Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

martedì 22 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


47

Come sempre, la Tirelli aveva perso tempo al telefono a spettegolare con le amiche, così ora si trovava a correre per casa per recuperare cappotto e cappello. L’appuntamento in panetteria con le vicine era fissato per le dieci e la pendola sul cassettone segnava già il quarto.
Proprio mentre si apprestava a uscire suonò il campanello, e Cunnigham che si trovava oltre la sua porta, ebbe la sensazione che dallo squillo all’apertura del battente non fosse passato nemmeno mezzo secondo.
E ciò rese lecite alcune supposizioni da parte sua. Che la strega stesse controllando l’andirivieni del pianerottolo dallo spioncino? Che la vecchia avesse doti di chiaroveggenza?
Comunque fosse, senza riuscire a nascondere del tutto la sua antipatia, l’inglese catturò divertito lo sbalordimento di quella comare alla sua vista.
«Sir Cunnigham, ma che bella sorpresa!» miagolò lei.
«Perdoni quest’improvvisata, signora. Non è certo nelle mie abitudini presentarmi senza preavviso, inoltre mi pare che lei stia uscendo».
«Oh, ma non c’è problema, non c’è fretta, per lei questo e altro. Entri, entri pure. Posso offrirle qualcosa?» rintuzzò la Tirelli già sfilandosi il cappotto. Fremeva di curiosità. Cosa poteva aver spinto quel misantropo alla soglia di casa sua?
Lui non si spostò di un millimetro, come fosse inchiodato all’uscio. «Non le porterò via che un minuto, signora. Se vuole l’accompagno per un tratto, immagino stesse per andare in panetteria, no?». S’interruppe per gratificarla di un sorriso ironico e poi proseguì. «In più Lothar mi sta aspettando legato alla cancellata del suo condominio e, come lei sa, la mattina non ama ritardi da parte mia».
Meglio ancora, pensò la Tirelli, infilandosi di nuovo il cappotto. Così mi vedranno tutti sottobraccio a questo nobiluomo!
Per strada, in effetti, lei gli si appese al braccio facendo l’occhiolino a destra e a manca ed esibendosi in sculettamenti poco consoni alla sua età. Ma Cunnigham, la cui scarsa pazienza s’era già esaurita, la freddò entrando subito in argomento: «Visto che lei è molto attenta, volevo chiederle se ha notato qualcuno che dalla casa di fronte, spia nelle finestre altrui con un cannocchiale».
Per nulla turbata, la Tirelli si bloccò e, prima di rispondere con sicurezza ma a voce bassissima, gli si avvicinò e lo guardò in faccia: «Certo Milord, me ne sono accorta, e le dirò di più: quel cannocchiale oggi è sempre puntato sulla “Magnolia” mentre fino a ieri l’altro passava da “Villa Sandri” a casa sua».
Cunnigham piegò la testa e la squadrò accigliato: «E lei non si è posta alcuna domanda? Non ha pensato di avvisarmi? O meglio ancora, di avvisare la polizia?».
«No», rispose lei risoluta. «Che vuole, non sono affari miei. Vivo sola, capisce? Ho paura».
«Mi può dire almeno se sospetta di qualcuno? Chi abita in quell’appartamento?».
«Lì ci sta la famiglia Rapini, gente molto a posto. Lui è funzionario di banca e lei fa la maestra elementare. Hanno due figli, Marco il maggiore, che pur essendo il miglior amico del giovane Binelli- un ragazzo difficile, caratteriale, lavativo- studia con profitto Economia alla Bocconi e Caterina che fa l’ultimo anno della Manzoni. Due bravi ragazzi Milord, non saprei proprio cosa dire».
Cunnigham non ritenne di aggiungere d’altro. Si allontanò dalla Tirelli e la scrutò con freddezza. «Un’ultima cosa: ha riferito questa faccenda alle sue amiche?».
La donna sembrava in soggezione e, prima di rispondere, nicchiò: «Ma certo che no. Come le ho detto, ho paura. Su queste cose è meglio tacere con tutti».
L’inglese la congedò e tornò sui suoi passi, con la netta sensazione del contrario.


