Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

domenica 20 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-ventesima puntata-


42

QUINTO GIORNO

Apro gli occhi nella penombra di una stanza rassicurante. C’è un camino acceso e nel riflesso delle braci distinguo i mobili antichi, le tende ricamate, la porta socchiusa dalla quale filtra la debole luce del giorno.
In una poltrona reclinabile di fianco al letto, sta dormendo Luisa, la donna che ha curato lo zio Riccardo.
Mi sfioro la fronte: una benda mi attraversa il viso e copre l’occhio che mi fa male.
Anche le mie mani sono fasciate…
C’è profumo di pulito, di casa, di sicurezza.
Sono stata lavata e medicata. Anche i miei capelli sono morbidi. Li tocco e non sento più gli orribili nodi irrigiditi dalla pioggia, dalla polvere, dal sangue.
Ricordo soltanto di aver visto Cunnigham scendere in cantina. Ricordo di avergli chiesto aiuto. Ricordo l’odore buono del suo collo quando gli sono crollata fra le braccia.
Subito dopo è tutto confuso.
Dovrei alzarmi di qui ma non ne ho la forza. E poi, perché? Dove potrei andare?
Ho deciso di affidarmi a Cunnigham, di farmi aiutare da lui. Non posso più tornare indietro. Ho deciso che sarebbe stato il rischio minore. Un rischio che sarei stata costretta a correre.
La donna si è svegliata. Mi guarda. Si alza e mi si avvicina. Sorride.
Viola, come sta cara?
Riesco a dire soltanto grazie perché la voce non esce dalla mia gola.
Inizio a piangere e lei mi abbraccia. Profuma di sapone di Marsiglia.
Mi sembra impossibile non provare paura.
Mi faccio forza e cerco di parlare. Devo vedere Cunnigham, subito. Il mio marsupio…
È qui, il tuo marsupio è qui, nel comodino. Guarda. Stai tranquilla tesoro. Ora vado subito a chiamare Milord.

