Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

venerdì 11 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-undicesima puntata-

21


Ho vissuto come in trance per non so quanto tempo.
Ricordo di essere svenuta in giardino e, per una frazione di secondo, dell’inglese in pigiama sotto la pioggia, chinato a tastarmi il polso. Poi il nulla, finché l’effetto dell’acqua bollente a contatto del mio corpo nudo mi ha riportata al presente.
Mi sono ritrovata immersa in una vasca da bagno mentre Luisa, la badante dello zio Riccardo, mi stava passando una spugna dappertutto.
Ho creduto di essere in preda al delirio, di vivere in un incubo. Ho iniziato a gridare, a scalciare, ho tentato di uscire dalla vasca.
Voglio tornare a casa mia, portatemi via subito di qui. Dove sono?
Luisa ha detto che l’inglese è una persona gentile, che mi ha portato a casa sua perché avevo perso i sensi e che poi ha chiamato lei ad assistermi sapendo che è una persona fidata, molto legata alla mia famiglia.
L’ho minacciata: non m’interessa nulla, voglio tornare a casa mia o chiamerò la polizia.
Le chiavi… Dove sono le mie chiavi? ho gridato. E la cintura? Sulla pelle portavo una cintura-marsupio. Dov’è? L’ha aperta?
Luisa ha infilato una mano nel cassetto di un mobiletto del bagno, e ne ha estratto il marsupio e la corda con le chiavi che portavo al collo.
Non ho guardato nulla Viola, ha detto. Poi mi ha allungato chiavi e marsupio e mi ha lasciato andare.
Ho capito di avere la febbre alta, ma mi sono rivestita in fretta. Non potevo rischiare di rimanere lì, in mezzo a tanti estranei…
Cunnigham e il suo cameriere hanno tentato di dissuadermi.
No. Non è possibile. Me ne vado. Grazie, grazie di tutto. Mi sono forzata di essere cortese ma non vedevo l’ora di rinchiudermi a casa.
Ora sono di nuovo qui, finalmente. C’è un disordine indicibile. Cercherò di distrarmi rassettando un po’.
No. È più urgente iniziare a prendere appunti dettagliati sulle persone che mi circondano, come avevo deciso questa mattina.  Automaticamente il mio cervello si connette al momento in cui ho trovato il terzo foglio del mostro sul computer.
Dove l’ho messo? Lo cerco dappertutto… Non c’è! Oh Dio, non c’è. Esco in giardino. L’avrò perso quando sono svenuta. Niente. Non ce n’è traccia nemmeno fuori. Devo riaverlo per mostrarlo a Taddei.
E se l’avesse preso Cunnigham?
E se invece me lo fossi soltanto immaginato?
Forse sono davvero diventata pazza.





22

Brandi si presentò da Cunnigham con mezz’ora di ritardo. Appoggiò una sacca da viaggio nell’ingresso, sedette in biblioteca e, davanti a tè e pasticcini, alla fine non seppe cosa dire. Difficile mettere ordine nell’accozzaglia di sensazioni che gli si stavano sbobinando nel cervello. E non era per niente lucido. Rivedere Viola l’aveva ucciso. In quello stato, poi.
L’inglese non gli fece fretta e rispettò il suo silenzio. Anzi, tatticamente, parlò subito lui e gli raccontò in breve i fatti della mattina, trascurando il dettaglio dello scritto trovato nella mano della ragazza. Come aveva previsto, quell’aggiornamento fu un altro shock per il giornalista che a quel punto mollò gli argini e gli descrisse minuziosamente la sua visita a Collini come l’ennesima prova di quanto lui non sapesse niente di Viola.
«Può capire ora il mio senso d’impotenza? Come avrei potuto immaginare che Viola fosse una malata di nervi? Eppure Laura lo sapeva, e come lei chissà quanti altri».
«Lei la conosce bene questa Laura?» lo interrogò Cunnigham con evidente interesse.
«Abbastanza. L’avrò vista una decina di volte. Spesso con la sua presenza schermava le nostre rare uscite in pubblico».
«Di che cosa si occupa?».
«Credo sia assistente all’Università Statale di non so quale materia».
«Allora non la conosce nemmeno abbastanza» sottolineò intollerante l’altro.
«So che è sposata bene, con Marco Setti, il famoso imprenditore edile, ha un figlio piccolo ed è amica di Viola dal tempo delle elementari. Contento? Ma chi se ne frega, scusi?».
«Eh no, mio caro! Qui bisogna cercare di capire cosa sta succedendo alla sua amica. Non possiamo sorvolare su nessun dettaglio. Dei suoi conoscenti ha incontrato soltanto Laura Setti?».
«Be’, sì: la nostra era una storia clandestina, Lester. Anche Viola non ha frequentato nessuno del mio ambiente, sarebbe stato troppo pericoloso. Ho dovuto proteggere la mia famiglia, mia moglie».
A quelle parole Cunnigham balzò in piedi, iniziò a camminare nervosamente per la stanza e, assumendo un tono fra l’autorevole e l’incazzato, aggredì il giornalista con un predicozzo che stupì soprattutto se stesso: «Ma scusi, che cosa ne voleva fare di questa poveretta? Che futuro le proponeva? Che razza d’uomo è lei? Un bamboccio che si perde in una storia di sesso adolescenziale, oppure un delinquente che di una brava ragazza ne fa polpette senza porsi il minimo scrupolo? Insomma, si dovrebbe vergognare. Probabilmente io potrei essere suo padre, eppure mi sento molto più contemporaneo di lei. Non pensavo che i giovani d’oggi si potessero allineare agli squallidi compromessi borghesi e convenzionali che hanno fatto aborrire già quelli della mia generazione» (ma che significava questo suo bisogno di proteggere quella sconosciuta? si domandò perplesso).
Imbarazzato, Brandi s’incupì e abbassò gli occhi alle mani abbandonate sulle ginocchia, tutto teso in avanti. «La smetta di infierire, Lester. La prego. Non vede che sono già a pezzi? I sensi di colpa per quella ragazza mi stanno facendo impazzire.»
Cunnigham tacque e osservò dalla finestra la villa di Viola. Tutto chiuso. Comprese le due finestre della veranda al pianterreno. Allora si volse verso Brandi e senza pietà decise di sferrare il colpo letale: «Non si ritenga tanto importante, amico mio. Abbassi pure il suo livello d’onnipotenza. Sappia che lo stato attuale di Viola non dipende affatto da lei. La ragazza è minacciata di morte, da non so chi. E ora non mi guardi con quella faccia. Ne ho le prove».
«Ma che sta dicendo?». Il giornalista si alzò dalla poltrona e fronteggiò l’inglese a meno di una spanna.
In silenzio, Cunnigham si sfilò da una tasca un foglio a righe di quaderno ripiegato in due e glielo allungò.

“DIARIO DI MORTE

Marzo
Marameo! Tesoro, ma allora non vuoi proprio capire. Inutile scappare. Io sono QUI. Ti vedo quando voglio. Sento quello che dici e quello che provi. Godo troppo del tuo terrore, ed è per questo che non sei ancora morta. Ma non temere. Quel momento verrà… Ricordalo sempre: sono dentro di te. Sono il tuo Destino».

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