Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

martedì 8 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-ottava puntata-


15
Non c’è niente da fare. Ha ragione lui (o lei). Non posso fare nulla perché mi controlla da non so dove.
Sa tutto di me. Conosce ogni mio gesto. Ora possiede anche i codici delle nuove serrature, perché ha certamente ucciso quel poveretto.
Quando ha finito il lavoro e l’ho pagato, lui ha detto che usciva dalla porta sul retro, per recuperare il furgone. Non l’ho accompagnato né l’ho visto uscire.
Forse lui (o lei) l’aspettava all’angolo. Gli ha chiesto qualcosa? Un passaggio?
E se invece il mio persecutore fosse stato proprio l’operaio? Ripenso al suo viso anonimo e mi convinco che è impossibile.
Sto impazzendo ma non voglio lasciare questa casa. Non devo lasciare questa casa.
Chiamerò subito Taddei e gli racconterò quest’ultimo episodio.
Ma prima di tutto chiuderò a chiave ogni stanza dei piani superiori. Da questo momento vivrò al pianterreno. L’unica cosa che posso fare ora è limitare lo spazio all’accesso del mostro. Mi sembra una buona idea.
Quasi correndo, raggiungo il secondo piano. Una per una chiudo le imposte delle finestre e poi la porta di ogni stanza portandomi via le chiavi. Le unisco in un mazzo annodato a uno spago e poi me lo lego attorno al collo. Passo al primo piano e faccio la stessa cosa. Torno al pianoterra e faccio il giro di ogni locale. Lo studio, il soggiorno, la sala da pranzo, la cucina, il guardaroba, il bagno di servizio. Cinque stanze. Sono troppe.
Chiudo lo studio, il soggiorno e la sala da pranzo. Guardaroba, cucina e bagno mi saranno più che sufficienti. Chiudo con le imposte e il chiavistello anche le finestre e la portafinestra della cucina, le  finestre del guardaroba e la porta della cantina sotto la scala. Rimangono aperte soltanto le due finestre dell’ingresso e quella del bagno.
Controllo che il portoncino sia sbarrato e metto in funzione anche il codice dell’allarme sonoro. Ok.
Cerco il biglietto da visita di Taddei nello zaino e compongo il numero di telefono. Risponde subito. Si ricorda benissimo tutto del nostro colloquio di questa mattina.
Gli racconto della visita di Paolo e del collega dell’operaio venuto ieri a cambiare le serrature.
Mi ascolta con attenzione, in silenzio. Poi mi chiede se ho dei sospetti. Una domanda idiota, penso. Gli rispondo che sospetto di tutti, quasi quasi anche di lui.
Prende nota delle credenziali di Paolo e mi chiede dov’è la sede della ditta dell’operaio perché intende contattare il distretto di polizia di quella zona per verificare se è già stata fatta denuncia della sua scomparsa.
Gli chiedo cosa devo fare.
Nulla, risponde lui. Lasci fare a noi e cerchi di star tranquilla. Come le ho detto, questa notte pattuglieremo la sua casa.
Quanto m’innervosisce il suo modo di trattarmi con compatimento!
16
Per tutto il pomeriggio Brandi fu obnubilato dal pensiero di Viola. Cosa l'aveva ridotta in quello stato? Non poteva credere che il suo malessere fosse da imputare alla fine della loro storia, o forse non voleva crederlo. Prima di tornare a casa, dal giornale richiamò Laura. «Sono Paolo. Aspetta, non sbattermi giù la cornetta... devo dirti una cosa importante». Il giornalista anticipò così, con tono pietoso, l’eventuale reazione violenta dell'amica di Viola.
«Che vuoi ancora? Ti ho già detto che non so più nulla di lei» rispose la ragazza con insofferenza.
«L'ho vista. L'ho vista stamattina e sta malissimo».
«Ti credo!» lo interruppe subito lei.
«Forse non hai capito: Viola sta male, molto male. Vive sprangata in casa, ha paura di qualcosa o di qualcuno. Ho la sensazione che stia vivendo un dramma che non riguarda per nulla il nostro passato, ma ovviamente con me non ne vuole parlare. Dobbiamo aiutarla. Devi aiutarla almeno tu. È sola, non vede più nessuno, non lavora, forse di te si fida ancora.»
Laura tacque per qualche istante, pensierosa. E quando riprese a parlare, nonostante la durezza dei concetti che esprimeva, a Paolo sembrò più malleabile: «Tu non conosci bene Viola, non hai mai voluto conoscerla. L'hai soltanto usata, hai usato il vostro amore per dimenticare il tuo squallido matrimonio. Viola è fragile, ipersensibile... sicuramente non sai che è stata in cura per anni prima di conoscerti».
