Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

giovedì 24 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-ventiquattresima puntata-.



52

OTTAVO GIORNO

È finita. Finalmente è finita. L’hanno preso… Non riesco ancora a crederci.
Nei giorni scorsi sono tornata a casa per qualche ora. Higgins e Luisa mi hanno aiutato a pulire e a mettere un po’ in ordine ma di notte sono tornata qui per stare con il mio amore.
Sono felice e serena.
Stamattina Lester mi ha accompagnato da Collini. Io volevo ringraziarlo e lui voleva parlarmi.
Quando ho rivisto quello studio mi si sono piegate le ginocchia… Quanto dolore, quante lacrime, quante ore a parlare senza sapere di cosa né perché. Ho rivissuto tutto in un secondo e quando ho visto il mio dottore, mi sono buttata fra le sue braccia anche se so che non si dovrebbe fare…
Lester ci ha lasciati soli e mi ha aspettato in sala d’attesa.
Posso sdraiarmi sul lettino come allora? ho chiesto a Collini.
Certo, ha detto lui e si è seduto come sempre dietro di me.
Siamo stati in silenzio per qualche minuto e io ho chiuso gli occhi.
Mi parli di questo, ha detto improvvisamente lui allungandomi un fascio di fotocopie.
Che cos’è?
La copia del suo diario. L’originale ce l’ha ancora la polizia, glielo renderanno fra qualche giorno…
Ho scritto tutto, dottore, come ha detto lei.
Ho visto, l’ho letto… Crede che le abbia fatto bene scrivere?
Oh, sì! Sono sopravvissuta per questo in quelle ore di terrore.
Di certo però, non ha potuto scrivere al buio dei sotterranei né quand’era legata, non è vero? mi ha domandato.
Naturalmente no. Ho seguito il suo consiglio. Scrivevo quando potevo tentando di riportare ogni emozione così come l’avevo vissuta, ho risposto.
Non ricordo di averle consigliato modi e tempi di scrittura. Comunque è per questo motivo che ha scritto al presente?
Sì, è per questo. E, mi creda, rivivendo una seconda volta quegli attimi scrivendoli, riuscivo a scaricare almeno in parte la terribile tensione che mi avevano procurato…
Ha taciuto per un attimo e poi ha detto: le confesso di aver dubitato della sua spontaneità in quel diario, proprio per come l’ha scritto. Mi è parso preconfezionato, a volte freddo, distaccato… E poi non le nego che l’insistere ossessivo a sottolineare quel “lui (o lei)” nell’immaginare il suo persecutore, m’ha fatto pensare a una sorta d’identificazione da parte sua, quasi un’indicazione…
Cosa mi vuol dire? l’ho provocato.
Nulla. Solo quello che ho detto.
Ho iniziato a piangere. Non mi crede?
Ma certo che le credo, tuttavia penso che lei non abbia ancora risolto il suo disturbo di personalità. Mi piacerebbe che avesse voglia di tornare a parlarmi, che sentisse ancora il bisogno di una volta per poterla aiutare. Questa vicenda è stata grave Viola, la sua malattia ne ha certamente risentito.
No, professore. Non verrò da lei. Non ora. Ho trovato la felicità con l’uomo che mi ha salvata… Sono serena, ho bisogno soltanto di lui.
D’accordo, come vuole, ma almeno mi permetta di consigliarle di non abbandonare del tutto la terapia farmacologica. Ora non se ne rende conto, ma il rebound di uno stress come questo si farà sentire quando meno se lo aspetta.
Ci siamo salutati e gli ho promesso di riprendere le medicine.
Ma non lo farò.
La mia medicina è Lester, il mio principe.
Non ho bisogno d’altro. Non ho più paura. Non avrò mai più paura.

53

Alle undici la sala riunioni del commissariato era piena come un uovo di giornalisti.
Varcando la soglia, Taddei e il Perini salutarono tutti e sedettero all’apice del tavolo ovale.
«Miei cari signori, sono lieto di comunicarvi che il caso Sandri si è concluso in tempi ottimali». Taddei aprì la conferenza stampa con evidente soddisfazione, «e ciò grazie anche alla collaborazione di Sir Cunnigham, l’inglese vicino di casa della ragazza. L’avermi avvertito infatti che stava ospitando Viola Sandri e averla convinta a prestarsi da esca sotto la sua responsabilità, ci ha permesso d’incastrare il responsabile dei due omicidi di via Caccianino. Come sempre, cercherò di sintetizzarvi i fatti, ma vista la natura molto particolare di questo caso, se qualche punto non vi sarà chiaro, potrete interrompermi in ogni momento con le vostre domande».