43

Taddei gettò con rabbia il bicchiere di carta del caffè nel cestino. Quella era la classica mattina che preludeva a una giornata infernale e infruttosa.
Anzitutto, la stampa s’era scatenata sul caso di via Caccianino con titoli a corpo massimo e pezzi spargi-panico: “Due omicidi a MilanoLa polizia annaspa sulle tracce di una psicopatica… Nessuna prova inchioda l’assassina di via Caccianino… Probabile assassina scompare sotto il naso della polizia ma prima lascia un altro cadavere… ”.
Poi, il vano interrogatorio di Alessio Franchetti.
Un tipo azzimato e molle, chiaramente omosessuale, innaffiato a dovere di profumo pacchiano anche se probabilmente firmato come il suo abbigliamento.
Una faccia insulsa e allo stesso tempo ributtante, con quei buchi d’acne larghi un dito, gli occhi porcini e le labbra sottili.
Franchetti era riuscito a stare sulla difensiva, trincerandosi dietro il fatto di non conoscere quasi per nulla la Sandri. «Sì, lo so, può sembrare incredibile, ma non m’interessava vedere l’appartamento. È stata una coincidenza da cogliere al volo. Avevo bisogno di una casa a Milano e lei di un inquilino. Il prezzo era più che accettabile, le ho fatto un assegno per l’acconto di tre mesi e la cauzione… l’ho rivista soltanto quando mi ha consegnato la casa… No. Non conoscevo Paolo Brandi, né l’ho mai sentito nominare da Viola… Non gli ho dato io il suo indirizzo, mi sembrava scorretto e non so come abbia fatto a procurarselo. No, non conosco nessun altro che abiti in via Caccianino, tanto più che sono romano. Sì, ho conosciuto Laura Setti anni fa, dagli stessi amici di Roma dove poi conobbi Viola. Per questo non mi sono fatto scrupolo di darle il nuovo indirizzo della Sandri quando ieri l’altro mi ha telefonato».
Uscito il Franchetti alle dieci, Taddei chiamò la Setti e non era in casa. Gli rispose il marito, con una voce anziana, considerò il poliziotto e in effetti rammentò alcune fotografie dei rotocalchi dove il famoso imprenditore avrebbe potuto essere il padre della moglie.
«Se è urgente le do il numero di cellulare, commissario».
«Sì, grazie. È urgente».
Il Setti si allarmò: «È successo qualcosa di grave?».
Sì, gli avrebbe risposto volentieri Taddei, sua moglie potrebbe essere una criminale. Invece bypassò sulla necessità di dover parlare con la moglie riguardo alla scomparsa di una sua amica d’infanzia e l’altro, per grazia di Dio, non ritenne il caso di informarsi ulteriormente.
Quindi riuscì a trovare la Setti al cellulare.
«Sono in riunione, commissario. La richiamerò».
«Mi dispiace, ma dovrà interrompere la sua riunione e raggiungermi al più presto, signora».
«Dottoressa» specificò lei piccata. «Mi dica soltanto se è il caso che debba farmi accompagnare dal mio legale».
«Faccia lei, per me è del tutto indifferente».
La Setti valutò che la presenza non richiesta del suo avvocato avrebbe potuto far destare dei sospetti sulla sua probabile insicurezza, e si presentò da sola, mezz’ora più tardi.
Sedette di fronte a Taddei con un sorriso dimesso e un po’ triste, in netto contrasto con l’arroganza dimostrata poco prima al telefono.
Lui passò subito al sodo e da quel momento il colloquio si trasformò per la donna in un match senza scampo: «Ha già parlato con il professor Collini?».
«A proposito di che?».
«Della terapia d’ipnosi cui fu sottoposta Viola Sandri nel periodo in cui era in cura da lui. O forse dovrei dire da tutt’e due voi?».
«No, è giusto dire da lui. Viola è stata in cura da Collini. Io l’ho semplicemente assistito durante le sedute di liberazione dell’inconscio sotto ipnosi di Viola. In quel periodo mi stavo specializzando in quella disciplina ed era mio interesse seguire gli esperimenti del mio docente».
«Ha poi svolto individualmente gli stessi esperimenti?».
«Certamente, commissario. Fa parte della mia attività».
«Intendo dire se ha continuato ad agire su Viola, dottoressa. Secondo il professor Collini, la Sandri è molto ricettiva a questo tipo di trattamento e sarebbe perfettamente in grado di rispondere a comandi preordinati anche da lontano».
«Per carità, commissario! Il paziente dev’essere consenziente, in caso contrario significherebbe soltanto plagio e manipolazione. E poi, se è pur vero che il condizionamento a distanza è utilizzabile e provato, tenga presente che ci vogliono anni e anni di terapia per arrivare a ottenere risultati degni di nota».
«Secondo Collini, Viola Sandri era un elemento già pronto a rispondere bene a questo tipo di sollecitazione. Lei che ne dice?».
«Le dico che non lo so. Le ripeto che Viola era paziente di Collini, non mia».
«Riconosce questi scritti?».
«Sì. Sono il risultato degli esercizi di liberazione dell’inconscio di Viola».
«Come si spiega che siano tornati alla luce dopo tanto tempo?».
«Non me lo spiego, commissario».
«Conosce un certo Alessio Franchetti? È l’affittuario dell’abbaino di Viola Sandri».
«Mai sentito nominare.»
«Non è quello che dice lui. Franchetti afferma infatti di averla conosciuta a Roma in casa di Pietro Sormani, il musicista».
«Non ricordo».
«Da quanto tempo non vede o non sente Viola Sandri?».
«Da più di due anni, da quando lei e Paolo Brandi si sono lasciati. Non so neppure dove abiti ora».
«Nemmeno questo corrisponde alla verità. Franchetti afferma di averle comunicato su sua precisa richiesta il nuovo indirizzo della sua amica. Mi dispiace. Viste le incongruenze di questo colloquio, sono costretto a informarla che  da questo momento, si può ritenere ufficialmente indagata, signora Setti e, se non conosce i suoi diritti, glieli comunicherò all’istante».