«In cura? Che genere di cura?» ribatté lui sempre più stranito.
«Psichiatrica, per un forte esaurimento nervoso che le procurava crisi di panico, manie di persecuzione e gravi episodi d’isterismo». La donna confessò senza remore, perché se in quel momento Viola stava soffrendo come allora, non c'era alcun motivo di tacere.
Il silenzio di Paolo fu rotto da un singhiozzo e lei continuò: «Sì, ora andrò a cercarla. Ieri quando mi hai telefonato, l'ho chiamata subito ma a casa sua risponde un certo Alessio Franchetti, il nuovo inquilino di Corso Como. Lui mi ha dato il suo nuovo indirizzo ma mi ha anche detto che il numero di telefono è occulto. Dunque dovrò trovare il tempo di andarci di persona. Non sapevo che Viola avesse cambiato casa».
Paolo non dette importanza all’improvvisa disponibilità del Franchetti. Gli premeva di più approfondire meglio cosa avesse mai tormentato psicologicamente Viola: «Nemmeno io sapevo che avesse traslocato. Dopo la morte di suo zio, pare sia andata a vivere nella casa di famiglia. Comunque, conosci il nome del medico che l'aveva in cura? Forse ora ci potrebbe essere d'aiuto».
«Sì, lo conosco perché ce l’ho mandata io e qualche volta l'ho anche accompagnata. Si chiama Collini. Professor Alessandro Collini. Ha lo studio in via Moscova 27. Puoi trovare il suo numero di telefono sulle guide della città. Fammi sapere qualcosa, mi raccomando».
Anche Laura ora sembrava in ansia e Paolo le rispose in un bisbiglio: «Anche tu. Se la senti telefonami subito. E, Laura... grazie.»
«Non ci sperare bello. Lo faccio solo per Viola» rispose lei chiudendo di netto la comunicazione.
Dopo lo sbarramento quasi totale delle imposte della sua vicina, gli angoli di visuale di Cunnigham s'erano piuttosto ristretti. Oltre al portoncino infatti, l'uomo riusciva a vedere di sguincio soltanto una finestra sul davanti della villa.
Di Viola nessuna avvisaglia di vita. Nonostante ciò l'inglese restò alla finestra dello studio per più di due ore, finché vide il bulldog sconfinare attraverso la siepe verso l’angolo preferito del giardino a fianco per la deposizione dei suoi bisogni.
Accidenti! Cunnigham si attaccò al campanello interno e Higgins accorse prontamente.
«Ha bisogno, Milord?» domandò il domestico con un breve inchino.
«Lothar è tornato a sporcare di là» rispose lui nervoso. «Che facciamo?».
«Desidera che vada a recuperarlo?».
Cunnigham parve riflettere e poi disse: «No. Ci andrò io stesso. Credo di dovere delle scuse alla signorina Sandri. Mi porti, per favore, impermeabile e cappello».
L’inglese si stupì di trovare aperto il cancelletto di “Villa Sandri”. Entrò in giardino e pigiò il campanello del portoncino con un inspiegabile batticuore. Non udì alcuna risposta ma sentì di essere osservato dallo spioncino. Si avvicinò alla porta e risuonò.
Di nuovo silenzio. Eppure, al di là dell'uscio, Viola lo stava guardando, ne era certo. Gli pareva addirittura di udire il suo respiro affannoso.
Così si decise a parlarle e alzò di qualche tono la voce: «Mi scusi, sono il suo vicino. Mi chiamo Lester Cunnigham. Purtroppo devo chiarire lo spiacevole comportamento del mio cane che in questo momento si trova nel suo giardino».
Dall'interno della casa, gli giunse finalmente la voce concitata della ragazza: « La prego, se ne vada. Non m'importa nulla se il suo cane   sporca nel mio giardino. Mi lasci in pace. Lasciatemi tutti in pace».
Sconcertato, Cunnigham stava per andarsene quando imprevedibilmente udì il suono secco del chiavistello scattare e vide il portoncino aprirsi in una fessura larga una spanna. Il viso allucinato di Viola gli apparve incorniciato da quell'esiguo spazio: «Perdoni, ma non sto bene. Sono influenzata e non posso uscire. Recuperi pure lei il suo cane».
«Posso fare qualcosa, signorina?» le domandò. «Se desidera posso mandarle il mio cameriere con qualcosa di caldo».
«Grazie, lei è davvero gentile, ma ho soltanto bisogno di stare a letto. Buonasera».
La porta si richiuse con tre scatti. Cunnigham, rassegnato, girò l'angolo della villa e individuò subito Lothar in posa indubbia dietro la fontanella di ghisa.

Nessun commento: