Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

martedì 3 giugno 2014

Mayfair e il mistero del lago

-seconda puntata- 







Il riscaldamento della vecchia Mini stentava a funzionare e l’abitacolo sembrava un frigorifero. Carlo imboccò viale Forlanini immergendosi nel traffico prenatalizio e si diresse alla Clinica Veterinaria di via Ponzio.
«È uno Yorkshire Terrier - stabilì il professor Benni con aria cattedratica, la pipa spenta fra le labbra - in arrivo dall’Inghilterra per raggiungere uno dei mille negozi di questa città. Probabilmente, e come purtroppo spesso accade per incuria, durante il viaggio s’è rotto le due zampe posteriori, forse a causa di un urto. Nessuno acquisterebbe un cucciolo di questo pregio tanto ‘fallato’. Così... via! Nel bidone della spazzatura. È molto difficile curare un animale di queste dimensioni e, se si salverà - sottolineo se perché apparentemente sembra essere stato in quel cassonetto almeno due giorni senza cibo né acqua - sicuramente rimarrà zoppo. Meno male che ha trovato un amico generoso come lei.»
Le grandi mani del medico sistemarono la flebo sottocutanea al cucciolo con una carezza. I piccoli occhi di carbone, quasi spenti, non lasciavano mai quelli di Carlo.
«No. Assolutamente no. Impossibile.» Tonolli camminava nervosamente su e giù, nel piccolo ambulatorio del Pronto Soccorso. Si sentiva seguito da quegli occhi. Quei piccoli occhi di carbone quasi spenti.
«Vivo solo, faccio il giornalista, non sono mai a casa e poi... non voglio cani.»
Lo sguardo del veterinario divenne cupo. Si chinò sulla bestiola ignorando Carlo e carezzandola sussurrò (ma in modo chiaramente udibile): «Mio piccolo amico, il tuo destino era segnato. Non ti farò soffrire più. Nessuno ti può curare e qui in Università non ti posso tenere. Ora ti addormenterai. Piano piano...» Finse di preparare la siringa letale invocando fra sé il santo protettore degli Yorkshire. Non osava nemmeno immaginare cosa avrebbe detto la sua terza moglie, madre del suo settimo erede, alla vista del quinto cane. Ma per fortuna la voce di Carlo lo raggiunse immediata come un pugno liberando il suo animo: «Dovrà scrivere tutto dettagliatamente, dottore. Sono distratto e molto impegnato, potrei dimenticare dosi e orari delle cure.»
Si congedarono un’ora dopo. Il professor Benni gli ricordò di non farsi alcuno scrupolo a chiamare per qualunque problema e a qualsiasi ora, soprattutto nei primi tre giorni. Rifiutò categoricamente di essere pagato e stava già per chiudere la porta dello studio quando aggiunse: «A proposito, lei è davvero fortunato: è uno splendido esemplare femmina che, se sopravviverà, sarà curato gratuitamente dal miglior veterinario su piazza che, casualmente, lei ha incontrato qui questa sera.»

Carlo raggiunse la macchina con il fagotto tra le mani dal quale spuntavano due piccoli occhi di carbone, perennemente fissi su di lui, nei quali brillava una nuova luce. «Dovrò pur darti un nome.»
Si accorse di aver parlato a voce alta e si sentì un po’ stupido. Il bagliore di un lampione evidenziò la vernice fluorescente sulla fiancata della Mini con la scritta “Mayfair”.