Prima di proseguire, Taddei allacciò con lo sguardo tutti i presenti e dette loro il tempo di avviare i registratori. «Fin dall’inizio, tutte le prove indicavano Viola Sandri come l’artefice della vicenda. Devo confessare di averla io stesso creduta colpevole fino quasi alla fine, influenzato dal suo comportamento psicologicamente instabile e dalla consapevolezza che fosse stata in cura per anni da uno psichiatra».
Filippo Bertoni, inviato di “Repubblica”, s’intromise subito: «È vero che lei sospettò anche del professor Collini e della sua assistente?».
«Sì, nonostante mi sembrasse aberrante che un luminare di quel calibro avesse potuto condizionare a distanza una sua paziente. Ma in un caso dove l’elemento psicotico è predominante sarebbe stato impossibile non valutare anche quest’ipotesi, e l’ha capito pure Collini. In realtà, la successiva disponibilità dei due psichiatri a collaborare con noi contravvenendo alla sacralità del segreto professionale, ci ha permesso di venire a conoscenza dell’esistenza di un dettaglio fondamentale: il diario personale di Viola Sandri, l’ultima determinante prova dell’innocenza di quella poveretta». Il commissario pausò il resoconto e trasse da una cartelletta davanti a sé il quadernetto nero di Viola. «È questo» affermò alzandolo per gettarlo in pasto alla curiosità dei giornalisti.
«Possiamo conoscerne il contenuto?» chiese subito qualcuno.
«La Sandri ci ha permesso di consegnarne una copia a ciascuno di voi. Alla fine di quest’incontro ve la darò, ma andiamo con ordine. In questa storia l’unico malato mentale che si è rivelato veramente pericoloso è l’assassino, Matteo Binelli.
«Un ragazzo nevrotico, figlio delle contraddizioni e degli ideali fasulli del nostro tempo. Privo di carattere, senza interessi, particolarmente incline al sadismo e, a sentire il parere degli psicologi scolastici (che più volte hanno sollecitato la famiglia a farlo curare da uno specialista), afflitto da una grave forma patologica di misoginia e di complesso d’inferiorità».
«Ma come ha potuto architettare una vicenda simile? E per quale movente? Conosceva già Viola Sandri?» le domande della rappresentante del “Corriere della sera” partirono come un fuoco di fila.
«Quando infine l’abbiamo fermato, Matteo Binelli sembrava raggiante: era felice che fossimo giunti a lui. “Era proprio quello che volevo”, ci ha detto» rispose Taddei. «Ora, voi sapete meglio di me che le azioni dei soggetti psicolabili non sono facilmente interpretabili. Quello che in apparenza sembrerebbe il movente primario del Binelli, è quello che lui stesso dichiara senza problemi, ovvero di aver indagato da solo e nell’ombra per accantonare le prove che avrebbero smascherato la natura criminale di Viola Sandri. In questo modo avrebbe potuto dimostrare al gruppo di Punkabbestia di cui ambiva far parte (ma che, come vedremo, lo rifiutava perché “senza palle”), di essere un leader e, ai suoi genitori, una persona con un’intelligenza superiore. Ma ormai è chiaro che, quando ha scoperto il famoso incartamento delle prove di liberazione dell’inconscio della Sandri, l’ha utilizzato per montare un originale, orribile caso di cronaca nera che soltanto lui avrebbe potuto risolvere, per conquistare una fama nazionale che l’avrebbe fatto assurgere alle prime pagine dei vostri giornali, riscattandolo dall’inutilità della sua vita e dall’insulsaggine della sua persona».
«Ma scusi, dove aveva trovato quegli scritti?» domandò ancora Bertoni.
Il commissario si alzò, circumnavigò il tavolo e sedette sul piano con una gamba ciondoloni. Si versò dell’acqua da una bottiglia, bevve, riprese fiato e continuò: «Fu il caso. La settimana prima del trasloco, Viola Sandri fece un paio di scappate in tarda serata alla villa per portarvi i suoi effetti personali, con un’auto prestata da un’amica. Una sera di quelle ha incontrato Matteo che, vedendola in difficoltà, si è offerto di aiutarla a scaricare. Secondo la ragazza il plico che le aveva a suo tempo consegnato Collini e che lei non aveva mai aperto, era contenuto in una delle sacche trasportate prima del trasloco. È molto probabile che, vista l’intestazione di uno studio psichiatrico, per curiosità  il Binelli l’abbia rubato. Lui stesso confessa di esserne venuto a conoscenza in quell’occasione.
Il ragazzo ammette infatti di aver incontrato la Sandri, di averla aiutata a scaricare l’auto e di aver curiosato nella famosa busta perché era aperta e i fogli contenuti chiaramente leggibili. Giura però che lei lo scoprì e che per questo accampò una crisi di nervi. Infine gli strappò la busta dalle mani e lo cacciò via brutalmente. Spaventato dall’abnorme reazione della ragazza, il Binelli dice di aver pensato proprio in quel momento che fosse pazza. E aggiunge di essersene definitivamente convinto qualche giorno dopo quando, spiandola dalla finestra della villa, la vide sfogliare tranquillamente quell’incartamento e selezionarne alcuni fogli. Ma, sempre a sentir lui, non appena la Sandri si accorse della sua presenza, esattamente come la prima volta, all’improvviso cambiò atteggiamento: si allarmò, gridò e si gettò per terra inscenando una crisi isterica».
La domanda giunse questa volta dall’inviato del “Giornale”: «E perché il ragazzo non fece mai cenno del suo primo incontro con la Sandri né in casa né alla polizia?».
«È ovvio che di quell’incontro non parlò con nessuno. Tenendo fede, come le prove indicano, alla versione della ragazza, Matteo Binelli con quegli scritti si era trovato fra le mani un’occasione unica, di straordinaria morbosità. Un’occasione perfetta per scatenare la sua perversione a perseguitare Viola Sandri e, allo stesso tempo, per inscenare una tragedia che, come ho già detto, avrebbe potuto risolvere soltanto lui. Alcune di quelle pagine, evidentemente trafugate da lui quella prima sera, sono state infatti trovate anche sotto il suo materasso insieme con un paio di guanti di lattice. Naturalmente lui si scagiona dicendo di aver raccolto quei fogli in un secondo tempo, soltanto per accantonarli fra le prove delle sue scoperte nelle cantine, da sottoporre poi alla polizia».
«Ma non ebbe timore di essere riconosciuto dalla Sandri il giorno che la spiò dalla finestra?» insistette il giornalista.
«Per questo si tutelò indossando un passamontagna. La Sandri afferma infatti di aver intravisto soltanto un paio di occhi».
Il commissario fece una pausa per bere di nuovo e un giornalista che non riconobbe ne approfittò: «Come mai il Binelli aveva così dimestichezza con i sotterranei di via Caccianino?».
«Guardi, è stato proprio lui a confessarci di averci spesso vagato, incuriosito dai meandri sotterranei o, semplicemente, per non farsi trovare dai genitori. Ha dichiarato che il suo passaggio preferito è sempre stato proprio lo sconosciuto pertugio dello sgabuzzino del suo appartamento che, quando iniziammo le indagini, s’è affrettato a chiudere a chiave dall’interno passando dal garage. Pieno di boria, il ragazzo ha ammesso di essersi avventurato anche l’altra notte fino alla cantina di Cunnigham per lasciare il messaggio dattiloscritto che indicava, seppure indirettamente, la presenza della Sandri alla “Magnolia”. E Marco Rapini l’ha confermato, rivelando di aver aiutato il Binelli a introdursi nelle cantine e, un’ora dopo, di aver ricevuto da lui una telefonata dai sotterranei con la richiesta di battere a computer quel testo, e di portarne la stampa all’ingresso».
«Che ruolo ha avuto il Rapini in questa storia? Come ha commentato il comportamento del suo amico? E come ha giustificato il suo?». Evidentemente la brunetta del “Corriere” era abituata a fare tre domande per volta, considerò fra sé Taddei con un lungo sospiro.
«Marco Rapini è sconvolto. Continua a ripetere di non credere alla colpevolezza di Matteo. Lo ritiene un ragazzo difficile, turbato e nevrotico ma anche un perseguitato, un incompreso dalla famiglia e dai compagni. È fermamente convinto che l’amico abbia agito per dimostrare quelle capacità che nessuno gli riconosceva. Ma, a tutti gli effetti, il Rapini è stato suo complice» aggiunse il commissario, «… un complice ignaro delle vere intenzioni del Binelli che l’aveva incaricato di spiare attraverso un cannocchiale gli avvenimenti delle ville di fronte. Dal Rapini, il nostro venne a conoscenza dell’arrivo dell’operaio delle serrature, della visita del Brandi a Cunnigham e, successivamente, della presenza della Sandri in casa dell’inglese».
