Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 18 ottobre 2017

Mio piccolo Pimky








“Mio piccolo Pimky”, di Antonella Tomaselli, pubblicato da “Libero”, 6 ottobre 2017


Vabbè, mica lo volevo un gatto! Cioè, è vero che mi piacciono tutti i mici del mondo, ma ho quattro cani e diciassette pesci. Un gatto ci può stare? Eh, no! E poi mio figlio è allergico. Altamente allergico.
Invece i nostri vicini se lo presero un gatto. Pimky. Un cuccioletto piccino. Una pallina di pelo color pesca. Con una faccina da bamboletta. E due occhi di giada verde, accesa da oro liquido.
Tempo due giorni e venne a conoscere me e la mia famiglia. Si arrampicò sul tetto sopra al barbecue. E rimase lì a studiarci. Guardandoci dall’alto in basso, mentre noi - incantati - ci scioglievamo in mille moine nei suoi confronti. Ritornò a casa sua. Ma venne ancora. E ancora. Ci regalava quelle piccole visite. Intanto cresceva. Era un baldo giovanotto quando cominciò a passare pomeriggi interi da noi, pisolando in bilico su di un muretto.
La situazione mutò quando dai vicini arrivò Eva, una cucciolona di pastore tedesco. Lei e Pimky non andavano d’accordo. Tolleranza zero. Lui ci soffriva: giorni e giorni allo sbando, mentre diventava sempre di più un’anima randagia. Si impossessò di un vasto territorio: il giardino di casa mia e i boschi limitrofi. Un gatto vagabondo. E sperduto. Ma bisognava sopravvivere, no? E Pimky pensò bene di adottare me e la mia famiglia. Noi eravamo lì a braccia aperte. Purtroppo lo sorprendemmo diverse volte sul bordo del laghetto mentre contava e ricontava i diciassette pesci. Eravamo in allerta, ma non tentò mai di catturarne qualcuno. Caldeggiammo la nascita di un buon rapporto tra Pimky e i nostri yorkshire terrier. Però fallimmo in pieno. Rifiuto totale da parte dei cani, che, gelosissimi, cercavano la zuffa appena lo scorgevano. Abbaiavano furiosamente anche ogni volta che pronunciavamo il suo nome. Tant’è vero che per evitare che si scatenassero, quando parlavamo tra di noi smettemmo di chiamarlo Pimky e optammo per “Il gatto”. Non appena i cani associarono a lui il nuovo nomignolo, lo cambiammo con “Il ragazzo”. E così via, in trasformazione perpetua.
Mentre cercavamo di tenere sotto controllo la situazione ci affezionavamo sempre di più a quel micione che si era fatto grande e grosso e tutto rosa. Ok: a lui, spirito libero e guerriero, il giardino. Ai cani la casa, con uscite regolamentate da un ampio recinto. Soluzioni non ideali, ma accettabili. Per Pimky svuotammo la legnaia e ci mettemmo cuccetta e ciotole. Ma lui preferiva dormire sopra al forno accanto al barbecue. Be’, gli mettemmo una cuccia anche lì. La mattina si svegliava e veniva alla finestra della cucina per salutarci con un “miao”. Sbafata la colazione se ne andava. Nessuno avrebbe potuto trattenerlo. Ma si ripresentava puntuale a pranzo e a cena, e quando aveva voglia di coccole. Io gli parlavo in francese perché mi sembrava che gli piacesse: lo inondavo di “mon petit Pimkì” e “mon petit chouchou”, quando lo accarezzavo. Così si addolciva il suo stile di gatto selvaggio, ma solo con noi: con cavallette e topi di campagna rimaneva navigato predatore.
Una mattina non si presentò alla solita finestra. Nella sua cuccia non c’era. Lo cercammo dappertutto, chiamandolo a gran voce. Chiedemmo ai vicini se l’avevano visto. Sparito. Col cuore tremante continuammo le ricerche, senza alcun risultato. Gli era certamente successo qualcosa di grave. Giorni dopo, quando ormai la nostra ansia si era trasformata in angoscia profonda, lo vidi. Era lì, davanti a casa. Mi precipitai da lui lanciandogli il più felice dei miei “mon petit Pimkì”. Ma era appallottolato su se stesso, dimagrito e stanco. Sporco e spettinato. Sollevò la testa, gli occhi a mandorla come due fessure, e aprì la bocchina per dirmi “miao”, però la voce non uscì. Sembrava in procinto di esalare il suo ultimo respiro. Anch’io urlavo senza voce. Non sapevo cosa gli fosse accaduto, ma capivo che si era trascinato fino a casa per chiederci aiuto… o per dirci addio. Corsa folle dal veterinario. Pimky, tra la vita e la morte, subì interventi chirurgici importanti. Rimase in clinica due lunghissimi mesi. Noi alternavamo speranze e sconforto. Ma si sa che i gatti hanno un bel po’ di vite a disposizione: si salvò! Quando il veterinario ci disse che lo potevamo riportare a casa, ci precipitammo. Pimky sonnecchiava tranquillo su una sedia dell’ambulatorio. Ci guardò per un attimo, poi con un balzo raggiunse una cuccia, nell’angolo opposto della stanza, dedicandosi agli affari suoi. Era concentrato a leccarsi minuziosamente una zampa quando sussurrai: «Mon petit chouchou…». Alzò la testa di scatto e venne verso di me: mi aveva ritrovata. Tornati a casa, riprese il solito tran tran. Arrivò l’inverno. Freddo. Non avevamo cuore di lasciare Pimky fuori all’addiaccio. Provammo a chiuderlo in garage. Gli effetti pirotecnici messi in piedi dalle sue proteste ci fecero cambiare rotta. Tentammo di chiuderlo nella ex legnaia, con lo stesso risultato. Ricorremmo allora ai nostri vicini: forse potevano tenerlo in casa durante la notte. E invece no, in casa c’era Eva. Ma trovarono una soluzione: i loro suoceri l’avrebbero tenuto in casa per tutto l’inverno. Salutammo Pimky. L’avremmo rivisto la primavera dopo. Be’, non andava lontano, i suoceri dei vicini abitavano in un paese distante pochi chilometri.
Il mattino dopo, appena sveglia, pensai che sarebbe stato duro aprire la finestra della cucina e non vedere il nostro micio. Anche il resto della famiglia era d’accordo. Aria da funerale. Sguardi che quando si incrociavano erano subito seguiti dallo stesso sospiro: “Per Pimky è meglio così”. Poi mio marito aprì la finestra famosa e… il gatto rosa era lì! Scoppio di felicità! E coccole e abbracci a non finire. Da parte sua testatine, fusa, morbidi bacetti e una sfilza di “miao miao”. Pimky era riuscito a fuggire, aveva percorso chilometri e attraversato il bosco, ed era tornato da noi. Ed è tuttora qui. Gatto indomito e ingovernabile, ma dolcissimo e affettuoso a non finire. Lui ci ama. E noi amiamo lui. Tantissimo. Vabbè, mai più senza “mon petit Pimkì”!


1 commento:

elfo di boscofragolino ha detto...

Grazie! E' un racconto colmo di bellezza e di amore. Pimky è una creatura meravigliosa. Grazie a Pimky e a tutti i gatti del mondo <3