Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

venerdì 25 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-venticinquesima puntata-


54

FEBBRAIO


Sfiorò con la mano il posto vuoto nel letto al suo fianco.
Cunnigham aveva aperto gli occhi, con l’inquietante sensazione di appagamento assoluto che lo invadeva dal momento in cui aveva fatto l’amore con Viola la prima volta.
Rotolò al posto di lei e si strofinò nelle lenzuola assorbendone l’odore ancora intenso. Quanto avrebbe potuto durare la sua felicità?
Per sempre, si convinse soffocando quello strano senso di turbamento e di ansia che provava spesso pensando a lei senza capirne il motivo.
Accarezzò il guanciale e per poco non si ferì, perché le sue dita inciamparono in un foglio di carta fissato alla federa con uno spillo.
La camera era immersa nella penombra del primo mattino e lui dovette accendere la luce sul comodino per vedere di cosa si trattasse. Sedette sul bordo del letto e inforcò gli occhiali.
Era un foglio di quaderno, a righe, riempito da una calligrafia precisa, in stampatello:

“DIARIO DI MORTE

18 febbraio
Come hai fatto a non capire chi sono amore mio? Io sono il tuo Destino e so tutto di te da tanto tempo. Ti ho voluto e ti ho avuto. Ora è giunto il momento d’impossessarmi della tua vita per alimentare la mia… È stato facile. Ancora una volta, è stato troppo facile!
Viola…
Preso dal panico, scattò in piedi, si vestì con quello che trovò e si precipitò di sotto.
Attraversò il salone e vide Higgins di spalle che, in ginocchio, stava pulendo il camino. Una luce limpida e rara per quella stagione filtrava dalle tende di bisso delle portefinestre e creava macchie sfacciate sull’antico pavimento di granito.
Per non insospettire il cameriere, Cunnigham tentò di darsi un contegno: «Ha visto Milady, amico mio?»
«Sì, Milord. È uscita poco fa a cavallo».
La voce di Cunnigham s’incrinò. «Quale cavallo? Spero non quell’intemperante di Seamoon».
«No. Oggi ha scelto Sunshine, Milord».
«Bene. La raggiungerò. Ci rivedremo per pranzo, Higgins».
L’uomo attese che il padrone si fosse allontanato dalla stanza e svelto si rialzò da terra.
Nelle scuderie Cunnigham infilò stivali e pastrano e si fece sellare il suo cavallo preferito da Patson, lo stalliere. «Faccia in fretta, per favore. Voglio raggiungere Milady. Le ha detto dove andava?».
«Alla scogliera Milord» rispose l’uomo porgendogli le briglie di Cassius, un baio enorme, flashato di bianco sul muso.
Appena fuori dalle stalle, Cunnigham spronò lo stallone al galoppo e in pochi istanti scomparvero oltre il bosco in fondo al parco seguiti dal latrare di due setter.
L’aria gli sferzava la faccia in carezze gelide e lui si stupì di non riuscire a pensare a nulla.
Tutt’uno con Cassius, gli pareva di correre nell’infinito, in un vortice d’improvvisa follia. Gli zoccoli del cavallo battevano ritmicamente il terreno e rimbalzavano nel suo cervello vuoto in echi insopportabili, mentre il suo corpo vibrava e s’innalzava e poi scendeva sulla sella come un’onda anomala.
Finché giunse alla scogliera e la vide. Di spalle, con i capelli impazziti nel vento come fiamme, stringeva le briglie di Sunshine in una mano e scrutava l’orizzonte.
Cunnigham si fermò a pochi metri da lei e con un salto scese da cavallo. Viola non si mosse.
«Speravo che tu venissi presto» disse senza guardarlo.
«Per fortuna stai bene… Ho trovato questo, ho avuto paura per te amore» bisbigliò lui allungandole il foglio. Cercò di abbracciarla ma lei fece due passi avanti e non rispose.
«L’hai letto anche tu? Non avere paura, ora ci sono io con te. Guardami amore, ti prego» le sussurrò tentando di nuovo di farla voltare verso di lui. Poi, protettivo le afferrò un braccio.
Lei si divincolò e finalmente si girò.
Lo guardò negli occhi. Aveva uno sguardo livido, mai visto. «Questa lettera non è per me. È per te, amore mio. Vieni più vicino» gli disse con un sogghigno.
