Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

lunedì 7 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-settima puntata-


13
Torno a casa abbacinata, senza più la capacità di capire nulla. Sono zuppa e infreddolita. Apro il cancelletto e mentre spingo la bici dentro il giardino vedo arrivare Paolo correndo dalla villa accanto, quella con la magnolia.
Ma che ci fai qui? Cosa vuoi da me? gli grido con rabbia. Come hai fatto a trovarmi?
È imbarazzato. Tenta di spiegarmi che è preoccupato per come ho trattato l’editore Biffi e del fatto che nessuno sa più nulla di me.
Gli dico che lui è proprio l’ultima persona al mondo che dovrebbe sapere qualcosa della mia vita. Lo guardo e mi sembra ancora più alto. E ancora più bello: ha la barba non fatta, i capelli lunghi e gli occhi tristi. Non voglio farlo entrare, non voglio dirgli nulla.
Per un attimo mi domando: e se fosse lui?
Sì. Potrebbe davvero essere lui. Per farmi diventare pazza, perché non può avermi, perché mi vuole morta. Ti ucciderò, mi ha detto una volta mentre facevamo l’amore. Ti ucciderò piuttosto di saperti con un altro.
Anche la passione più prepotente soccombe alla paura e ora lui mi fa paura.
Insiste. Andiamo in casa. Ti devo parlare.
Quando siamo dentro gli dico che deve restare lì dov’è, in piedi nell’ingresso, e soltanto per pochi minuti.
Lui dice che non sembro più io. Che sono sciupata, che sembro un cane braccato, che qualcosa mi fa male. Mi chiede che cosa.
Gli rispondo che non sono fatti suoi e che sto benissimo purché lui stia il più lontano possibile da me. Sto tremando. Ho paura. Ho paura di lui e lui lo capisce.
Tu stai male Viola, mi sussurra.
Sentirgli pronunciare il mio nome mi ferisce. Vattene ora. Sto di nuovo gridando e per poco non sento suonare il campanello.
Apri. Apri, Viola. C’è qualcuno alla porta.
Guardo dallo spioncino e vedo un uomo in tuta. Mi assale un’ondata di panico e le mie mani continuano a tremare mentre afferro la maniglia. Paolo non perde ogni mia mossa.
L’uomo è un operaio della ditta di serrature che ho chiamato ieri. Dice che è venuto personalmente perché il mio numero di telefono non risulta più attivo e mi chiede a che ora se n’è andato ieri il suo collega.
Alle sette, rispondo, perché?
Perché non è mai più tornato, né al lavoro né a casa e non è stato ritrovato nemmeno il suo furgone.
È l’orrore, è l’incubo, è l’inferno. Mentre l’operaio se ne va, mi accascio sull’ultimo gradino della scala e mi stringo la testa fra le mani.
Che succede Viola? Che ti succede? Che storia è questa dell’operaio scomparso? mi chiede Paolo chino su di me, con la voce bassa come un sospiro.
Vattene via subito, grido. E non tornare mai più.
Se ne va. Capisce di non poter fare altro.
Non tornerò se non vuoi, ma ti manderò un medico, stanne certa, dice chiudendosi la porta alle spalle.
14
La pioggia s’era fatta meno invadente. Con le mani affondate nelle tasche e il capo chino, Paolo Brandi si ritrovò in strada. Sconvolto. A dir poco. Con l’animo pieno di sensi di colpa.
Quando frequentava Viola, quasi non parlavano. L’amore fra loro sembrava più un modo per divorarsi, per possedersi e per annullarsi l’uno nell’altra nei pochi attimi che avevano a disposizione.
Ricordò una sera d’estate, quando sua moglie era già in vacanza con i bambini. L’unica volta che con Viola aveva rischiato una pizza in un locale fuori città, verso Paullo, dove nessuno di comune conoscenza avrebbe potuto incontrarli insieme. Quella sera si erano raccontati qualcosa delle loro vite, ma lui non riusciva ad afferrare molto delle parole di lei: era totalmente perso nell’incantevole visione di Viola sorridente e felice.
Il colore dei suoi capelli, il rossore diffuso sulle sue guance, i lampi dorati dei suoi occhi vincevano anche la terribile illuminazione al neon di quel ristorante. Lui si era lasciato inebriare al punto di non poter mandar giù un boccone. Cercava le sue dita lunghe, beveva la sua voce un po’ roca… E invece, avrebbe dovuto prestare più attenzione ai suoi sentimenti così discreti.
Non aveva mai capito quanto fosse fragile perché lei gli aveva sempre comunicato la sensazione opposta.
Solo ora capiva: lui l’aveva sempre considerata una persona forte, al centro dell’universo, soltanto perché lei era al centro del suo universo, perché lei rifletteva la forza del suo amore. Non aveva mai preso davvero in esame la donna che amava così profondamente, ma soltanto se stesso.
E ora Viola è malata, si disse. Molto malata.
«L’ha trovata?» La voce di Cunnigham scosse Paolo dai suoi pensieri e l’inglese gli si materializzò al fianco dal nulla.
«Sì, grazie…» rispose il giornalista sottotono.
«…ma non sembrerebbe con grande successo. Oh, mi scusi. Forse la sto importunando e, soprattutto, non sono fatti miei». Cunnigam buttò l’amo e restò in attesa di un cenno da parte dell’altro che non tardò ad arrivare. Era piuttosto evidente che il tipo avesse bisogno di una spalla per piangere.
«Ma si figuri, anzi. Sono molto preoccupato. La mia amica è in preda a una crisi isterica. Si è isolata da tutti, è barricata in casa, rifiuta di lavorare e di vivere, ha paura anche della sua ombra…». Brandi si accorse di non poter più arginare il suo sfogo. «A lei mi sento di dirlo, forse perché è uno sconosciuto, ma vede io sono pazzo di lei. L’ho amata dal primo momento…». E, da lì, la sua confessione tracimò come un fiume in piena, interrotta a tratti da qualche singulto di pianto strozzato sul nascere.
Nonostante fosse attentissimo al racconto dell’uomo, Cunnigham notò che qualcuno li stava spiando da una finestra dell’appartamento del cardiologo dall’altra parte della via (quella pettegola della moglie?) .
«Venga da me. Lei è stravolto e ci stanno osservando». Afferrò Brandi per un braccio e lo condusse di nuovo nella sua biblioteca.
«Vuole un brandy?» gli domandò premuroso quando furono seduti. L’altro fece un cenno d’assenso con il capo sempre chino. «Grazie» sussurrò ingoiando il liquore in un’unica boccata, e subito riprese a parlare del suo amore per Viola come lo speaker di un notiziario.
Si congedarono dopo quasi un’ora anche se lo stato di Brandi non era molto migliorato.
«Cerchi di star tranquillo e mi chiami se ne sente il bisogno», gli disse apparentemente paterno l’inglese. In realtà non ne poteva più di quella lagna e aveva fretta di tornare in studio per poter controllare Viola. Ormai sapeva molte, molte cose di lei.

Nessun commento: