Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 23 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-ventitreesima puntata-



49

Il primo appartamento che Taddei aveva deciso di far ispezionare quel giorno era il pianoterra di fronte a “Villa Sandri”.
Alle tre in punto del pomeriggio, il Perini con due agenti di polizia e un tecnico della Scientifica si presentarono a casa Binelli.
Li accolse Elena Binelli in persona: «Vi stavo aspettando» esordì con un sorriso sghembo. «Prego, per di qua».
La donna fece strada fino alla cucina e si arrestò davanti a una porta.
«Questo è l’accesso alla cantina».
Il Perini prese dalle sue mani la chiave e le domandò: «Questo è l’unico ingresso alle cantine, signora?».
Lei parve riflettere: «Be’, dall’appartamento è l’unico. Un secondo accesso è possibile dal garage».
La Feli, che sembrava affaccendata al lavello e non attenta a quel dialogo, in modo del tutto inaspettato, s’intromise rivolgendosi timidamente alla padrona di casa: «Signora, credo che anche nello sgabuzzino dei detersivi ci sia un passaggio».
«Sì, effettivamente c’è un piccolo passaggio in quel locale ma non so se porta alle cantine». La voce nasale del giovane Matteo, apparso silenziosamente sulla soglia del locale, sembrò prendere forma dal nulla.
La madre allibì: «E tu che ne sai?».
Il ragazzo si strinse nelle spalle e con aria saccente rispose: «Lo so perché ho notato una porticina dietro l’armadio delle scope e una volta ho provato ad aprirla, ma subito dietro ho trovato una seconda porta, sbarrata evidentemente dall’interno».
Il Perini gli si fece più appresso. «Me la fai vedere?». Poi si rivolse ai colleghi: «Voi iniziate subito dalla cantina».


«Commissario, sono Guidi, la sto chiamando da “Villa Sandri”».
«Ci sono novità?».
«Sì. Finalmente abbiamo trovato alcune tracce in uno dei cunicoli laterali che porta verso la villa dell’inglese».
«Che tipo di tracce?».
«Leggerà tutto nel rapporto, comunque le orme di passi dalla cantina della Sandri fino a quel cunicolo sono essenzialmente due oltre alla traccia dell’operaio ucciso, che si arresta molto prima, nel punto in cui abbiamo trovato il cadavere. Sono piuttosto nitide ma, secondo gli uomini della Scientifica non sono contemporanee, mi spiego?».
«Credo di sì. Lei vuol dire che una è precedente all’altra, è così?».
«Infatti. L’orma più breve si può riferire a una scarpa da ginnastica femminile e potrebbe essere della Sandri perché l’abbiamo confrontata con le sue scarpe e il numero coincide. La più lunga è certamente maschile, più nitida dunque più recente e potrebbe essere stata lasciata da uno stivaletto sportivo, forse da moto. Le due tracce poi si dividono: quella femminile scompare del tutto, come fosse stata spazzata via di proposito, quella maschile prende tutto un altro percorso, in perpendicolare rispetto alla villa».
«Mmmm, è già qualcosa ma non sufficiente per chiarirci le idee».
«Aspetti, non è tutto qui. Le due tracce si sovrappongono- ma attenzione, sempre in due tempi diversi- in un angolo di un cunicolo laterale dove, conficcato in una delle pareti, abbiamo trovato un anello in ferro murato a un metro d’altezza. Potrebbe starci che lì qualcuno sia stato imprigionato, perché sul metallo appaiono evidenti macchie fresche di sangue. E sparsi per terra, a circa dieci metri da quella zona, in mezzo a rifiuti di ogni genere abbiamo trovato i frammenti di una corda del diametro di un mignolo, anche questi imbrattati di sangue».


