nuovo scoperto.
Vi si avvicinò con circospezione, si guardò attorno e ancora non la vide.
«Lester…» un sussurro, dall’angolo estremo del locale, gli arrivò diritto nel cuore e lo paralizzò.
Lei uscì dal buio, si fermò due passi avanti, brutalizzata ancora di più dalla luce della plafoniera industriale e lo guardò in faccia con l’unico occhio aperto.
Sconvolto dalla visione dello scempio di quel viso, Cunnigham si avvicinò a Viola e la prese fra le braccia: «Che le è successo, mio Dio, chi l’ha ridotta così?».
«Lester, mi aiuti.» Furono le ultime parole di lei prima di perdere i sensi.


Erano le nove e mezza quando Marco Rapini, chiamato “il pistola” dalla moglie del cardiologo, si presentò in casa Binelli e chiese alla filippina di Matteo.
«Chi è?» tuonò il capofamiglia dal salotto.
La Feli gli comparì davanti. «Il ragazzo del piano di sopra, dottore. È venuto a trovare Matteo».
«Che vuole ancora il pistola? Gli ha telefonato un’ora fa» bisbigliò la moglie senza staccare gli occhi dalla tv che stava trasmettendo una puntata chiave del “Grande Fratello”.
«Non lo so signora. Gli ho detto che Matteo non sta bene e lui ha risposto che farà in fretta. Vuole solo salutarlo. Posso andare a letto, ora?».
«Solo se in cucina hai finito» ordinò scortese la donna. Poi si rivolse al marito: «Non vorrei proprio che quel rompicoglioni, quando se ne andrà, mi disturbasse sul più bello, qualcuno dovrà pur chiudere a chiave la porta».
Il dottore corrugò la fronte e si alzò. «Stai tranquilla, ci penserò io. Non so come fai a guardare quel programma di merda. Me ne vado a letto, ma per un po’ leggerò la relazione per il prossimo congresso. Fammi un fischio quando il pistola se ne andrà».
In effetti il Rapini si fermò non più di un quarto d’ora, il tempo necessario per aggiornare l’amico sugli sviluppi del compito che costui gli aveva affidato.
I due ragazzi erano coetanei e avevano frequentato le scuole insieme fino all’inizio del liceo. E Marco che, per quanto considerato dai Binelli un pistola era già iscritto al primo anno di Economia alla Bocconi, era sempre rimasto molto legato a Matteo. Anzi, si può dire che fosse il suo unico vero amico e in più, inspiegabilmente, era la sola persona al mondo a riconoscergli un carattere che non aveva.
Marco era disposto a tutto pur di compiacere Matteo. Per questo quando l’amico gli aveva chiesto di controllare con il cannocchiale dalla finestra di camera sua prima i movimenti di “Villa Sandri” e in seguito anche quelli della “Magnolia”, lui non si era certo tirato indietro. Solo, gliene aveva chiesto la ragione e l’altro s’era affrettato a spiegargli che quella sarebbe stata l’occasione giusta per dimostrare le sue capacità intellettive al mondo e, soprattutto, a quegli stronzi dei suoi genitori.
«Insistono per farmi fare il Classico. Io non c’entro un cacchio con le lettere e il greco. Non hanno capito niente di me, mi reputano uno sfigato, uno che non ha voglia di fare un cazzo, capisci? Mia madre poi, con quella sua aria perfettina. la odio quando mi martella. “Guarda quello lì, è già diplomato. Guarda quello là, ha vinto un concorso”. E chi se ne frega? Scoprirò cosa sta succedendo in quella casa, li lascerò di sasso e poi li manderò a fare in culo. Sono già sulla pista buona, ma non dico niente nemmeno a te, Marco. Il patto è che gli allori siano tutti per me. Se ti va è così, altrimenti mi arrangerò da solo».
A Marco non venne neppure in mente di obiettare. Né sentì il bisogno di fargli altre domande. Aveva capito da tempo che il suo amico soffriva per l’incomprensione dei genitori, per i complessi che gli procurava il suo fisico sgradevole, per la repulsione che gli dimostravano le ragazze. E quant’ era preoccupato per lui! Spesso era aggressivo senza ragione, soprattutto da quando frequentava i punkabbestia più estremisti del Parco Lambro. E recentemente ciò avveniva sempre più spesso.
Matteo gli aveva spiegato che ne avrebbe condiviso volentieri la vita nomade e libera ai margini di ogni schema. Che come loro fuggiva da una realtà familiare basata su regole troppo rigide e troppo borghesi. Che con loro aveva imparato a estremizzare tutto: la libertà, la perversione, la morte. E Marco era sicuro che, come loro, si faceva, e non solo di erba.
Forse l’impegno a risolvere il mistero di “Villa Sandri” sarebbe stata l’occasione giusta perché Matteo potesse esprimere la sua intelligenza, il suo valore. Forse avrebbe ritrovato un po’ di equilibrio, un po’ di sicurezza in se stesso. Per questo s’era convinto che l’avrebbe aiutato, si sarebbe divertito con lui e se, com’era sicuro, il suo amico ce l’avesse fatta a svelare quei fatti, ne avrebbero gioito insieme, alla faccia dei due Binelli.
Quella sera Marco trovò Matteo già a letto con un’aria che non gli piacque per niente. Sembrava imbronciato e soprattutto nervoso. Infatti, quando lo vide nemmeno lo salutò.
Marco era abituato alla sua imprevedibile scontrosità e non si pose la questione più di quel tanto.
«Che ti succede? Problemi con gli stronzi?».
«Mmmm… Qualche novità?».
«Dopo il ritrovamento del secondo cadavere che ti ho annunciato per telefono, la metà degli agenti se n’è andata. Ho visto l’inglese parlare con il commissario: hanno scoperto una sacca da viaggio nel cassonetto dell’immondizia e sembravano piuttosto interessati. Poi Cunnigam ha ricevuto visite: a casa sua è in corso una cena con tre tromboni. Stop».
«Si è capito chi è il morto?».
«Boh, io vedo ma non sento, e quello è stato portato fuori già chiuso nella cassa. E l’uomo che ho visto ieri entrare nella “Magnolia” dove sarà finito? Ancora nascosto in casa di Cunnigham? Forse dovresti dirlo alla polizia che ieri abbiamo scoperto quel tipo entrare in casa dell’inglese».
«Perché trovino la soluzione prima di me? Non dire pirlate, in questo modo tutto il mio programma andrebbe a ramengo. Ora vai a casa ma, attenzione: stanotte non perdere di vista “La Magnolia”. È fondamentale capire il ruolo dell’inglese».