«Alessandro? Ciao, sono Laura Setti. Puoi parlare?».
«Non sono impegnato, se è questo che intendi, ma non ho alcuna intenzione d’intrattenermi con te per telefono, dal momento che immagino di essere controllato».
«Per questo, grazie a te, immagino di esserlo anch’io».
«Non mi sembrava il caso di dovermi accollare anche la responsabilità delle tue azioni».
«Ma quali azioni, Alessandro? Ti pare verosimile che io possa aver condizionato Viola con l’ipnosi a distanza?».
«Scusa, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Ti ho vista fare di tutto per farti notare. Per quel posto di assistente di ruolo in Università, poi».
«Non dire scemenze. Non mi brucerei mai comportandomi così da idiota. Ma su, di’ la verità. Ti pare possibile? Non merito nemmeno il minimo dubbio da parte tua. Piuttosto non ti sembra che in questa faccenda qualcosa non torni? Non capisco proprio il nesso fra quegli scritti e un estraneo criminale che se ne impossessa con l’intenzione di perseguitare Viola. Perché non ci troviamo per ristudiare insieme il caso Sandri? Potremmo capovolgere a nostro favore la situazione collaborando con la polizia».
«Tu continui a pensare che tutto parta da lei, allora».
«È ovvio. Da chi se no?».
«Non lo so. Io di Viola Sandri non ne sentivo parlare da più di due anni. Che ne so chi frequenta? E soprattutto, che ne so dell’evoluzione che in questo periodo ha avuto la sua patologia?».
«Appunto. Soltanto tu che l’hai curata puoi capirci qualcosa».
«Non ci penso nemmeno. Tanto più che si tratterebbe di violazione del segreto professionale».
«Ma qui sono già morte due persone! E c’è in gioco la nostra reputazione. Dobbiamo fare qualcosa, lo vuoi capire?».
«Il caso Sandri è molto complicato Laura, ricordi? Rischiamo di addentrarci in ipotesi azzardate, forse addirittura campate per aria».
«Ciò significa che non escludi la possibilità che Viola abbia potuto perdere l’equilibrio di nuovo e in maniera più grave che in passato?».
«Non posso escludere nulla, lo sai. In ogni caso, per serietà, dovrei riuscire almeno a parlare con lei, confrontarmi con il suo attuale stato psichico, valutarlo con lei».
«Parliamone, ti prego Alessandro, almeno fra noi».
«Incontrandoci desteremmo troppi sospetti e poi, te l’ho detto, di te non mi fido per nulla. Se ritenessi che ti gioverebbe, tradurresti le nostre illazioni in verità assolute che potrebbero rovinare per sempre un’innocente».


Era già quasi l’una quando Matteo Binelli imboccò l’ingresso dei garage per depositare il motorino e raggiungere i suoi per pranzo. Inserì la chiave nell’apertura automatica del cancello e udì un fischio giungere dal piano superiore. Guardò in su e vide Marco Rapini sporgersi dalla finestra di camera sua indicandogli di aspettarlo.
Sbuffò. Se fosse arrivato in ritardo per pranzo, i due stronzi si sarebbero inferociti. Comunque attese l’amico e Marco gli apparve di lì a qualche secondo senza nemmeno il giubbotto, tremante non solo per il freddo.
«Mi ha beccato, Matteo. L’inglese mi ha visto con il cannocchiale puntato sulla “Magnolia”».
«Sei sicuro?» domandò Matteo astioso.
L’amico annuì sconfortato.
«Ma sei proprio pirla! Adesso che facciamo? Se quello ti chiede qualcosa che fai? Si può solo sperare che ti prenda per un frocio».
«Mi romperebbe le palle lo stesso e in ogni caso rischierei una denuncia. Forse è meglio che gli diciamo tutto».
Matteo gettò rabbiosamente il casco per terra. «Ma sei matto? Cosa dovremmo raccontargli? Te l’avevo detto fin dall’inizio: al minimo errore da parte tua io mi sarei dissociato. Se vuoi inventati tu qualunque cosa. Digli che sei pazzamente innamorato di lui e vai a farti fottere!».