Sotto di loro il mare mugghiava come un cattivo presagio. Lui le si accostò e Viola gli gettò le braccia al collo. «Abbiamo poco tempo, Prima dobbiamo parlare, devi capire» gli sussurrò con la bocca sulla sua.
«Che significa?» domandò lui. «Che significa che questo messaggio è per me?»
Lei sospirò. «Significa che l’ho scritto io per te. Non hai ancora capito che rappresento un clamoroso episodio di fallimento della psichiatria? Povero Collini, se sapesse che l’ho sempre preso in giro». S’interruppe e rise forte, gettando il capo indietro. «Ho finto tutto, amore. L’ipnosi… e quegli esercizi, erano soltanto una cronaca, una lucida cronaca della mia alienazione. Non sono egoriferiti, come crede Collini. Il soggetto di quelle minacce era Laura. Da tempo immaginavo ossessivamente di perseguitarla e poi di ucciderla e infine di sostituirmi in qualche modo a lei per alimentarmi della sua vita facile e piena. Ho sempre saputo cosa stavo scrivendo, volevo provare a me stessa la forza della mia “diversità” e, come vedi, messa alla prova nella realtà la mia “diversità” ha vinto!».
Cunnigham si lasciò abbacinare dalla trasformazione di Viola.   Persino la sua voce s’era fatta stridula, tagliente. Incredulo, la osservò irrigidirsi con uno scatto, mentre la sua espressione mutava di nuovo.
I suoi occhi divennero due lame e riprese a parlare in un monologo inarrestabile: «Matteo Binelli non c’entra nulla. Mi sono servita di lui perché dovevo ottenere ciò che mi ero prefissata. Te. Volevo te e la tua vita. Il tuo nome e le tue case. Il tuo cameriere e la tua automobile. Il tuo passato e il tuo futuro, finché avessi voluto, finché non mi fossi svuotata di nuovo. La giovane vedova Cunnigham, miliardaria ma infelice. Mi piaceva da pazzi l’idea, il personaggio. La nostra è una storia antica, amore mio. Lo zio Riccardo mi ha parlato tanto di te…».
S’interruppe per un istante, gli si fece ancora più vicina e con un sorriso sinistro gli carezzò il viso. La sua mano era di ghiaccio. «Ho provato milioni di volte il percorso dalla mia cantina alla tua e al momento buono ci sono arrivata davvero a occhi chiusi! La sera che incontrai Matteo Binelli e lui si offrì di aiutarmi a scaricare la macchina, lo scoprii frugare in quella borsa e capii che il destino mi stava offrendo la chiave del mio progetto su un piatto d’argento. Lo vidi spiare nella busta aperta dei miei esercizi di liberazione dell’inconscio e simulai una crisi di nervi per verificare la sua curiosità, la sua morbosità. Quell’idiota sarebbe stato perfetto per rappresentare il mio persecutore. Oltretutto, osservandolo maneggiare i bagagli, non mi ci volle molto a capire che era mancino: un dettaglio molto utile per incastrarlo quando e se mi fosse servito… Gli strappai dalle mani la busta e lo cacciai. Poco prima l’avevo visto trafugare qualcuno di quegli scritti, ma feci finta di nulla. Da quando entrai nella villa, iniziò a spiarmi e a farmi spiare dal suo amico. Quel topo di fogna s’introduceva dai sotterranei nella mia cantina pensando che io non lo sentissi. Aveva un comportamento incosciente, irrazionale, sempre più paranoico, morboso. Ideale per me. Ho ucciso l’operaio delle serrature proprio perché avevo sentito che Matteo era in cantina. Allora gridai per essere certa che mi spiasse e mi vedesse. Poi portai via il furgone. Ricordi? Fu quella sera che tu mi incontrasti mentre rientravo con le sacche del supermercato e tu stavi uscendo con la macchina. Matteo mi seguì e io mi lasciai seguire: mi dissi che forse il suo fine era di smascherare la mia pazzia, o che forse voleva soltanto osservarmi per una sorta di oscura alienazione mentale, di attrazione perversa. Ma non m’interessava sapere cosa lo spingeva a comportarsi così, capisci? Senza accorgersene, stava per cadere nella mia trappola, soltanto questo importava per me. Avevo capito che mi bastava improvvisare qualunque mossa per vederlo reagire nel modo più stupido e allo stesso tempo perfetto per impigliarsi senza scampo nella rete che stavo intessendo. E infine Paolo. Paolo è stato un piacevole fuori programma, un altro segno del destino. Ho goduto a uccidere insieme con lui il dolore del nostro passato, la sua ipocrisia, la nostra impossibile vita insieme. E allo stesso tempo ho potuto servirmene ancora contro Matteo».