Si fermò sulla soglia della cantina e cercò di riacquistare il controllo di sé e di tenere a freno le emozioni, anche se sentiva i battiti del cuore pericolosamente in aritmia con il respiro. Poteva anche immaginare il pallore del suo stesso viso, come si vedesse allo specchio.
Poggiò a terra il cesto con le bottiglie di moscato e tirò un respiro profondo. Ascoltò provenire dalla sala da pranzo le voci dei Valeri e di Davis in un concerto di risate confuse, e considerò sconsolato la fatica che avrebbe dovuto impiegare per riprendere la serata da dove l’aveva lasciata.
Per fortuna gli venne incontro Higgins e, quando lo vide, Cunnigham pensò quanto sarebbe stato confortante potersi abbandonare fra le sue vecchie braccia, proprio come Viola aveva fatto con lui, pochi minuti prima.
«Milord, lei è stravolto. Che succede?».
Come faceva quell’uomo a leggergli l’anima?
«Viola… Viola è nella nostra cantina, vecchio mio».
«Cosa sta dicendo?».
«È conciata piuttosto male e non c’è tempo da perdere. Chiami immediatamente quella Luisa, l’infermiera del Sandri, e la faccia venire subito qui. Se ha difficoltà, vada a prenderla lei con la Bentley. La avvisi che dovrà vivere da noi, non so fino a quando, a qualunque prezzo. Degli ospiti me ne occuperò io. È tutto chiaro?».
«Si rende conto Milord che dovremmo avvisare il commissario Taddei? Lei si sta infilando in un guaio grosso».
«Lasci perdere le ramanzine ora. Non c’è tempo. Prima dobbiamo capire cos’è successo a questa disgraziata ragazza, poi decideremo cosa fare».

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