Cunnigham lasciò il commissariato di via Feltre piuttosto sollevato e, pieno di baldanza e nonostante il freddo pungente, s’incamminò verso la Bentley posteggiata proprio di fronte. Higgins discese, gli aprì la portiera e, senza una logica dal momento che non conosceva il motivo di quel colloquio, gli domandò: «Tutto bene, Milord?».
«Sì, amico mio. La polizia verrà alla “Magnolia” domattina alle otto per ispezionare la nostra cantina. Dunque, appena saremo a casa, dobbiamo procedere a spostare la signorina Sandri in solaio. Per qualche ora non ne soffrirà».
Mentre Higgins avviava il macchinone, Cunnigham si allungò sui sedili posteriori, appoggiò il capo allo schienale e socchiuse gli occhi. Dal breve spiraglio fra le ciglia, colse lo sguardo lievemente arcigno dell’autista che doveva preludere alla domanda più spinosa: «Mi permetto di chiederle Milord, se è davvero sicuro di quello che sta facendo».
L’inglese spalancò gli occhi e scosse la mano in un gesto inequivocabile d’insofferenza, come per allontanare da sé quella domanda alla maniera di un odioso moscone.
«La prego Higgins, di non interferire nelle mie decisioni» inveì acido. «Se non si fida di me, se non se la sente di collaborare con me in questa faccenda, lo dica chiaro e forte e provvederò senza esitazione a concederle un lungo periodo di ferie».
L’autista s’incurvò sul volante e senza più guardare nello specchietto retrovisore, borbottò: «Sa bene Milord che da quando è morto suo padre sono sempre stato al suo fianco».
«Allora taccia» lo incalzò Cunnigham. «Per favore, taccia».
I due non aprirono più bocca fino all’ingresso della villa. Soltanto mentre attendevano che il cancello si aprisse, Higgins ci riprovò: «Come intende giustificare la rimozione di due sbarre della grata in cantina e le eventuali tracce del passaggio da lì della signorina Sandri?».
Cunnigham rispose sicuro, anche se con un tono un po’ sopra le righe: «Tranquillo. Ci ho già pensato. Toglieremo anche il resto della grata e laveremo bene il pavimento con la varechina. Ho comunicato a Taddei che sto sostituendo le vecchie prese d’aria degli scantinati».
Higgins fremette. È pazzo. È diventato pazzo per quella donna, pensò disorientato guardando diritto davanti a sé perché l’altro non potesse intuire il suo pensiero dall’espressione dei suoi occhi riflessa nello specchietto.
«E per quanto riguarda la presenza in casa della signora Luisa, Milord?».
«Semplice. Luisa resterà con noi. Ho detto a Taddei della mia recente assunzione di una donna per le pulizie. E ho giustificato con facilità questa scelta proprio a causa della sua sciatalgia, Higgins, che non le permette di fare eccessivi sforzi».


