Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

venerdì 4 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE

-quarta puntata-

7

L’operaio sta lavorando alle serrature e io sono più serena. Ha detto che gli ci vorrà quasi tutto il pomeriggio ma che alla fine il lavoro sarà perfetto. Mentre lui è in casa, mi decido a uscire in giardino.
Il cane se n’è andato ma ha lasciato le sue tracce maleodoranti proprio vicino alla fontanella. In compenso è riapparso il gatto pezzato che mi si struscia contro le caviglie.
Controllo le case dei vicini: a sinistra c’è una villa bellissima e molto curata, con una grande magnolia. Mi par di ricordare che è di quell’inglese che piaceva tanto allo zio Riccardo. Non riesco a vedere nessuno, ma le imposte sono aperte ed è certamente abitata. Ci divide un muretto nel tratto sulla strada e una siepe di lauro verso il retro. Che il cane sia passato di lì?
Quasi di fronte c’è una specie di castellotto, suddiviso in appartamenti, isolato da un muro abbastanza alto. Le finestre che danno sul mio lato sono tutte aperte e da una di queste, al primo piano, vedo spuntare una sorta di piccolo cannocchiale.
Rientro di corsa in casa con un brivido. È lui (o lei)? Sta controllando me? Salgo le scale e vado nel salottino al primo piano. Sbircio dalla finestra e mi rassicuro perché quell’occhio indiscreto non è orientato di qui ma su un terrazzo della villa contigua.
Sbadiglio. È la fame. Sono le quattro e ancora non ho mangiato nulla. Quando l’operaio avrà finito dovrò andare a fare la spesa. Lo sento cantare. Speriamo che non perda tempo. Non so perché, ma ora non ho paura. Domani andrò anche alla polizia…
Improvvisamente non sento più l’operaio cantare né il tramestio dei suoi strumenti. Avrà già finito? Lo raggiungo all’ingresso ma non c’è. Seguo il corridoio e lo ritrovo nel sottoscala. Indica la cantina e mi fa dei cenni. Bisbiglia che da sotto giungono rumori strani… Evidentemente è imbarazzato perché l’ho scoperto girare a vuoto per casa. Sono costretta ad alzare la voce e a chiedergli di non perdere tempo. Contrito, riprende a lavorare.


8

«Milord forse non ha notato che Lothar è andato di nuovo a fare i suoi bisogni nel giardino accanto».
Alla voce del maggiordomo, Cunnigham sussultò vistosamente dalla full immersion in un tomo di storia dell’arte.
«Lo so, Higgins. È un’abitudine che dovremo togliergli. Sappiamo entrambi che il mio cane non ama sporcare nel suo giardino e che preferisce quello degli altri, ma ora purtroppo quella villa è abitata. Non possiamo fare queste figuracce».
Higgins fece un breve cenno con il capo e aggiunse: «Sarà difficile Milord. Lothar è particolarmente testardo. Forse è meglio rinforzare la recinzione con una rete metallica».
L’inglese si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra dello studio proprio mentre un camioncino stava uscendo dal giardino adiacente. Restò per un attimo in silenzio a guardare la manovra, poi alzò un sopracciglio e, girandosi verso il vecchio maggiordomo, rispose: «Sì. Forse è bene isolarci meglio. Chiami subito il giardiniere. A proposito, quando entra nello studio, le dispiacerebbe annunciarsi bussando?».
L’uomo annuì in silenzio e lasciò la stanza, e Cunnigham tornò a osservare la proprietà accanto. La nuova vicina aveva fatto cambiare le serrature dei portoncini e del cancello. Poco prima l’aveva notata fare un giro furtivo in giardino ma non era riuscito a vederla bene in volto e, comunque, non gli era parsa quella gran bellezza che descrivevano in giro. Troppo alta, troppo magra, troppo sciatta.
Spostò l’attenzione alle finestre della casa: erano tutte chiuse. Forse la ragazza era uscita mentre lui era seduto alla scrivania? Impossibile, visto che l’operaio se n’era andato solo ora.
Sarà un tipo scostante e introverso, pensò. Meglio così, concluse, e si avviò in camera da letto per farsi una doccia e cambiarsi d’abito. Quella sera aveva accettato un invito a cena da una coppia di amici, purtroppo.
Un’ora più tardi, guardandosi nello specchio dell’armadio, Cunnigham apprezzò con una punta d’orgoglio lo stile rigorosamente anglosassone del suo abbigliamento. Doppiopetto di panno blu notte (con bottoni piatti color metallo, attenzione, non dorati), camicia a righe larghe azzurro scuro con collo e polsi bianchi abbottonati da gemelli con riproduzioni vittoriane di due teste di bulldog, cravatta regimental con stemma del suo Club londinese, pantaloni di vigogna scura e scarpe marroni con impunture e fibbia laterale.
Cunnigham era sempre stato considerato un bell’uomo anche se non rientrava nei canoni classici dell’avvenenza maschile: molto alto, longilineo e scattante, aveva più che altro il fascino fisico dello sportivo in netto contrasto con i lineamenti nobili e intellettuali della faccia un po’ lunga, nella quale convivevano in perfetto equilibrio estetico, l’imprevedibilità degli occhi azzurrissimi, freddi, indagatori, con la sensualità di una bocca da ragazzo.
Un ex biondo ultracinquantenne che, nonostante il carattere ombroso e l’attitudine a vivere solo, piaceva ancora molto alle donne.
Indossò il cappotto di cammello e scese le scale. Salutò Lothar con una pacca sul testone e uscì per raggiungere Higgins già in attesa sulla Bentley.
Mentre aspettavano che si richiudesse il cancello elettrico, scorse la sua nuova vicina arrivare dal fondo della via con due borse del supermercato. L’oscurità non gli permise nemmeno questa volta di vederla bene. Ancora si domandò quando fosse uscita.
Durante il lungo tragitto verso piazza Borromeo, con fare casuale interrogò Higgins: «Ha già conosciuto la nostra vicina?».
«No Milord, non l’ho neppure intravista. I negozianti e i vicini dicono già che sia un tipo piuttosto schivo».
«Fortunatamente per noi» commentò Cunnigham con un breve sospiro.
«Già. Fortunatamente per noi, Milord. Pare che nessuno l’abbia veduta nemmeno durante il trasloco».
Cunnigham ritenne che fosse giunto il momento di un affondo: «Noi invece l’abbiamo appena incrociata. Era quella spilungona con le sacche del supermercato che per poco lei non ha investito».
«Davvero Milord?» interloquì con scarsissimo interesse il maggiordomo. «Mi permetto di osservare che si tratta di un normotipo nonostante la vedova Tirelli la descriva come una donna di grande fascino».
«Perché? La Tirelli l’ha vista?» insistette curioso il nobiluomo piegandosi in avanti verso l’autista.
Higgins non si stupì dell’insistenza del padrone. Conosceva bene il suo carattere pignolo e viziato, curioso e snob. Ciò che realmente non capiva era l’interesse per un soggetto tanto anonimo. Comunque, fissandolo dallo specchietto retrovisore, gli rispose con sicurezza: «Ma certo che no, Milord. La signora parla per sentito dire perché anche in passato, nessuno ha mai visto la Sandri. Dicono che la signorina venisse a trovare lo zio in orari diversi, a volte a tarda sera. Infatti, nemmeno noi allora l’abbiamo mai incrociata. Per la Tirelli è un modo come un altro per parlare di qualcosa e con chiunque.»








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