Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

lunedì 21 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-ventunesima puntata-


44

Ho visto l’inglese. Mi piace, nonostante sia un uomo maturo.
È strano. Capisco che con me perde il controllo delle sue emozioni. Quando è entrato tremavo come una foglia e lui si è steso su di me, mi ha stretto le mani fra le sue e il contatto fra i nostri corpi sovrapposti a croce mi ha dato i brividi.
Forse per lui sono una figlia, una ragazzina da proteggere. Diverso per me. Da quando Paolo mi ha lasciata non provavo sensazioni così forti.
Mi fido di lui. Gli ho raccontato l’incubo di quelle ore in cantina e poi ho cercato di provocarlo, chiedendogli se non poteva pensare che mi fossi inventata tutto.
Mi ha risposto subito che no, non l’ha mai creduto.
Sa che sono stata malata e ciò mi stupisce. Da chi può averlo saputo?
No. Ora non voglio pensare a nulla, voglio soltanto lasciarmi viziare. Luisa è molto gentile. Mi assiste con impegno e accontenta ogni mia richiesta.
La mia temperatura si è quasi normalizzata e il dolore all’occhio è più accettabile.
Questa casa mi piace. Mi piace questa stanza. Mi piace questo letto e le lenzuola nelle quali mi avvolgo come un gatto. Riesco a dimenticare l’orrore dei giorni passati.
Ma all’improvviso cambio idea: non devo lasciarmi andare… Non devo mollare. Ritorno subito con la mente alle ore di terrore trascorse nelle cantine.
Obbligo me stessa a ricordare che il mostro è ancora qui vicino. Potrebbe già sapere che sono a casa di Cunnigham.
La gola mi si chiude di colpo. Non respiro più. Annego in un’onda di panico. Grido il nome di Luisa. La vedo china su di me.
Che c’è? Che ti succede piccola Viola? Sei al sicuro qui. Mi abbraccia.
Chiamo Lester gridando e dibattendomi come un’indemoniata.
Ora Milord non c’è, è uscito ma tornerà presto. Stai tranquilla. Non gridare, qualcuno potrebbe sentirti.
Luisa è più forte di me e riesce a infilarmi fra le labbra un cucchiaino.
Inghiotto a forza delle gocce, delle gocce amare.