Si erano amati per ore, in una sorta di folle delirio uno per l’altra e ora, guardando Viola dormire nell’incavo del suo braccio, Cunnigham pensò che non avrebbe mai creduto possibile provare una passione così violenta.
Ritornò con la mente a Paolo Brandi, al fervore che lo pigliava parlando di lei, al fuoco che gli si leggeva nello sguardo e, per un attimo, si domandò se non fosse inevitabile per chiunque soccombere all’insaziabile sensualità di Viola.
A quell’idea scoppiò di gelosia e la rivolle subito. Con gli occhi chiusi, lei gli si avvinghiò e lasciò quasi passiva che lui la possedesse con rabbia.
Viola gemette.
«Scusa. Non so cosa mi è preso». S’era alzato dal letto confuso, a disagio.
«Io sono tua Lester, mi piace anche così» sussurrò lei con uno sguardo strano che lo turbò perché non seppe decifrarlo.
Sedette sul bordo del letto e la baciò. «Riposa ora. Io mi faccio una doccia e vado a vedere a che punto sono i lavori in soffitta».
Quando mezz’ora dopo uscì dalla stanza da bagno, Cunnigham notò che Viola si era addormentata profondamente.
Sorrise. Riposa, riposa amore mio.
Entrò nella cabina armadio e si vestì. In punta di piedi e con le scarpe in mano per non svegliarla, aprì il cassetto del comodino per recuperare l’orologio da polso. Veramente non ricordava più dove l’avesse messo. Aveva scordato tutto fra le braccia di lei. Infatti nel comodino non lo trovò. Stava per richiudere il tiretto quando sul fondo individuò l’angolo di un quaderno mai visto prima.
Lo prese fra le mani e lo osservò. Sembrava un libricino, rilegato in nero e sul recto vi appariva il nome di Viola stampato in corsivo inglese dorato. Forse era quello di cui parlava Luisa.
Non si trattenne e lo sfogliò. Un diario. Una grafia minuta, molto disordinata, in corsivo. Il diario di Viola.
Lo richiuse come fosse stato incandescente per non leggere nulla. Non ne aveva il diritto.

«’sera commissario».
«Chi parla?».
«Sono Brunetti, volevo avvisarla che hanno trovato il furgone».
«Quale furgone? Non può parlar chiaro?».
«Il furgone dell’operaio ucciso a “Villa Sandri”, commissario».
«E dove? Dica tutto, perdio!».
«Al Parco Lambro, all’interno di una cascina abbandonata, pieno zeppo di Punkabbestia e dei loro cani. I ragazzi l’hanno completamente ridipinto con i loro graffiti e privato delle targhe».
«E allora come fa a dire che è proprio quello?».
«Dal numero di telaio, commissario. Dentro è sparito tutto, documenti compresi. È sporco lercio di mozziconi di spinelli e altre amenità del genere».
La sera era calata rapidamente, prima confondendosi con il grigiore del cielo e poi, d’un colpo, inghiottendo la città nel suo ventre oscuro.
Le ricerche in casa Binelli non avevano portato a nulla, a parte il misterioso passaggio dallo sgabuzzino, ostruito da una seconda porta.
Quel dettaglio, unito alla spocchia del ragazzo che aveva fatto in modo di trovarsi lì proprio quando la Feli aveva svelato l’esistenza della porta, aveva insospettito il Perini che decise di far aprire quel pertugio l’indomani mattina.
Matteo aveva pensato bene di uscire, soprattutto per non incontrare il padre. Se le poteva immaginare le scene che il suo vecchio avrebbe fatto alla notizia dell’interesse della polizia per casa loro e non se la sentiva proprio di sorbirsele.
Buttò uno sguardo in cucina e salutò la madre, intenta a preparare un timballo di riso. «Ciao ma’. Vado da Marco».
«A fare che?» rispose lei senza alzare la testa.
«Mi ha invitato a cena».
«Non fare tardi. Vorrei che spiegassi a papà la storia di quella piccola porta dello sgabuzzino. Io non sapevo nemmeno che esistesse».
Matteo non rispose e se la filò, ma non fece in tempo a uscir di casa che si trovò proprio di fronte Marco Rapini.
«Ma che fai? Sto venendo da te».
«Sì, lo so, ma è meglio che ci parliamo qui. Ci sono grosse novità. Viola Sandri è in casa di Cunnigham, almeno penso che sia lei. Una sventola, rossa di capelli, con un occhio nero e le mani fasciate, apparsa dal nulla».
Matteo saltò sui due piedi. «Ottimo. Questa è la prova che mi mancava. Ascolta, i tuoi stasera non ci sono vero?».
L’altro confermò con un cenno del capo.
«Allora coprimi. Per chiunque io sono a cena da te, ok? E se gli stronzi mi telefonano trova una scusa. Puoi recuperare le chiavi delle cantine?».
Marco non riusciva ad aprire bocca, semplicemente rispondeva a cenni all’amico tentando di capire cosa mai stesse per combinare.
Ma il tutto durò pochi istanti, perché quando lo accompagnò negli scantinati del condominio, vide Matteo sparire con sicurezza dentro un corridoio, come se laggiù ci fosse sempre stato.


«Quando tutto questo sarà finito, ci sposeremo nel mio castello in Cornovaglia. Febbraio è meraviglioso là. Fa freddo, ma il parco si tinge di rosso e bruno. Il mare è nervoso, color acciaio e i camini sono sempre accesi. Sono i toni ideali per esaltare la tua bellezza».
Viola rigirò il viso in su, verso quello di Cunnigham, e la luce fioca del comodino colpì in pieno le sue iridi striandole di bagliori di fiamma.
«Sposarci? Vuoi davvero sposarmi Lester?» sussurrò rabbrividendo dall’incavo del braccio di lui.
Cunnigham sorrise e le disse: «Non penso ad altro, amore. E tu? Potrai vivere con un vecchio come me?».
Ma Viola non assecondò la sua ironia. Il suo sguardo si fece cupo e si perse in un punto dietro le spalle di lui, uccidendo i riflessi di prima nel buio. «Posso vivere solo con te. Se ti perdessi ora avrei paura di morire».
Avevano deciso di dormire insieme quella notte fino alla mattina alle cinque, momento del trasferimento di lei in soffitta.
L’inglese spense l’abat-jour sul comodino. Si allungò nel letto e attirò Viola a sé, la baciò sulle labbra e la strinse fra le braccia. «Dormiamo ora. Domani ci aspetta una giornata pesante».
Sopra di loro, nel solaio, Higgins e Luisa stavano terminando di rassettare il locale che avrebbe ospitato Viola. L’uomo era silenzioso da ore e la donna gli si avvicinò. «Che c’è signor Higgins? È così preoccupato?».
Lui si lasciò cadere su una sedia, e a Luisa parve che non avesse aspettato altro di quella domanda per dare la stura alla sua angoscia.
«Ma si rende conto in che pasticcio s’è messo Milord? Se domattina la polizia scopre il passaggio della signorina Sandri da quella grata, siamo finiti. Rigireranno la casa da cima a fondo, la troveranno, incrimineranno Cunnigham per occultamento di persona e noi di complicità. Un uomo come lui! Ma come può perdere la testa fino a questo punto per una sconosciuta?».
Luisa accostò una sedia a quella di lui e gli poggiò una mano sul ginocchio. «Via, Higgins, saprà bene quello che sta facendo, no? Avrà di certo le prove dell’innocenza di Viola. Non può dire tutto a noi. Siamo solo due dipendenti, due persone di servizio».
«A me ha sempre detto tutto. Sono con lui da quando è morto suo padre, vent’anni fa. E poi, quali prove può avere che gli diano la certezza che quella donna non è davvero una pazza criminale? Lei la conosceva già, vero? L’aveva vista all’epoca in cui lavorava per suo zio? Cosa può dirmi di lei?».
«Gliel’ho già detto: Viola veniva spesso a trovare il signor Riccardo, soprattutto la sera, dopo il lavoro e spesso si fermava anche a cena o addirittura a dormire. Ho sempre pensato che fosse una ragazza del tutto normale, affettuosa e sensibile. Stava delle ore con quel poveretto e spesso li sentivo ridere. Lei era l’unica persona che gli dava un po’ di serenità. Lui aspettava soltanto il momento di vederla». Luisa incrociò le mani in grembo e continuò a parlare, sperando di riuscire a calmare l’angoscia di Higgins. «Lui le parlava della casa di famiglia che un giorno sarebbe stata sua e lei ne sembrava entusiasta. Si faceva raccontare la storia della villa che era stata costruita dal nonno, lo rassicurava che avrebbe lasciato ogni cosa com’era, che avrebbe fatto di tutto per mantenere vivi i ricordi con gli oggetti raccolti da suo padre e da sua madre, da lui e dai nonni. Voleva sapere tutto dei vicini, se anche quelle famiglie abitassero le loro ville da tanti anni».
Higgins fece un balzo sulla sedia e la interruppe: «E di noi? Ha chiesto qualcosa di Milord?».
«Oh sì, il signor Riccardo stimava molto Sir Cunnigham pur non avendolo mai incontrato personalmente. Seguiva i suoi articoli d’arte sul “Corriere” e diceva sempre che la sua presenza aveva nobilitato la via Caccianino. Una volta, aveva pensato di invitarlo per fargli esaminare un vecchio quadro attribuito a non so quale famoso artista, ma poi ci rinunciò. Le sue condizioni fisiche non gli permettevano una vita sociale normale. Si vergognava, capisce?».
Sempre più tetro, Higgins tornò a incassarsi nelle spalle e come fra sé aggiunse: «E noi… noi non l’abbiamo mai vista».
«Ma certo che no, come le ho detto veniva la sera tardi e se ne andava la mattina prestissimo. Per voi sarebbe stato un puro caso incontrarla. Ma che cosa la preoccupa tanto?».
«Nulla di preciso. Soltanto sensazioni, brutte sensazioni, signora». Abbassò gli occhi ai suoi piedi e accarezzò Lothar disteso sotto il tavolo. «Anche lui è perplesso. Non l’avvicina mai».
«Ma su, ora non dica assurdità. Lothar è soltanto un cane. Un cane molto attaccato al suo padrone, molto geloso e con un caratterino non proprio adattabile. Andiamocene a dormire. Domani la sveglia è per l’alba».