Quando lo vide, allungò un braccio e Cunnigham notò le unghie spezzate e il sangue raggrumato attorno alle dita. Sconvolto, afferrò tutt’e due le mani di Viola e se le portò alle labbra senza una parola. L’infermiera uscì dalla stanza chiudendosi l’uscio alle spalle, ma Cunnigham non se ne accorse neppure.
Strette fra le sue, quelle mani gli trasmettevano un tremito incontrollabile che giungeva direttamente dal corpo di lei, talmente forte da far vibrare il vecchio letto di noce.
Paura. Terrore. Panico.
Senza riflettere, Cunnigham si stese su Viola badando bene di coprirla totalmente con il suo corpo. Le strinse le mani e piano piano aprì le braccia insieme con quelle della ragazza fino a formare una croce di lui e lei, sovrapposti.
Stette in attesa di assorbire quel fremito da animale e piano piano, gradualmente, sotto di lui, lei si calmò. Il respiro le ritornò normale e iniziò a piangere silenziosamente.
«Don’t be afraid». Lui parlò piano, nell’incavo del collo di lei e lei vibrò.
«No. Di te non ho più paura».
«Cos’è successo? Sai chi ti minaccia?».
«Qualcuno mi ha trascinato in cantina, sono caduta dalle scale e mi sono ferita. Abbiamo camminato per un po’ nel buio finché, non so dove, lui (o lei, non ho potuto vedere chi fosse) mi ha imprigionato i polsi in un anello di ferro nel muro e mi ha lasciata lì per non so quanto tempo. Prima di andarsene mi ha sussurrato che sarebbe tornato soltanto per uccidermi, invece quand’è tornato mi ha liberata e ha detto che avrei capito da sola perché. Mi sono persa nei sotterranei, ero terrorizzata. Quando ho visto quella grata dalla quale filtrava un filo di luce, non speravo più di farcela. Non so proprio chi possa essere né cosa voglia da me». Viola s’interruppe e riprese a tremare un poco. Lo guardò negli occhi con un’espressione indecifrabile, quasi provocatoria, e aggiunse: «Hai mai pensato che possa essere io stessa? Che mi sia inventata tutto?».
«Mai».
«Ma io sono malata, lo sai?».
«Eri malata e ora qualcuno ne sta approfittando».
«Ma chi? E perché?».
Cunnigham non rispose. Respirò profondamente, assorbendo il più possibile dell’odore di lei, inebriato e confuso. Da molti minuti non si muoveva da quella posizione eppure non avvertiva il più piccolo dolore né il minimo crampo. Tutto il suo essere si era fuso con il corpo di Viola, rilassato ormai sotto le coperte. La sentiva dentro di sé dalla punta dei piedi al volto, accostato a quello di lei.
«Lester, che vuoi fare ora? Non puoi tenermi qui».
Lui si ritrasse, lasciò le sue mani, si puntò sui gomiti e guardò Viola diritto negli occhi. «Invece sì. Tu starai qui finché scopriremo questo mistero. Stai tranquilla, lascia fare a me».
Per una frazione di secondo, gli occhi di Viola lampeggiarono nella penombra. A lui parve di gioia.
«E Paolo? Paolo cosa sa? Dov’è?» domandò inaspettatamente lei, ma Cunnigham decise che non era quello il momento di risponderle.
«Riposa ora. Tornerò più tardi».
Si alzò dal letto con la sensazione di aver lasciato su di lei una parte vitale di se stesso e, prima di andarsene, la baciò sulla fronte.


Aveva smesso di piovere. Il grigio del cielo di Milano pareva man mano schiarirsi nella promessa di una confortante pausa. Sui marciapiedi ancora bagnati si riflettevano le ultime luci dei lampioni e, dalle case, i bambini imbacuccati come pinguini si avviavano a raggiungere le scuole, accompagnati da padri e madri frettolosi e sonnolenti.
Matteo Binelli uscì dal garage facendo impennare il motorino come un cavallo imbizzarrito e prima di svoltare in via Vallazze, riconobbe il cannocchiale dell’amico puntato fra “La Magnolia” e “Villa Sandri”.
Bene, pensò, Marco è già all’opera.
Quando passò il semaforo fra viale Lombardia e piazza Piola, certo di essere ormai fuori pericolo dal controllo dei genitori, invece di svoltare verso il centro, Matteo percorse la grande rotonda per imboccare via Pacini, in giù verso la periferia.
Da Lambrate si immise in via Ronchi, da lì in via Feltre e in dieci minuti raggiunse Segrate. Zigzagando con sicurezza fra le automobili, girò in una piccola traversa serpeggiante nel parco, fra il cimitero e Milano 2, e raggiunse una grande, fatiscente cascina apparentemente disabitata.
Entrò nell’aia, smontò dalla moto, levò il casco e lo appese al manubrio, si aggiustò i capelli e lanciò un fischio con due dita in bocca.
Poco dopo dal portone principale gli apparve una ragazza bruna con i capelli rasta, vestita di colori sgargianti, con un paio di camperos sformati di almeno due numeri in più della sua taglia e una miriade di piercing sulla faccia. La seguiva un grosso cane bastardo che lo guardò male.
«Abbiamo finito. È stupendo, irriconoscibile» esordì lei senza salutarlo.
Matteo strinse i pugni. «Dov’è? Fammelo vedere».
«E i soldi? Ci hai portato i soldi?».
«Sono mai venuto qui a mani vuote?».
Il ragazzo infilò una mano in tasca, ne trasse una busta e gliela allungò. Lei l’agguantò, la aprì e contò le banconote passandosi la lingua sulle labbra. «Vieni dentro, vieni a vederlo».

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