45

Cunnigham spalancò a Lothar il cancelletto del recinto in piazza Piola. Lo richiuse alle spalle del cane e sedette su una panchina laterale con l’intenzione di leggere i quotidiani.
Pochi minuti dopo si scosse di sorpresa udendo alle sue spalle la voce burbera del dottor Pennati, medico di zona e padrone di uno scatenato fox terrier. «Ha visto se si dice qualcosa della pazza di via Caccianino?».
«Quale pazza?» rispose lui con tono scostante.
«Se non lo sa lei Sir Cunnigham che ci abita a fianco».
L’inglese ripiegò i giornali, si alzò e, guardando l’altro con palese stizza, puntualizzò: «Non le sembra un po’ prematuro definirla una pazza? Lei la conosce? Presumo di no e finora sappiamo ben poco di ciò che è avvenuto in quella villa. Comunque, visto che le interessa, i giornali riportano soltanto la cronaca dei fatti senza alcun commento sull’equilibrio psichico di Viola Sandri».
Sconcertato da quel tono puntuto, il medico non aggiunse nulla e Cunnigham richiamò Lothar con un fischio, lo legò al laccio e riprese la via di casa.
Durante il tragitto pensò di aver sbagliato. In fondo per chiunque, polizia e stampa comprese, Viola era un personaggio ambiguo, misterioso, inquietante. Aveva sbagliato a reagire in difesa della ragazza. Sarebbe stato un grosso errore attirare su di sé l’attenzione con commenti in suo favore. Avrebbe potuto destare dei sospetti.
Rientrato alla “Magnolia” allungò cane e cappotto a Higgins senza una parola.
L’uomo lo guardò negli occhi e disse: «Ha telefonato il commissario Taddei Milord, e Luisa le vorrebbe parlare».
Cunnigham ebbe un attimo di sgomento e rimandò al cameriere uno sguardo interrogativo. Subito si riprese e annunciò: «Vado in studio a chiamare Taddei, poi riceverò Luisa».
Afferrando il telefono, Cunnigham si rese conto dell’enormità della situazione. E se Taddei avesse voluto perquisire “La Magnolia”? Non tanto perché potesse sospettare di lui, quanto per controllare le diramazioni dei sotterranei?
Dove avrebbe potuto sistemare Viola?
Sarebbe stato meglio da parte sua confessare che la ragazza si trovava lì? E poi? Viola sarebbe stata senz’altro arrestata, o quanto meno rinchiusa in un ospedale psichiatrico.
Era un’eventualità inaccettabile. Avrebbe sistemato Viola nel solaio e avrebbe messo a disposizione la sua casa per le ricerche della polizia. Se lui non era sospettato, non c’era ragione di perquisire il sottotetto, almeno per ora.
Si tranquillizzò, e compose il numero del commissario.
«Buongiorno Cunnigham, grazie di avermi telefonato subito» esordì il poliziotto.
«Si figuri commissario, c’è qualche novità?».
«Purtroppo no, ma stiamo indagando a tappeto. Fra l’altro, ho impegnato più di una squadra a controllare i sotterranei delle ville vicine a quella della Sandri. Per quanto riguarda la sua, visto che è proprio adiacente, pensavamo di procedere domattina presto. È d’accordo?».
Cunnigham raggelò. Era ovvio che il motivo della telefonata fosse quello. Per l’appunto l’aveva supposto.
Parlando, l’inglese si era avvicinato alla portafinestra del balcone sul davanti della villa e mentre ascoltava Taddei si accorse del cannocchiale che puntava diritto verso di lui dalla casa dirimpetto.
E fu proprio in quel momento che capì cosa avrebbe dovuto fare. Tentò di non tradire il proprio stato d’animo e, stupendo anche se stesso, rispose: «Ma certo. Quando vuole, commissario, anche se veramente credo sia meglio che ci parlassimo prima da soli. Che ne pensa se facessi un salto da lei più tardi?».
«Nulla in contrario, Milord. Devo pensare che è lei che deve comunicarmi qualche novità?» azzardò il poliziotto con interesse.
«No, nulla d’importante. Il fatto è che la mia cantina ha una disposizione particolare e una stanza blindata per la collezione dei miei quadri. Pensavo che studiarne la pianta prima dei rilevamenti potrebbe esservi utile».
Quanto zelo, considerò fra sé Taddei. «Sicuramente» gli rispose sempre più incuriosito. «Fra un paio d’ore può andarle bene?».
«A mezzogiorno sarò da lei, commissario. See you later!».
Inconcepibilmente, Cunnigham si sentì fastidiosamente ansioso, come se tutta quella faccenda gli si fosse annidata nel petto creandogli una massa informe fra lo stomaco e i polmoni.
Si sforzò di far finta di nulla e, per aiutarsi, raggiunse il mobile bar, si versò un brandy e lo trangugiò d’un fiato- Dio, a quell’ora! Nessuno avrebbe dovuto capire né le sue emozioni né tanto meno ciò che stava per fare, era fondamentale. Il liquore gli ridiede subito tono e chiamò Higgins per dirgli che ora avrebbe potuto ricevere Luisa.
La donna arrivò quasi subito e gli parve molto scossa. «Sir Cunnigham, Viola sta male, io credo sia meglio farla visitare da uno specialista».
«Che succede esattamente signora?» ribatté lui tetro.
«Poco fa sembrava tranquilla e rilassata: ha estratto un quadernetto e una penna dal suo marsupio e s’è messa a scrivere… Sì, proprio a scrivere» rispose allo sguardo sorpreso di Cunnigham, e poi continuò: «Sorrideva, ma poi, di punto in bianco, ha iniziato a gridare, a dibattersi. Io sono forte, lo vede anche lei, eppure ho fatto fatica a trattenerla. Alla fine sono stata costretta a somministrarle delle gocce di calmante. Insomma, capisce, la responsabilità è grande. Io non sono nemmeno un’infermiera diplomata».
«Non si preoccupi. Non sono necessari né uno specialista né un infermiere diplomato. Lei è perfetta signora. Probabilmente Viola è scioccata, terrorizzata. Ora andrò io da lei».
La donna lo interruppe: «Oh sì, Milord! La chiama in continuazione, sembra placarsi soltanto se lei è nei paraggi».
Cunnigham la fissò un po’ allucinato, non rispose e uscì dalla stanza e Luisa ne approfittò per raggiungere Higgins in cucina e bersi un caffè.
Dopo soltanto qualche minuto, mentre i due attendevano che la caffettiera iniziasse a bollire, udirono stupefatti giungere dalla stanza degli ospiti la risata trillante di Viola e, in sottofondo, quella più bassa e inconfondibile di Cunnigham.


46

Finalmente lui è stato qui.
Quelle gocce mi avevano un po’ sedato, ma non del tutto. L’assillo dei miei pensieri non mi aveva abbandonato. Solo ero più calma, quasi impossibilitata a muovermi, a parlare, a gridare…
Ma quando la porta si è socchiusa e ho visto Lester sorridermi, ho dimenticato tutto e ho sentito il cuore battere di emozione.
Mi sono sentita protetta.
Mi pare di conoscerlo da sempre…
Si è avvicinato al letto e mi ha baciata sulla fronte.
Io non ho detto nulla.
Luisa è preoccupata per te, mi ha sussurrato stringendomi le mani.
Ha ragione. Io sto bene solo quando ci sei tu, gli ho risposto.
Ma io non posso stare sempre qui.
I suoi occhi azzurri si sono accesi. In quel momento mi è sembrato un ragazzo. Si è avvicinato e ha sfiorato con le sue le mie labbra.
Poi ha accostato il viso alla mia guancia e mi ha sussurrato: voglio aiutarti a uscire da questo incubo. Devi tornare a vivere. Vuoi fare un gioco con me, Viola?
Sì, farò tutto quello che vuoi.
Però non devi avere paura, devi fidarti di me.
Io mi fido di te, so che mi vuoi aiutare,  gli ho risposto sicura.
Allora, sempre sottovoce, mi ha spiegato ciò che succederà. All’inizio ho provato paura, ho girato il viso dall’altra parte. Ma poi, man mano che parlava, ho capito.
Ci siamo guardati negli occhi e abbiamo cominciato a ridere, a ridere forte.
Da quanto tempo non ridevo?
Mi sembra un sogno.

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