Quella sera la sua casa gli parve particolarmente calda e accogliente. Accese anche il camino per accentuarne l’intimità.
Prese una vecchia coperta e vi aggiustò fra le pieghe la cagnolina. Mayfair era silenziosa e intontita dagli antidolorifici, le zampe posteriori fasciate, penosamente distese su un fianco. Ma gli occhi non lo lasciavano mai.
«Non la faccia muovere per nessuna ragione al mondo, almeno per le prime quarantotto ore», aveva raccomandato il professor Benni. Carlo si preparò un sandwich, recuperò una terribile birra calda e si allungò nella poltrona davanti alla libreria. Soltanto allora si accorse della presenza di un piccolo, spennato, alberello di Natale di plastica, appoggiato su un ripiano, con appeso un cartello decorato su cui campeggiava la scritta infantile: “Buon Natale dottore, dalla sua affezionata Tilde!”.
La sua governante. Che vergogna. S’era pure dimenticato l’assegno per lei.
Con una breve occhiata controllò Mayfair che ora pareva dormire tranquilla. Pensò che se si fosse ripresa, avrebbe potuto piazzarla da zia Lucia, l’unica parente che gli era rimasta. Ricchissima da generazioni (lui, ovviamente, era capitato nel ramo sbagliato della famiglia), zia Lucia viveva in una villa, o per meglio dire un palazzo, con un parco secolare che andava a morire nel lago di Como, vicino a Bellagio. L’ambiente ideale per un nobile cane inglese.
Peccato che zia Lucia avesse due grandissimi amori: suo nipote Carlo e... i gatti. Ne aveva cinque. Tutti persiani. E tutti e sei, zia compresa, detestavano i cani. Sbadigliò. Il sonno lo aggredì improvvisamente. Raggiunse barcollando la camera da letto, si buttò completamente vestito di traverso sull’enorme matrimoniale e, prima di addormentarsi di sasso nella totale oscurità della mansarda, si autoconvinse che, per amor suo, zia Lucia avrebbe infine accettato Mayfair.

Quando fu brutalizzato dallo squillo del telefono, a tentoni le sue dita riconobbero la cornetta sul comodino. «Dottor Tonolli? Sono la Betta, dal giornale.» E da dove sennò? pensò Carlo rievocando la faccia da stupida della segretaria di Lini, sempre in bilico sui tacchi a spillo. «Che ore sono?», le rispose dal limbo. «Sono le 10 e 45 e sono stata incaricata dal dottor Lini di comunicarle che lei è licenziato da oggi stesso.» La voce chioccia della Betta sembrava ripetere il segnale orario. Già, l’assessore. Se lo poteva proprio immaginare, quella faccia da trota, aspettare invano fra il baillame di Linate, e bestemmiare poi in cuor suo per l’intervista mancata. Un’intervista magari prepagata, o più semplicemente pattuita con il suo partito.
«Messaggio ricevuto. Fatemi avere a casa l’assegno e auguri a tutti.» Riappese e si coprì gli occhi con una mano. Dopo due anni di lavoro dipendente, la sua liquidazione sarebbe stata poco più di tre mensilità di stipendio, ferie non godute comprese. E per giusta causa, così avrebbe potuto dire addio all’indennità di licenziamento dei giornalisti professionisti. Due lire in croce, da intascare non prima di un mese insieme con la sua reputazione definitivamente rovinata. E poi la rincorsa alle collaborazioni esterne, le “marchette” come si dice in gergo, e le sollecitazioni di pagamenti da fame che non arrivano mai... e tutto questo per quel dannato cane. Doveva essere veramente pazzo. Il cane. Sperava davvero che fosse morto durante la notte. In caso contrario pensò che l’avrebbe portato subito da zia Lucia per darlo in pasto ai cinque Persiani. Gettò di lato il guanciale. La luce del giorno invernale filtrava ovattata dalle imposte e Carlo si sentì osservato.
La individuò sullo scendiletto, proprio dalla parte dove lui aveva dormito. Le piccole zampe fasciate allungate all’indietro, parallele, indipendenti come quelle di una bambola di pezza, il respiro un po’ affannoso, il muso appoggiato al parquet. Ma gli occhi... quegli occhi di carbone erano ancora fissi su di lui. Doveva aver strisciato lungo tutto il corridoio per raggiungerlo, per stargli vicino, nonostante il dolore insopportabile.
Carlo si accorse un’altra volta di quel muscolo da troppo tempo a lui ignoto, di quei battiti di vita e di emozione in mezzo al petto.
«Sei proprio un cane scemo. Ora non potrai più camminare, resterai paralizzata, e ti dovranno addormentare per sempre.» Raccolse quell’esserino con tutta la delicatezza che poteva, lo ricompose nel suo giaciglio e decise di non lasciarlo mai più.


1 commento:

Chetri Luigi ha detto...

Bellissimo libro lo consiglio a chi si sente solo\a storie toccanti di persone che amano gli animali, e li portano nel cuore grande Susanna Barbaglia <3 <3 <3