Dal fondo della sala si levò la voce incerta di una giovane cronista: «Può spiegare la dinamica e il motivo dell’omicidio dell’operaio delle serrature?».
Con un gesto breve, Taddei passò la palla al Perini: «L’uomo avvertì la Sandri di rumori sospetti nello scantinato, ma lei non gli diede peso perché credette che l’uomo stesse curiosando in casa. Per questo s’infuriò e lo sollecitò a proseguire il suo lavoro.
«Finito il lavoro, l’operaio uscì dal retro per recuperare il furgone e, nel sottoscala, s’imbatté nel Binelli. Ma badate bene: la decisione dell’omicidio non fu premeditata. Per il ragazzo era inevitabile eliminare un testimone scomodo della sua presenza in quella casa.
«Matteo, quindi, colpì l’uomo alla nuca con il primo oggetto che si trovò fra le mani, un bronzetto trovato in cantina, e gli fracassò il cranio. Per il patologo non c’è il minimo dubbio che il delitto sia stato opera di una persona mancina e, come poi abbiamo appurato, Matteo Binelli è sinistrorso. In più, l’orario della morte dell’operaio, coincide con l’assenza del ragazzo da scuola e, nei sotterranei, le orme dei suoi stivaletti da moto sono più che nitide sia sul luogo del delitto sia nella zona dove in seguito la Sandri è stata imprigionata».
Taddei ringraziò il collega e riprese la parola: «Dopo l’omicidio, il Binelli indossò un giubbotto e un berretto della Sandri: su questi indumenti, che abbiamo trovato appallottolati in un angolo degli scantinati, sono state rilevate le sue impronte digitali e dei capelli che, dai primi esami parrebbero suoi. Secondo il Binelli invece, quegli abiti facevano parte delle cose che aveva aiutato a portare in casa la prima volta che incontrò la Sandri, ma capite anche voi che questa è un’ipotesi accampabile con troppa facilità. Tornando alla cronaca, l’assassino trascinò il cadavere in cantina e uscì col furgone con l’intenzione di far ricadere i futuri sospetti del suo delitto sulla Sandri. Se infatti qualcuno l’avesse visto, con l’aiuto del buio e vestito con gli abiti della ragazza, l’avrebbe senza dubbio scambiato per lei. Dalla villa portò il mezzo al Parco Lambro e lo mollò ai suoi amici punkabbestia».
«Perché il Binelli ha pensato di nascondere il furgone?» domandò Bertoni.
«Oh, se dovessimo credere a lui, le cose sarebbero andate diversamente. Per il Binelli, fu Viola a uccidere l’operaio e fu Viola a portar via il furgone. Lui ne fu testimone, nascosto negli scantinati. Poi la seguì con la moto e la vide abbandonare il veicolo al posteggio della metropolitana di Cascina Gobba. La stessa notte, dice di essere andato a riprenderlo e di averlo portato ai Punkabbestia semplicemente come trofeo. Pur con grande fatica, siamo riusciti a far ammettere ai punkabbestia di essere stati regolarmente messi al corrente delle intenzioni persecutorie del Binelli nei confronti della Sandri. Con loro se ne gloriava… Ma anche quei balordi, come il Rapini, lo ritengono innocente. Vi leggo parte della testimonianza di un’appartenente al gruppo, una certa Melissa: “Da tempo Matteo voleva introdursi nel nostro gruppo, voleva misurarsi con noi, ma era chiaro che non aveva le palle. Si capiva che era un frikka, buono soltanto a farsi bello con i soldi, infatti ce ne ha sempre dati tanti. Quando incontrò quella donna venne subito a raccontarcelo. Sembrava fatto, era troppo su di giri. “È la mia occasione” ha detto. “Quella è una pazza pericolosa. Voglio capire cosa cazzo sta imbastendo per sputtanarla”. Era convinto che la Sandri fosse una malata criminale e, allo stesso tempo ci diceva di essere affascinato dalla sua perversione, dalla sua follia. Ma non era vero: lo diceva soltanto per colpirci. È stato un gioco troppo estremo per uno sfigato come lui, un gioco che alla fine gli ha preso la mano e il cervello. Quando ci ha portato il furgone era in palla. Ci ha chiesto di graffittarlo, di farne quello che volevamo, che ci avrebbe pure pagato, come sempre, ma non ci ha spiegato perché, né ha parlato di morti ammazzati. “Ci sono. Ci sto quasi arrivando, vedrete” ha detto. Non ha ucciso nessuno Matteo, non ne sarebbe capace. Semmai, cercate chi l’ha incastrato. Per lui era soltanto un gioco”».
