Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

sabato 5 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-quinta puntata-

9

SECONDO GIORNO

Ho dormito benissimo, blindata in casa dalle mie nuove serrature. Confesso che ieri sera, per sicurezza, mi sono presa un Tavor anche se tutto sommato non ne sentivo il bisogno.
Sono già le nove. Oggi ho molto da fare: devo recuperare il tempo perduto ieri.
Ieri. Mi sembra di aver sognato tutto, e forse è proprio così.
Mi alzo dal letto e apro le imposte. Piove. Non potrò usare la bicicletta. Chi se ne frega? Starò in casa a disfare gli scatoloni.
Mi guardo allo specchio sulla console: le occhiaie sono scomparse. Doccia e caffè? domando a me stessa. Ma certo! Doccia e caffè, mi rispondo con una linguaccia. Sono tornata me stessa. Saluto il dipinto del nonno con un gesto della mano e mi fiondo sotto il getto bollente. L’accappatoio, poi, mi avvolge come un abbraccio.
Sono felice. Sono di nuovo felice.
Accendo il cellulare anche se so di certo che non mi chiamerà nessuno. Ieri sera, prima di andare al supermercato, sono passata da un centro di telefonia in via Vallazze a cambiare la scheda nel caso che lui (o lei) conosca il vecchio numero. Lo stesso ho fatto con la linea fissa. Ho disdetto il contratto e ne ho aperto uno nuovo con numero occulto.
Wow! Sono felice. Sono davvero felice.
Entro in cucina. Mi guardo attorno e non riesco a reprimere una leggera ansia. Niente. Nessun foglio a righe. Sorrido.
Il gatto mi fa le moine dalla finestra. Gli ho comprato del cibo in scatola e glielo allungo sul davanzale in un piattino.
Riempio il bollitore e accendo il gas. Mentre imburro una fetta biscottata penso di aver davvero sognato tutto.
Suona il campanello del cancelletto. Sbircio dalla finestra e vedo una donna corpulenta seminascosta da un volgare ombrellino pieghevole a fiori. È Luisa, l’ex domestica dello zio Riccardo. Scendo le scale leggera come una farfalla ma quando arrivo alla porta d’ingresso m’inchiodo al pavimento.
Proprio all’altezza dello spioncino appare un foglio a righe di quaderno, attaccato con un pezzettino di scotch.
Anche da lontano riconosco quella scrittura accurata… le mie gambe non reggono più. Inizio a tremare. Non riesco a respirare. Cado a terra e inizio a piangere e a urlare. No no no! Come ha fatto? Da dov’è entrato? Chi è? Mio Dio, chi è?
Il campanello insiste a suonare. Non aprirò a Luisa, non aprirò a nessuno, mai più. Morirò qua dentro di terrore.
O forse dovrei fuggire, subito. Lasciare tutto e fuggire. Ma come?
E se fosse proprio Luisa? Non riesco più a stare in piedi. Continuo a urlare mentre di nuovo torno a strisciare sul pavimento, fino alla porta. Allungo il braccio, stacco il foglio dallo stipite e leggo attraverso il muro delle lacrime:

