Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 9 ottobre 2013

DIARIO DI MORTE


-nona puntata-


17
Per fortuna, nel guardaroba c'è un letto a una piazza e mezza come quello che avevo in Corso Como. Una volta ci dormiva la cameriera. Inizio a prepararlo per la notte e sento suonare il campanello. I brividi incoercibili che da ieri mi affliggono, aumentano subito e rimbalzano direttamente nel mio cuore.
Raggiungo lo spioncino e vedo un uomo di mezza età, molto elegante, alto e magro.
Chi è? Di certo non un poliziotto.
Ho paura. Non rispondo. Lui risuona e poco dopo inizia a parlare con un forte accento inglese. Mi dice che si chiama Cunnigham e che è il mio vicino di casa, il padrone del bulldog che viene a sporcare da me. Ha una voce rassicurante. Si scusa.
So chi è. Lo zio Riccardo ne parlava spesso. Lo definiva una persona perbene. È proprio lui che abita nella villa con la magnolia.
All'inizio lo tratto male e lo caccio via. Non m'importa un fico secco delle cacche del suo cane.
Poi mi pento. Ma perché mi pento? Forse inizio a sentirmi troppo sola. Mi scuso anch'io. Gli dico che sono influenzata, che non posso uscire, che recuperi pure il suo cane.
Mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Se vuole le mando il mio cameriere, aggiunge.
È la prima persona che non mi dà sui nervi, ma continuo a non fidarmi.
Voglio solo stare a letto, gli rispondo e poi gli chiudo la porta in faccia.
Lo spio dalla finestra mentre allaccia il cane al guinzaglio e torna sulla strada. Ha un'aria intellettuale, distaccata, affascinante. Forse lui mi crederebbe. Forse lui mi aiuterebbe.
E se invece proprio questa sua aria confortante fosse lo schermo della sua pazzia? E se fosse proprio lui il mio persecutore? La sua villa è attaccata alla mia. Potrebbe controllare facilmente ogni mio movimento.
Suona il telefono. È il commissario Taddei che, naturalmente, non ha problemi a rintracciare un numero di telefono occulto. Mi chiede come sto.
Come vuole che stia? Rispondo sgarbata.
Non raccoglie e mi comunica che la pattuglia inizierà fra un’ora e continuerà fino a domattina alle sei.
Gli rispondo che non aspetto altro e riappendo.
18
Sua moglie, in cucina, stava mescolando il risotto con il piccolo al collo e Cecilia fra le gambe. Non c’è che dire: la vita è complicata anche per lei, pensò Paolo. Le sfiorò una guancia distratto, e le sfilò Pietro dalle braccia.
«Fra poco è pronto. Cerca di metterlo a letto, oggi è scatenato», disse lei.
«Devo fare una telefonata urgente» le gridò lui dalla stanza accanto. Il numero telefonico l’aveva cercato in redazione poco prima. Gli rispose una voce femminile.
«Posso parlare con il professor Collini?».
«Il professore sta visitando. Chi parla?» puntualizzò la donna.
«Mi chiamo Paolo Brandi e sono un giornalista».
«Se è per un appuntamento può dire a me».
«Sì, certo. Ma è piuttosto urgente».
«È per un’intervista o per una visita?» indagò la segretaria.
Paolo si innervosì: «Senta, si tratta di una faccenda personale e piuttosto delicata che riguarda una mia amica, una paziente del professore. Mi dica soltanto quando posso incontrarlo al più presto».
«In questo caso è meglio che prima vi parliate. Mi lasci il suo numero di telefono. Al termine dell’ultima visita il professore la richiamerà».
Paolo posò la cornetta e si accorse con tenerezza che Pietro si era addormentato nelle sue braccia. Lo portò in camera, lo sistemò nel lettino e raggiunse Emma in cucina. Il risotto fumava nei piatti e lei gli sorrise come la modella di un famoso spot di dadi vegetali. Perfetta con la gonnellina a pieghe al ginocchio, gemelli di cachemire pastello, décolletées Chanel (ma come farà a portarle tutto il giorno in casa? si chiese ancora una volta lui) e taglio sfilato dei capelli mèchati appena messi in piega.
Il simbolo della moglie bon ton. Altezza media, taglia 42, gambe da collegiale, occhi blu, cognome risonante, nome ereditato dalla nonna ricca e cultura stereotipata da brava ragazza milanese, ex alunna delle Orsoline.
Ma perché mai l’aveva sposata? Era l’estremo opposto di Viola, pensò con un disperato rigurgito di passione per l’altra.
Durante la cena parlarono di nulla, come sempre.
«Ha piovuto anche oggi».
«Già».
«Com’è andata al giornale?».
«Solito».
«All’asilo di Cecilia hanno cambiato la maestra».
«Ancora? E com’è la nuova?».
«Non so, caro. La incontrerò dopodomani».
Irrazionalmente Paolo si domandò se Emma avesse mai sospettato il suo momento di follia per Viola. Per fortuna in quell’istante il telefono suonò. Le fece un cenno per dire che avrebbe risposto lui dallo studio.
«Sono Alessandro Collini. È lei Paolo Brandi?». Voce nasale e trascinata.
«Sì, professore, sono io. Ho molta urgenza di parlarle».
«Mi accennava Carmen, la mia segretaria, che si tratterebbe di qualcosa che riguarda una mia paziente. Lei saprà che il vincolo del segreto professionale m’impedisce qualunque possibilità di colloquio senza il consenso della mia assistita».
Paolo considerò fra sé che Collini sembrava quasi annoiato. «Conosco benissimo il problema. Il fatto è che la ragazza in questione al momento sta molto male e penso che lei sia l’unica persona che la possa aiutare».
«Chi è?» domandò il medico.
«Viola Sandri» rispose lui abbassando la voce.
«Viola… capisco. Capisco. Venga da me domani a mezzogiorno. Vedremo cosa si può fare».
Chiusa la telefonata, Paolo si sentì più leggero. Allungò le gambe sotto la scrivania e si passò una mano fra i capelli ricci con un lungo sospiro. Poi, con gesto meccanico, compose il numero di Cunnigham.
«Hallo?». L’inglese rispose al secondo squillo, personalmente. In sottofondo si poteva udire un brano del Flauto magico di Mozart a volume altissimo.
«Lester? È lei? Sono Paolo Brandi» urlò il giornalista temendo di non essere udito.
La musica si abbassò all’istante e l’inflessione straniera di Cunnigham si esibì in un elegante: «Oh yes. Sono io. Che succede?».
«Può ricevermi domani dopo le due? Devo parlarle».
«Naturalmente, amico mio. È prevista ancora pioggia abbondante, dunque rinuncerò senz’altro agli appuntamenti del pomeriggio. L’aspetto».

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