Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

domenica 6 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE

-sesta puntata-


11
Non posso più aspettare. Devo andare alla polizia. Avrei dovuto farlo subito. Qualcuno mi aiuterà. Qualcuno sorveglierà la villa di notte. Mi vesto con rabbia senza guardare cosa indosso. Non mi trucco né mi pettino. I miei capelli sembrano una foresta di aceri d'autunno e sotto gli occhi mi sono ricomparse due terribili ombre blu. Ho le labbra secche e tremo come se avessi la febbre alta. Riunisco i due fogli a righe e li caccio nello zaino. Indosso la cappa impermeabile da bicicletta e gli occhiali da sole più scuri che ho, apro il portoncino e guardo fuori con terrore.
Dove sarà? Mi starà spiando? Starà ridendo di me? Ha deciso di seguirmi?
Non posso pensare. Non devo pensare se non voglio morire. Decisa, mi butto sotto la pioggia e lascio sbattere il portoncino. Luisa, la grassona che ha suonato poco fa, se n'è andata. Inforco la bici ed esco dal cancelletto sulla strada. Il distretto di zona è quello di via Feltre. Ci sono già stata per comunicare il cambio di residenza. Non mi ci vorrà molto. Imbocco via Porpora pedalando con foga. Sento l'acqua entrare da ogni minima fessura, aiutata da un vento gelido e impietoso.
Arrivo all'ingresso completamente inzuppata, e chiedo all'agente di guardia il nome di un commissario in servizio alle “Denunce”.
Lui vuol sapere che tipo di problema devo sottoporgli.
Rispondo spazientita che intendo parlare soltanto con un commissario, che la faccenda ha carattere d'urgenza e che è piuttosto grave.
Forse capisce che sono annientata dal panico perché mi accompagna lungo il corridoio fino all'ufficio del commissario capo Taddei. Maurizio Taddei. Un uomo di età indefinibile. Grande, disadorno, calvo e con occhi opachi da miope. L'apparenza di low profile non m'inganna: intuisco una notevole grinta dal suo modo di intrecciare le dita sulla scrivania e dalla linea aggressiva delle sue labbra sottili.
Racconto tutto, senza interruzioni. Le parole mi escono quasi da sole. I miei capelli gocciolano sul tavolo e sulle mie guance insieme a lacrime silenziose, indipendenti.
Non colgo cenni di pietà né di cedimento nello sguardo di Taddei, ma semmai di diffidenza mentre valuta i due fogli a righe scritti a mano da lui (o da lei). Alla fine del mio monologo, mi domanda soltanto come spiego che le date sui fogli non corrispondono a quella in corso. Indica il calendario alle sue spalle con un cenno: oggi è il 16 di novembre.
Non so che dire. Non ci avevo fatto caso ma senza capire perché, mentre mi guarda in silenzio, mi sento a disagio.
Chiama un collega della Scientifica e gli passa i fogli per la rilevazione delle impronte digitali. Prima di andarsene, l'altro poliziotto rileva anche le mie.
Stendiamo una vaga denuncia contro ignoti, e chiedo a Taddei cosa pensa di fare.
Mi risponde che questa notte farà pattugliare la casa e la via ma non mi sembra per nulla convinto.
Gli chiedo se svolgerà indagini fra i miei vicini di casa.
Dice subito di no. Per ora no. Continua a osservarmi come una bestia rara.
Pensa che sia una pazza alla ricerca di un quarto d'ora di popolarità? Pensa che quelle minacce le abbia scritte io? Qualunque cosa pensi ha deciso che il nostro colloquio è finito.
Si alza e mi offre la mano. Mi dice di star tranquilla che certamente stanotte sarò sorvegliata.
Mentre sto per andarmene, rientra il tipo della Scientifica e naturalmente conferma che sui reperti appaiono soltanto le mie impronte digitali.
12
Lothar, come quasi tutti i bulldog, non amava per niente la pioggia e per Cunnigham diventava uno vero strazio vestire il cane d’impermeabile e guinzaglio e convincerlo a uscire- bisogna provare a spostare di un millimetro un bulldog intestardito per poter capire. Nei giorni piovosi dunque, il consueto giro fino al recinto di piazza Piola andava a pallino. Il cane infatti, finalmente in strada, si affrettava a espletare i propri bisogni (piuttosto a disagio di trovarsi così esposto) e, subito dopo, ritornava di corsa verso il cancello di casa, trascinando il padrone con la forza di un toro. Infine, se ne restava immusonito per ore, con l’espressione inequivocabile di chi ti sta dicendo: «Questa cazzata proprio non me la dovevi fare.»
Fu nel momento peggiore della performance, con il cane inchiodato a mezzavia fra il cancello e la strada, che l’inglese venne interpellato da Paolo Brandi.
«Mi scusi, lei sa dov’è il numero 8H?»
Bagnato fradicio e con il corpo piegato ad angolo retto in tensione univoca con il guinzaglio di Lothar, Cunnigham squadrò il tipo con spocchia squisitamente inglese e rispose un po’ ansimante dallo sforzo: «Io abito al 6, quindi l’8H dev’essere una delle ville a fianco, alla sua sinistra.»
Il giornalista non fece caso al tono scostante dell’altro e continuò: «Il fatto è che i numeri non sono visibili. Ma... lei mi sembra in difficoltà. Vuole una mano?». Senza attendere risposta si attaccò anche lui al laccio doppio di Lothar e iniziò a tirare. In due tutto fu più semplice e, in pochi attimi, l’incredulo bestione si trovò piazzato come un comodino due metri avanti.
La cosa fece piuttosto colpo sull’inglese che si sentì subito meglio disposto verso il suo interlocutore. «In questa stagione i giardini sono poco curati e le siepi coprono i numeri civici e i nomi delle ville. Lei chi cerca?».
«Cerco la signorina Viola Sandri. So che abita qui da qualche giorno».
Cunnigham non poté nascondere un’espressione di curiosità e, con gli occhi fissi su Brandi, affermò d’un fiato: «Allora la posso aiutare. La signorina abita proprio accanto a me, in quella villa».
«Grazie, lei è molto gentile» lo blandì Brandi.
«Mai come lei!» gli rispose con ironia l’inglese.
Il giornalista si girò sorridendo e pigiò il campanello di “Villa Sandri”.
Lothar, molto offeso, non s’era ancora deciso a fare quello che doveva fare, così Cunnigham ebbe tutto il tempo di verificare che l’iniziativa del giornalista andò a vuoto. Viola Sandri non era in casa.
Realizzò allora che la ragazza doveva essere uscita molto presto. Addirittura mentre lui dormiva ancora perché appena alzato, esattamente alle otto e trenta, aveva subito raggiunto la finestra per controllare i movimenti della sua vicina. E non aveva visto nulla. Si accorse solo in quel momento, allungando il collo, che in giardino mancava quella caffettiera della sua bicicletta e lo riferì al Brandi mentre questi stava tornando sui suoi passi. Poi, stupito di se stesso, si sentì domandare a quell’uomo: «Desidera aspettarla da me? Le posso offrire un tè». L’altro non si fece di certo sfuggire l’occasione e accettò di buon grado.
Il danno era fatto. E per di più, Cunnigham non ebbe neppure il tempo di pentirsene perché il suo cane, avendo deciso che fosse giunto il momento di rientrare, al solito partì come una palla di cannone trascinandoselo appresso.
All’interno della casa, i due uomini si presentarono e si accomodarono in biblioteca dove Higgins servì tè inglese e pasticcini di Taveggia davanti a un confortevole caminetto acceso.
Brandi raccontò in breve a Cunnigham il motivo che l’aveva spinto fin lì a cercare Viola e, dopo pochi minuti, fra i due s’era instaurato un clima talmente idilliaco che per un pelo il giornalista non si trovò a confessare il suo amore insoluto per la ragazza e la violenta preoccupazione che gli provocava la sua apparente scomparsa.
Ma l’astuto inglese capì da solo che gatta ci covava e attese con pazienza l’arrivo di Viola per verificare dal vivo le sue sensazioni. E non dovette aspettare molto. Alle dieci circa, dalla sua postazione preferita davanti al fuoco, Lothar alzò il muso con uno scatto, puntò lo sguardo alla finestra e iniziò ad abbaiare con potente voce di basso. Segno inequivocabile di movimenti anomali nei pressi di casa.
Senza una parola, i due uomini si precipitarono alla finestra, giusto in tempo per vedere rientrare la Sandri. L’inglese fece un cenno con la mano al nuovo amico come per incitarlo ad andare e, curiosissimo, se ne restò alla finestra in muta osservazione. Un attimo dopo poté scorgere i due fronteggiarsi.
Lei pareva sconvolta dalla visione dell’uomo e infine Cunnigham riuscì a vedere bene il suo viso, con il mento a punta spinto verso l’alto con veemenza.
Una donna stupenda pensò, paragonabile a un dipinto fiammingo. Un volto bianco, intenso e minuto, spruzzato di lentiggini, invaso da due occhi spiritati color del bronzo e schiaffeggiato da lunghe serpentine fiammeggianti che fuoriuscivano ribelli dal cappuccio della cappa impermeabile.
Per la prima volta dalla morte di sua moglie cinque anni prima, Cunnigham fu letteralmente stregato dalla visione di una donna. Avrebbe voluto correre a consolare quella ragazza strana e sola, ambigua e misteriosa ma restò così, a guardarla imbambolato, con i palmi delle mani poggiati al vetro della finestra finché non vide i due entrare in casa con la sensazione che il portoncino di “Villa Sandri” gli fosse stato sbattuto proprio in faccia.

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