50

Lester si è addormentato abbracciato a me. È un uomo stupendo. Un principe. Il mio principe. Poco fa mi ha detto che quando tutto sarà risolto ci sposeremo… Non riesco a crederci.
Mi sembra impossibile aver trovato la felicità dopo gli orrori dei giorni scorsi. Mi sembra impossibile essermi innamorata in modo così totale.
Mi dedicherò a lui, per sempre. Sarò la sua donna, la sua amante, sua moglie. Gli darò un figlio… Lady Viola Cunnigham. Mi chiamerò come lui, vivrò qui e in Inghilterra, non lo lascerò mai, nemmeno un istante.
Lui mi proteggerà e io non dovrò temere più nulla.
Sì, domani scopriranno qualcosa. Lo sento, dovranno scoprire qualcosa. Troveranno le tracce del mostro, capiranno chi è e io sarò libera. Libera di uscire allo scoperto, di respirare, di esistere come una persona normale, di gridare al mondo la mia gioia.
Accarezzo Lester, le sue spalle nude, la sua schiena lunga, i suoi fianchi e poi bacio il suo viso e i suoi occhi chiusi, lo abbraccio, si sveglia…
Le sue mani iniziano a esplorare il mio corpo con dolcezza e forza. Mi danno i brividi e la vita.
Ti voglio Lester, gli sussurro. Ti voglio ora e sempre.