“DIARIO DI MORTE

Marzo
Buongiorno Viola! So che hai passato una notte tranquilla, tuttavia mi costringi a dimostrarti quanto tutto quello che hai fatto per evitare il tuo Destino mi abbia fatto tenerezza. Sì. Tenerezza. Te l’ho già detto: non puoi fare nulla per tenermi lontano. Ti raggiungerò sempre e ovunque. Ormai sei nelle mie mani. Non bisogna temere il proprio Destino: è tutto scritto. È già deciso. Capisci?
Non pensare di fuggire e, se vuoi un consiglio, nemmeno di chiedere aiuto a chiunque sia. Non cambierebbe nulla. Devi credermi perché ormai faccio parte di te e ti amo.
Rifletti e buona giornata!”
10
Alle otto di mattina Paolo Brandi decise di andare di persona a chiedere notizie di Viola al suo vecchio indirizzo di Corso Como. Quando si trovò di fronte al portone chiuso constatò che fortunatamente il cognome di Viola non era stato ancora sostituito. Senza esitazione, suonò.
«Chi è?» rispose dopo un minuto una voce di uomo impastata.
«Sono Paolo Brandi, un giornalista amico di Viola Sandri, la sua padrona di casa. Se mi apre, potremmo fare due chiacchiere».
«Perché?» domandò la voce meno impastata e più sicura.
Brandi, imbarazzato, continuò: «C'è un problema. Stiamo cercando Viola per un lavoro importante ma abbiamo perso ogni suo riferimento. Abbiamo saputo che ha cambiato casa ma non ha comunicato a nessuno il nuovo indirizzo... lei lo conosce, immagino».
«Certo, ma non sono tenuto a diffonderlo» si arroccò la voce.
A Paolo venne all’improvviso un'idea migliore e decise di non insistere: «Grazie lo stesso per la sua disponibilità e addio».
Non attese eventuali cenni di risposta e si avviò a passo deciso verso la palestra Conti all'angolo. Viola era una cliente abituale di quel posto e spesso c'erano andati insieme. Nessuno avrebbe avuto da ridire sulle sue domande.
Alla reception, infatti, l'impiegata lo accolse con grande cordialità: «Dottor Brandi! Come sta? Da quanto tempo non la vediamo!»
«Sto benone, grazie, e voi? Viola è già arrivata?» accennò lui con un largo sorriso.
«Oh, che gioia, Viola sta per venire qui? Aveva detto che dalla sua nuova casa in Città Studi avrebbe avuto più difficoltà a frequentare la palestra. Si è spostata da pochi giorni laggiù ma è da più di un mese che non la vediamo».
Brandi glissò e le propose di telefonare alla ragazza per capire se fosse già uscita di casa. La receptionist controllò il numero nell'archivio davanti a sé e lo compose al telefono.
«Mi dispiace, risponde un disco che avverte dell'indisponibilità del collegamento», riferì la giovane con uno sguardo deluso. «Forse Viola ha cambiato contratto. Ma se avete un appuntamento, sicuramente starà arrivando. Lo vuole un caffè mentre aspetta?».
Paolo non avrebbe potuto chiedere di meglio e, mentre lei gli girò le spalle per attivare l'erogazione della bevanda dalla macchinetta, lui poté sbirciare nell'archivio: «Viola Sandri, Via Caccianino 8H».
E voilà! Trangugiò il caffè bollente e, con la scusa di uscire a fumare una sigaretta, volò di fuori.
Alessio Franchetti depose la cornetta del videocitofono e pensò che forse avrebbe dovuto essere più disponibile nei confronti del visitatore alla ricerca di Viola. Guardarlo in faccia, parlargli. Conoscerlo. Ma il suono sgradevole di quell'affare l'aveva colto nel pieno del sonno più profondo e, con un risveglio tanto traumatico, gli era stato inevitabile lasciarsi sopraffare dall'introversione.
Prima di cercare la sua padrona di casa, si corroborò con caffè solubile, latte e corn flakes. E dopo qualche minuto, riacquistata tutta la presenza di spirito, le telefonò.
L'apparecchio inviò subito la voce registrata di un disco che comunicava che l’utente non era raggiungibile. Provò sul cellulare e il risultato fu identico. Franchetti non si scompose e rimandò a più tardi il problema. Si avviò verso il bagno.
Quella casa era piccina ma confortevole. Ci abitava da soli due giorni eppure si sentiva a proprio agio, come ci vivesse da anni. Quasi come l'avesse fatta lui per se stesso. Riempì la vasca di acqua bollente, vi aggiunse i sali tonificanti e ci si immerse con il massimo del godimento.
Non aveva capito chi fosse quell'uomo e cosa volesse esattamente da Viola, ma tutto sommato a lui cosa poteva importare? Di contro dovette ammettere che per lei avrebbe potuto essere qualcosa di importante. Ebbene, visto che la Sandri si era resa irraggiungibile, sarebbe andato a cercarla di persona anche se non aveva piacere d’incontrarla.
Quella ragazza non gli era particolarmente simpatica. L'aveva conosciuta a Roma, a casa di amici musicisti e proprio in quell'occasione lei aveva raccontato del cambio di casa, dell'emozionante eredità della villa di famiglia e della necessità di affittare al più presto l'alloggio di Corso Como. Il resto era poi avvenuto molto in fretta: lui le aveva detto di essere molto interessato al suo appartamento visto che avrebbe dovuto trasferirsi per un po' a Milano e Viola, d'impulso, glielo aveva offerto. In seguito, si erano incontrati per definire il contratto.
«Ma non t’interessa vedere la casa? Forse per le tue abitudini è troppo piccola» gli aveva domandato lei con uno sguardo troppo acquoso e vagante, per i gusti di Franchetti.
Nel salotto di quegli amici romani, lui s’era fatto l’idea che Viola fosse una donna indubbiamente interessante, molto sensuale, che piaceva troppo ai maschi ma, probabilmente, piena di sé. A lui no, non era piaciuta anche se, a dire il vero, erano ben poche le donne che lo facevano vibrare. O meglio, c'erano ben poche cose al mondo che lo facevano vibrare. Ogni tanto, vibrava un po' per se stesso, questo sì.
Si piaceva molto e, in certi casi, moltissimo al punto che anche un amico analista gli aveva confessato di sentirsi un po' spiazzato dal suo macro-ego.
Dopo mezz’ora si costrinse a uscire dalla vasca, si avvolse un asciugamano attorno ai fianchi flaccidi e iniziò a preparare il sapone da barba nella ciotola di alabastro sul ripiano del lavello. Si osservò con attenzione allo specchio pronto ad affrontare invece uno dei momenti in cui si piaceva pochissimo, anzi per niente. Guance butterate, occhi piccoli e incolori, labbra piegate all’ingiù.
Ancora una volta considerò che non avrebbe mai potuto farsi una ragione dell’insulsaggine dei suoi tratti somatici. Ecco perché questo lungo soggiorno a Milano avrebbe costituito una tappa decisiva della sua esistenza.
No, né quel giorno né mai avrebbe avuto tempo di andare a cercare Viola o, più semplicemente, non ne aveva e non ne avrebbe mai avuto la minima voglia. Per questo decise di mandarle un telegramma.

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