«Un gioco senza senso, assolutamente paranoico» commentò quasi fra sé Bertoni, e poi chiese: «Perché il Binelli imprigionò la Sandri in cantina e perché poi la liberò, apparentemente senza motivo?».
«Il gioco paranoico, come lo chiama giustamente lei, prevedeva di far sì che tutto apparisse opera della Sandri, opera di una malata di mente, per attirare l’attenzione su di sé o soltanto per la natura della sua presunta psicosi. Il Binelli si difende affermando che è sicuro della lucidità della donna: secondo lui avrebbe finto di essere perseguitata per colpire l’interesse di qualcuno, in particolare di Sir Cunnigham. Messo infatti a confronto con il diario personale di Viola Sandri, ripete che è tutto falso, che lei l’avrebbe scritto apposta per creare una prova in più del suo ruolo di vittima».
Per la prima volta dall’inizio della conferenza stampa, prese la parola un collega del giornalista ucciso nel caso Sandri: «Secondo lei, Paolo Brandi ha fatto in tempo a capire chi fosse il suo assassino?».
«No, credo proprio di no. Brandi è stato ucciso alle spalle perché si è trovato nel posto giusto, ma al momento sbagliato. Qualche passo in più l’avrebbe condotto a scoprire la Sandri imprigionata là sotto. Ancora una volta il Binelli si trovò costretto a uccidere per non rischiare di essere scoperto. E ancora una volta capì come sfruttare il secondo omicidio contro la sua vittima. Infatti l’arma del delitto è un coltello che fa parte del set di cucina di Viola Sandri, lo stesso coltello che utilizzò per liberare la ragazza dalla corda con la quale l’aveva imprigionata. E, anche se nessun testimone è in grado di confermare l’assenza di Matteo da casa nell’ora in cui il patologo ha stabilito la morte del giornalista, i ripetuti colpi di pugnale sono stati certamente inferti da una mano sinistra» Taddei indicò con un gesto l’inutilità di ulteriori analisi.
«Che ne sarà ora di Matteo Binelli?».
Alla domanda dell’inviato del “Giornale” rispose di nuovo il Perini: «Per ora è ricoverato in una clinica psichiatrica dove, fra l’altro, i medici hanno già accertato che il suo stato psicologico è stato aggravato dall’uso di stupefacenti. Poi naturalmente ci sarà un processo, ma vista la tipologia dei fatti, il ragazzo probabilmente finirà la sua vita in un manicomio criminale».
«E Viola Sandri? Come sta? Ammette anche lei commissario che il suo comportamento è comunque patologico?». L’ennesima tripletta della giornalista del “Corriere” strappò suo malgrado un sorriso a Taddei.
«Non sta a me giudicare lo stato psicologico di Viola Sandri, signorina, anche se è innegabile che si tratta di una persona instabile ma, secondo gli esperti, dannosa soltanto a se stessa. Di questo si è occupato e si occuperà chi di dovere. Quello che posso dirle è che evidentemente il Binelli ha saputo approfittare dell’insicurezza psicologica della sua vittima per improvvisare una trama mostruosa, di una violenza incontrollata e insensata che potesse gratificare la sua patologia, molto più grave. Questa è stata anche per noi una vicenda molto particolare, dai contorni oscuri proprio perché l’incontro di due protagonisti accomunati da problemi psicologici così singolari e così tragicamente complementari ha scatenato fatti con caratteristiche molto difficili da decifrare secondo i codici della logica e della criminalità comuni».
«Un vero e proprio scontro fra titani psicopatici» sghignazzò fra i denti Bertoni.
Taddei preferì far finta di non aver sentito e, lanciando un’occhiata a tutta la sala concluse: «Ci sono altre domande?».
Attese qualche istante, ma dal brusìo generale non si levò alcuna richiesta. Allora distribuì le copie del diario di Viola, salutò uno per uno i giornalisti con una stretta di mano e prima di congedarli aggiunse: «Mi raccomando, segnalate l’importanza della collaborazione dei civili nelle nostre indagini. Come vi ho detto, senza il coraggioso aiuto di Sir Cunnigam, la soluzione di questo singolare caso avrebbe potuto avere un percorso pericolosamente diverso e, in ogni caso, senz’altro più lungo».

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