51


Taddei suonò il campanello della “Magnolia” alle otto in punto della mattina seguente.
Higgins tentò di nascondere l’agitazione che gli aveva impedito di chiudere occhio per l’intera notte e riuscì ad accoglierlo con la solita formalità: «Buongiorno commissario. Sir Cunnigham sarà da lei fra un attimo, desidera un caffè, un tè?».
«Grazie, sono a posto» rispose l’altro algido. «Posso iniziare a far scendere in cantina i miei uomini?».
Il maggiordomo annuì e fece strada alla squadra dei cinque poliziotti alle spalle del commissario verso l’ingresso della cantina.
Senza chiedere alcun permesso, Taddei si accomodò in un salottino laterale. «Io aspetterò Sir Cunnigham qui».
L’inglese lo raggiunse poco dopo, con un sorriso raggiante e un plateau di brioche calde fra le mani. «Sono appena state sfornate dalla Maria, non può rifiutarle! E ce n’è anche per tutti i suoi uomini».
Taddei scosse il capo e non poté fare a meno di pensare che quell’uomo gli era davvero simpatico. Uno dei pochi ricchi (e per giunta inglese!) simpatici, considerò fra sé agguantando un cornetto.
«Allora, a questo punto, ci vuole pure il caffè» considerò a bocca già piena.
Higgins scattò a prepararlo e, mentre lo aspettavano, Taddei aggiornò Cunnigham sugli sviluppi dell’indagine: «Ieri hanno ritrovato il furgone dell’operaio ucciso in casa Sandri. Era nascosto in una cascina abbandonata all’interno del Parco Lambro, diventata sede di un gruppo di punkabbestia. Sa chi sono, Milord?».
«Ne ho una vaga idea. Non sono quei giovani pacifisti che girano per il centro a elemosinare con i loro cani?».
«Esattamente, anche se non corrispondono affatto alla mitezza che vorrebbero esprimere, in particolare quelli che si dichiarano di sostanziale emanazione punk. Questi ultimi infatti, spesso sono drogati, drogati pesanti e aggressivi, e il più delle volte sono anche pusher. Noi stessi abbiamo difficoltà a beccarli con le mani nel sacco perché adottano sistemi di difesa piuttosto sofisticati. Rifuggono qualunque adattamento alla società e mascherano con l’ideale di libertà assoluta la loro tendenza nomade e randagia di sostanziali sfaccendati. Purtroppo i punkabbestia hanno preso il posto di quei movimenti piuttosto popolari fra i giovani, come furono gli Arancioni negli anni ’70, o più tardi i frequentatori dei centri sociali come il Leoncavallo, considerati ‘interessanti’ dagli intellettuali. Di conseguenza, attirano anche molti elementi della borghesia e con la tacita approvazione dei genitori».
«Immagino che il gruppo che interessa a noi faccia parte della frangia che descriveva come la più trasgressiva» commentò Cunnigham.
«Infatti».
«E cos’hanno detto riguardo al furgone? Dove l’avrebbero trovato?» insistette l’inglese.
«Non hanno ancora confessato dove l’hanno preso o da chi l’hanno avuto, né perché l’hanno privato delle targhe e fatto totalmente ridipingere dai loro graffittari. Non creda sia facile farli parlare».
Higgins rientrò con il carrello del caffè e si avvicinò al commissario.
«Avete dei sospetti che siano stati incaricati da qualcuno di nasconderlo?» domandò cauto Cunnigham.
«Sì, ovviamente, e piuttosto fondati, ma per ora non posso parlarne». Prima di continuare, Taddei si servì del caffè e trangugiò un altro paio di brioche. «Sempre ieri ho ricevuto la telefonata dei due psichiatri indagati per presunto condizionamento a distanza della Sandri. Le perquisizioni dei loro studi non hanno portato a nulla di rilevante. Ancora una volta, i due si sono dichiarati innocenti e si sono resi disponibili a collaborare con noi per chiarire i lati oscuri della psiche della ragazza. La cosa più interessante che mi hanno detto è che sono sicuri che Viola Sandri tenesse un diario personale. La villa è stata setacciata da cima a fondo ma di questo diario non c’è la minima traccia e l’ho detto loro. Tuttavia Collini e la Setti insistono che il diario esiste e che, molto probabilmente la ragazza lo tiene con sé com’è tipico di un certo genere di malati».
Taddei squadrò Cunnigham in attesa e l’altro affondò gli occhi nella tazzina tradendo un attimo di smarrimento. Per fortuna furono interrotti dall’ingresso di un poliziotto bardato come un astronauta che, senza una parola, con una mano guantata allungò al commissario un foglio dattiloscritto.
Taddei lo scorse, poi alzò uno sguardo corrucciato su Cunnigham e lo lesse a voce alta: «Siete sulla strada giusta. In questa casa si nasconde il mostro. Cercate ai piani alti».
L’inglese non fiatò.
«Il suo piano, evidentemente, ha funzionato Cunnigham. Ora può anche consegnarmi quel diario. Perché lei sa dov’è, vero?». continuò il commissario con un mezzo sorriso. Poi si rivolse all’agente e domandò: «Avete fermato i due ragazzi?».
«Solo il Rapini. Per il Binelli aspettavamo lei».

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