Si allontanò di qualche passo e tornò a guardare l’orizzonte. Cunnigham non le staccava gli occhi di dosso senza riuscire a dire nulla.
D’un tratto Viola parve più calma. Il suo sguardo si perse lontano e la sua voce divenne dolce, malinconica: «Ho finto sempre amore: la caduta dalle scale, l’occhio nero e tutto il resto, me li sono provocati da sola. Sono la maestra dell’autolesionismo. Peccato che non potrai accertarlo con Collini. Lui ne sa qualcosa. Quello che non ha mai capito- o forse l’ha intuito troppo tardi- è che proprio attraverso l’analisi mi sono riconosciuta per quella che sono, e che alla fine mi sono accettata. Io sono così. Non posso cambiare. E mi piace essere così. Il mostro dentro di me è più forte di tutto».
Si girò di nuovo verso di lui e il suo viso mutò ancora una volta. S’indurì come una pietra. «Ora sai ogni cosa. Esclusa la fine, già scritta nell’ultima pagina del mio diario: il diario della tua morte e della mia prossima vita. Monta su Cassius».
Cunnigham non si mosse né parlò.
Fra le mani di Viola era apparso un revolver, e lui si domandò dove mai lei l’avesse preso e dove l’avesse tenuto fino a quel momento. «Monta su Cassius ti ho detto» gridò lei puntandogli l’arma in faccia.
Senza alcuna reazione, lui si accostò al cavallo, infilò un piede nella staffa e salì in groppa. Guardò sua moglie ancora senza un pensiero. La sua mente si era azzerata, annullata di colpo.
Lei si aggrappò alle briglie e condusse il cavallo verso il ciglio della scarpata. Aveva il volto stravolto ma felice. Straordinariamente felice. Follemente felice.
Cunnigham chiuse gli occhi. Ancora non riusciva a pensare, ma non poteva sopportare di guardarla. Dio, fra un attimo non avrebbe più potuto guardare nulla.
Sentì il calore del cavallo sotto di sé, lo sentì fremere, scalpitare. Lo sentì opporre una disperata resistenza ad avvicinarsi ancora di più allo strapiombo. Allora lo carezzò sul collo in un estremo contatto di conforto, e la sua mano s’infradiciò di sudore schiumoso.
Cassius aveva paura, iniziava a impennarsi, nitriva mentre Viola gridava, lo incitava, lo frustava a sangue con una forza incredibile, indomabile. All’improvviso il fragore di uno sparo lacerò il sibilo del vento e tutto sembrò rallentare come sullo schermo di una moviola. Il cavallo si rizzò imbizzarrito sulle zampe anteriori e Cunnigham immaginò di star per volare nel vuoto.
Era finita. Il suo cuore perse un colpo. Sentì di star per ripiombare verso terra ma uno strappo improvviso alle briglie fece scartare Cassius con tutto il peso all’indietro.
Il cavallo gli cadde addosso e lui sentì spezzarsi di netto la gamba destra, come il ramo morto di un albero. Con un nitrito agghiacciante Cassius si risollevò e ripartì al galoppo verso le stalle, e finalmente Cunnigham si guardò attorno.
Cercò Viola e la vide subito.
Distesa in una pozza di sangue, a pochi metri da lui. Giaceva in una posa innaturale, come una bambola disarticolata, ma il suo viso era splendido, disteso. Gli occhi di rame spalancati per sempre nel cielo che iniziava a riempirsi di piccole nuvole scure.
E seguendo quello sguardo nell’infinito, Cunnigham si sorprese d’incontrare il volto sconvolto di Higgins sopra il suo, al contrario.
Pensò sconcertato che era buffo.  Atrocemente buffo.
«Le avevo detto che sarei sempre stato al suo fianco, Milord.»

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