Alla fine, Collini cedette e decisero di trovarsi nel tardo pomeriggio nello studio di lei, uno spazio di tre locali sotto il suo attico in via Bigli.
Quando sedette nel salottino, lo psichiatra ebbe in realtà l’inatteso desiderio di stendersi sul lettino in velluto rosso che Laura utilizzava durante le sedute di analisi.
E glielo confessò, aggiungendo: «Mi sento troppo fragile in questo momento. Forse dovrei addirittura sospendere le cure ai miei pazienti finché questa storia non si conclude».
«Non dire sciocchezze. L’hai detto tu, no? Male non fare, paura non avere» ribatté lei accendendosi una sigaretta.
Lui notò che le tremavano le mani, ma non disse nulla.
«Quante possibilità ci sono che Viola abbia montato tutta questa faccenda? E poi, a che scopo? Hai mai riscontrato in lei istinti omicidi? Perché le hai consegnato quelle prove scritte di liberazione dell’inconscio? Ecco Alessandro, queste sono alcune delle domande che intendevo rivolgerti per capire se c’è una speranza di uscire da questo intrigo».
Si guardarono a lungo negli occhi e infine lui rispose: «Non posso escludere la possibilità che, consapevolmente o no, la mia paziente abbia architettato tutto questo, l’ho già detto anche alla polizia. O meglio: è possibile che quegli scritti- che pure Viola non avrebbe mai potuto riferire a se stessa- abbiano scatenato nella sua mente malata un eccesso di mania di persecuzione. Capire il perché sarebbe impossibile. E, no. Non ho mai riscontrato istinti omicidi in Viola Sandri, se non verso se stessa e proprio in base a quegli esercizi. Per quanto riguarda il fatto che ho consegnato a lei quelle prove, tu lo sai, ne ero obbligato. Lei mi comunicò l’intenzione d’interrompere le nostre sedute: il paziente, se crede, è libero di cambiare analista in ogni momento, perciò la documentazione della precedente terapia deve restare in suo possesso. Per questo gliela consegnai».
Laura spense nervosamente il mozzicone in un posacenere di cristallo sul tavolino fra loro, e riaccese subito un’altra cicca. Si sporse verso il collega e con aria inquisitoria insistette: «Eppure, ci deve pur essere un dettaglio che ti sfugge, Alessandro. Pensaci bene: chi se non lei può aver imbastito una tale tragedia? Le prove sono tutte contro Viola, a parte l’assurda ipotesi che io e te, due seri e noti professionisti, abbiamo condizionato il suo cervello a distanza».
«Ma perché hai mentito alla polizia sul Franchetti?» rimpallò lui ancora poco convinto della sincerità della sua ex assistente.
«Suvvia, Alessandro! Per paura, ovviamente. Temevo che dichiarare di aver cercato Viola mi si ritorcesse contro. La polizia accampa sospetti per molto meno».
Il silenzio calò di nuovo fra loro mentre gli occhi di lui dietro le lenti parevano dilatarsi sempre di più e il nervosismo di lei si accaniva in un gesto meccanico delle dita di una mano su quelle dell’altra in un’orribile, inconscia sevizie delle unghie.
Riprese lui a parlare e la sua voce calò improvvisamente di tono: «Forse un piccolo dettaglio c’è…»
Laura, speranzosa, gli si fece più vicina. «Dimmi. Che cosa?»
«Il suo diario. Ad un certo punto le consigliai di tenere un diario personale e segreto per scaricare il più possibile le sue emozioni e poi rileggerle. Il fatto stesso che negli esercizi di liberazione dell’inconscio Viola abbia impostato i suoi scritti a diario, mi da l’assoluta certezza che avesse seguito il mio consiglio. Quel diario dev’essere nascosto da qualche parte in casa sua».
«E se l’avesse portato con sé?» ipotizzò lei.
«Molto probabile. Per alcuni pazienti il diario personale diventa quasi un’appendice del proprio corpo».
Laura scattò in piedi e si avvicinò al telefono. «Dobbiamo avvisare subito Taddei, Alessandro. Subito».


-ventiduesima puntata-



48

A pranzo Lester ha insistito per avermi a tavola con lui.
Iniziamo subito il nostro gioco, Viola? Apriremo le imposte e tu ti muoverai per casa liberamente, mi ha detto con una strizzatina d’occhi.
Luisa mi ha aiutata a vestirmi. Stamane Cunnigham l’ha mandata a comprarmi scarpe da ginnastica, jeans e biancheria intima al mercato, ma ha insistito che sopra indossassi una T-shirt e un pullover di cachemere suoi.
Prima di scendere mi guardo allo specchio. Inizio a piacermi. La paura non snatura più i miei lineamenti e i capelli hanno ripreso a vivere: sono puliti e lucidi e spero nascondano un po’ il livido sul viso che è diventato una macchia informe fra il giallo e il violetto. L’occhio si è aperto di nuovo e fa meno male.
A tavola, inizialmente sono tesa: gli scuri sono spalancati. Cunnigham capisce e mi tranquillizza con una carezza.
Sei bellissima, dice.
Basta la sua voce per darmi pace. Mi sento protetta. Il cibo è ottimo, lui è sempre più affascinante, ridiamo molto…
Mi spiega cosa succederà nelle prossime ore.
Domattina verrà la polizia… No, non guardarmi così, non preoccuparti. Ho già sistemato tutto, ho parlato poco fa con Taddei, non sospetteranno di nulla. Higgins ti sta allestendo il solaio (alla polizia interessa solamente lo scantinato) e nel pomeriggio sistemerà la grata della cantina. Ho detto che sto sostituendo le vecchie prese d’aria.
Troveranno le mie tracce di sangue, le mie orme…
Si passa una mano nei capelli e sorride. Impossibile, dice. Luisa laverà tutto con la varechina e spazzerà per bene il cunicolo che hai percorso.
Sembra tranquillo. Si allunga verso di me e mi bacia sulle labbra.
Don’t be afraid, sussurra.
No, non ho più paura, Lester.
All’improvviso ho un desiderio irrefrenabile di far l’amore con lui. Glielo dico sulla bocca.
Sembra sconvolto. Senza una parola si alza, mi prende per mano e in silenzio saliamo la scala.

Nessun commento: