Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 11 giugno 2014

Mayfair e il mistero del lago

-sesta puntata-



4. L’omicidio


Le aveva lasciato accesa la luce tenera dell’abat-jour. Ritta sulle gambe incerte, con il codino tronco impazzito, rivedendolo manifestava tutta la sua gioia con un flebile gemito di commozione e gratitudine. Sempre, quando lo ritrovava, fosse anche dopo il tempo breve di una sigaretta, per Mayfair era come se Carlo fosse tornato da un lungo viaggio.
La prese fra le mani che lei leccò felice e, per la prima volta, l’uomo sfiorò il muso del piccolo animale con un bacio. Inutile negarlo. Anche lei gli mancava. La sua presenza silenziosa, dopo soli dieci giorni di convivenza, gli era diventata necessaria e insostituibile. Mayfair lo divertiva, lo gratificava, lo faceva sentire utile e determinante per la vita di un altro essere. Mayfair lo metteva in condizione di imparare a dare, di essere generoso di se stesso. E ciò gli piaceva. Diligentemente le infilò il maglioncino rosso con il collo alto («Non le faccia mai prendere freddo», aveva raccomandato il professor Benni); le annodò con un piccolo elastico il ciuffo che iniziava a ricaderle sugli occhi («Il pelo le crescerà molto e cambierà colore. Da grigio piombo si farà poco per volta argento-blu sul corpo e dorato sulla testa e sulle zampe. Le tagli la frangetta o gliela raccolga con un fermaglio: questi cani sono molto delicati e soffrono spesso di congiuntivite»). Il guinzaglio non era necessario, non ne avrebbero mai posseduto uno. Mayfair non si sarebbe allontanata dal suo piede per nessuna ragione al mondo, anche se avesse potuto correre come un cane sano.
La portò in braccio fino al giardino sul retro della villa e la depose nel prato. Seduta nell’erba, gli sembrò ancora più piccola. Lei lo fissò diritto negli occhi, poi si mosse piano, zoppicando, con quelle zampette fasciate, annusò un sasso, perse l’equilibrio e cadde. («Lasci che si muova liberamente, lasci che s’arrangi. Soltanto così abbiamo la speranza di riattivarle almeno un po’ gli arti»). Era dura lasciarla fare da sola. Rialzava il suo corpo di un chilo scarso con la stessa paziente e rassegnata fatica di un pachiderma. Ogni volta che Mayfair si trovava in difficoltà, il cuore di Carlo batteva più veloce finché lei, finalmente eretta, zampettava verso di lui con quella buffa e tragica rigidità, e lo guardava soddisfatta e dignitosa. E ogni volta, ad ogni minimo progresso, lui si chinava e le diceva piano: «Brava, bravissima coraggiosa amica mia.» («La faccia camminare, ogni giorno un poco di più»). Carlo si avviò sul vialetto di ghiaia fine, molto lentamente, e lei lo seguì pronta, impettita come un soldatino, impegnatissima, claudicante e felice.
La voce di sua zia lo raggiunse dalla cucina: «Che ci fai in giardino? Speri che quel tappetto impari la buona educazione? Vieni dentro, dobbiamo preparare lo champagne.» Il suo vecchio Rolex segnava un quarto alla mezzanotte. Carlo non pensò minimamente di riportare Mayfair in camera. Fece scivolare il suo cane sotto il lenzuolo, fra la giacca e la camicia dello smoking. Quello sarebbe stato il loro primo capodanno insieme.

«Un morto? Un morto nel gazebo? Ma che scherzo è?» Lucia Guanzani parlava da sola e concluse con una smorfia: «Porta anche male...»
Carlo entrò in quel momento: «Un’altra trovata di De Mei?»
«E chi può dirlo? Guidone dice che il custode ha trovato un morto nel gazebo con la testa fracassata. Non riesco a capire chi è il necrofilo che si è inventato questa sorpresa di mezzanotte.»
«Oh cara Lucia, che magnifica festa! Quanti colpi di scena. Questa del morto nel gazebo poi è un’idea fantastica! “Festa in maschera con cadavere”. Davvero sensazionale: gli amici di Milano creperanno di invidia.» Un’oca vestita da zingarella, cicalando, corse a coinvolgere gli altri invitati. Zia Lucia sbuffò mandandola con un gesto inequivocabile a quel paese.
«Che si fa? Vai tu a vedere chi è quel fesso?», implorò Bibidibobidiboo atteggiando le mani inanellate nel gesto delle corna.
«Ai tuoi ordini principessa, tanto ormai sono rassegnato a perdermi anche il cin cin. Ascolterò da lontano i vostri tappi saltare.» Lei lo baciò. «Fatti accompagnare da Guidone che, da buon bergamasco, sembra l’unico a prendere sul serio la faccenda.»

Valenti giaceva supino in un lago di sangue. Sangue vero. Indubbiamente. Ancora caldo. Carlo avvertì sul suo petto Mayfair ritrarsi a quell’odore di morte. «Presto! È ancora vivo.» Mentre il giornalista palpava la vena del collo di Valenti, con un ultimo sforzo di vita la mano dell’uomo si artigliò al suo polso. Si guardarono. Voleva dirgli qualcosa e Carlo avvicinò il più possibile l’orecchio alle sue labbra. Fece giusto in tempo, prima che Valenti spirasse, a capire in quel rantolo solo due parole nitidamente: «...il...ca...ne...»

Mentre brindava con sua moglie, il commissario Ghezzi stava considerando di essere un uomo fortunato. Era il trentesimo capodanno che festeggiavano insieme, lui e Federica. La loro vita normale, serena, si snocciolava giorno dopo giorno ritmata da mille piccole dolci abitudini che, presto - e Ghezzi assaporò questa prospettiva sorridendo nel cuore - avrebbero avuto un posto di primo piano nelle loro giornate. Gli mancavano pochi mesi alla pensione e, benché si sentisse ancora legato alla sua professione, provava tuttavia più forte il desiderio di riposare, di essere libero negli ultimi anni di autosufficienza fisica.
Senza figli, qualche soldo in banca, la casetta in montagna. Le ore sarebbero passate più lentamente pescando, osservando sbocciare i fiori del loro piccolo giardino, mangiando sull’erba come quand’erano ragazzi.
I due vecchi sposi incrociarono i calici e bevvero lo spumante italiano guardandosi negli occhi. Avevano deciso di andare a dormire subito dopo la mezzanotte per poter partire presto l’indomani mattina per la Val D’Aosta. I bagagli sostavano già dal pomeriggio perfettamente allineati nell’ingresso e, mentre la moglie finiva di riordinare la cucina, Ghezzi infilò il pigiama a righe, tentò di pettinare i capelli ancora folti, ricci e ribelli all’indietro, calzò con cura l’inutile retina elastica per tenerli in piega e scivolò fra le lenzuola odorose di lavanda. Della sua lavanda.
Fu nel momento più bello, tra la veglia e il sonno, che il telefono squillò come una tromba in caserma. Colpa dell’incipiente sordità di Federica che non permetteva di abbassare quell’infernale suoneria. Il commissario saltò sul letto e imprecò. Ma chi poteva essere a quell’ora beduina? «Capo, sono Brighenti.» Già, Brighenti. Avrebbe dovuto indovinarlo. Il più rompiscatole del distretto. «Che c’è?» Federica era apparsa sulla soglia della camera in bigodini e vestaglia felpata.
«Un omicidio, capo. A Villa Guanzani», rispose lapidario il brigadiere.
«Passa subito a prendermi e avvisa la Scientifica.» Ghezzi si strappò la retina dalla testa e si rivestì con rabbia. Uscendo baciò la moglie. «Non so dirti quando tornerò, sembra una cosa grossa.»
Il commissario Ghezzi e la squadra della Scientifica si presentarono alla villa entro mezz’ora dalla scoperta del cadavere di Valenti. Nulla era stato rimosso dalla zona del delitto dove il sangue aveva ormai formato una pozza enorme e si mischiava sulle beole a frammenti di materia celebrale.
I suoi inizi in cronaca nera erano troppo lontani e Carlo scoprì di aver dimenticato la quantità impressionante di sangue contenuta in un corpo umano. Era stato l’unico ad accompagnare la polizia al gazebo: nessuno si era sentito di seguirlo, Guidone compreso. Tutti gli ospiti erano riuniti nel “Salone Verde” a commentare, fra lacrime e sbigottimento, la notizia incredibile. La moglie di Viani, Pierrot, era addirittura svenuta fra le braccia di Donna Lucia che, ammutolita, nonostante fosse sempre stata astemia, si era tracannata mezzo bicchiere di cognac. Kirstin, come pietrificata, rigirava fra le belle dita affusolate un tovagliolo ricamato, gli occhi indecisi fra il buio del parco e il profilo del marito che si stagliava in silhouette contro la vetrata.
«L’arma del delitto deve essere un oggetto piuttosto pesante, non troppo lungo e privo di asperità», dettò il medico legale all’assistente dopo aver osservato a lungo la ferita, «e il colpo è stato certamente inferto con violenza dal basso verso l’alto, proprio all’apice della nuca, mentre la vittima era di spalle.»
«Chi si è accorto per primo della scomparsa del Valenti?», domandò il commissario. Con la precisione che aveva sempre contraddistinto il suo stile giornalistico all’anglosassone, Carlo raccontò per filo e per segno i fatti della serata, compresa la strana parentesi della sparizione temporanea di De Mei. Ghezzi annotava tutto con scrupolo. Soltanto a tratti lo interrompeva con qualche domanda di ulteriore chiarimento. Quando il cadavere venne ricomposto nel classico sacco di plastica nera, erano le quattro del mattino passate. Sul pavimento del gazebo spiccavano i segni a gesso di circoscrizione della sagoma del morto, la tragica pozza di sangue, qualche orma fangosa. «Non toccate nulla. Nessuno potrà lasciare la villa finché io non lo dirò. I miei uomini resteranno nel parco alla ricerca dell’arma del delitto e di altre eventuali prove, mentre io tornerò verso mezzogiorno con il sostituto procuratore per interrogare i testimoni. Mi faccia trovare tutti già riuniti, per favore.» Il commissario strinse stancamente la mano di Tonolli e se ne andò.

Carlo si sdraiò sul letto e pensò che per un paio d’ore avrebbe potuto riposare. Ma non riuscì a prendere sonno. Accucciata sul suo petto, Mayfair lo fissava nella semioscurità. Il telefono interno trillò dalla scrivania. «Dormivi?» La voce di sua zia era un sussurro. «Per me è stato De Mei.» «Non mi sembra uno scoop. Tutti pensano che sia stato De Mei. È l’unico senza alibi con le aggravanti della sparizione, avvenuta guarda caso proprio nel momento del delitto, e della conseguente amnesia.» Carlo parlava più che altro con se stesso ripercorrendo mentalmente a ritroso tutti gli avvenimenti.
«E allora cosa pensi?» la voce della donna era sempre più flebile.
«Nulla. Non capisco nulla. In fondo questo Valenti chi lo conosce? È amico di Kirstin ma nemmeno lei sa cosa fa e da dove viene. Potrebbe aver dato un appuntamento a qualcuno nel parco, qualcuno con il quale avesse dei conti in sospeso. E ora, se sei capace di tacere, ti dirò la più bella. Prima di morire, Valenti ha parlato. Ho riferito al commissario di non aver capito le sue parole, in realtà quel disgraziato mi ha guardato e, con uno sforzo immane, ha detto: «Il cane», riferendosi chiaramente al mio cane che spuntava da sotto il lenzuolo. E ora che mi dici?»
«Il cane? Ma che cosa c’entra quella pulce? Tu stravedi e sopravvaluti la tua amichetta. Avrai capito male, oppure si sarà riferito a qualche altro cane. Ora riposa, ci vediamo più tardi.» Riattaccò.
Carlo chiuse gli occhi ma, dopo pochi minuti, Mayfair gli grattò una mano, segno convenzionale di un’impellente pipì.
«Ma proprio adesso? È così urgente, porcogiuda?» Domande retoriche. Sbuffando Carlo si stava già rivestendo. Prese il cane e si avviò nel giardino sul retro. Sbadigliò e la depositò nell’erba. Ma Mayfair fece dietrofront, tornando faticosamente sul vialetto in direzione della portafinestra della cucina. Carlo la osservò attento, finché la vide arrivare davanti a quell’ingresso e poi grattarne lo stipite di legno. «Cosa vuoi? Hai fame a quest’ora?» Altre domande inutili, pensò entrando in cucina. Aprì il frigorifero, trovò il contenitore con il pollo lessato dall’Adele, ma nello stesso tempo si accorse che Mayfair non era più fra i suoi piedi. La ritrovò in corridoio, che camminava lenta ma decisa verso la scala. Si fermò davanti al primo gradino e si girò a guardarlo come per fargli intendere che avrebbe voluto salire. «E ora che vuoi? Tornare a dormire? Che senso ha questo giretto?» La riprese in braccio, salì al primo piano e la depose in corridoio. E lei, con determinazione, si avviò verso il fondo, superando la loro camera, verso la “Stanza dei Persiani”. Carlo, sempre più stupito, attese che Mayfair giungesse davanti a quella porta dove si fermò e ricominciò a grattare sullo stipite. Dall’interno si avvertì nitidamente Blue Diamond soffiare come un mantice. «Che c’è amica mia? Vuoi la guerra? Quelli pesano almeno cinque volte più di te. Lascia perdere se tieni alla tua frangetta.» La riprese in braccio, tornò in camera, si rispogliò e si rimise a letto. «Vieni qui adesso.» Allungò una mano. Sapeva che Mayfair adorava dormire sul suo petto. Ma lei, evidentemente offesa, raggiunse i suoi pantaloni di vigogna ripiegati sull’altro lato del letto, vi si accucciò e, sempre guardandolo diritto in faccia, lasciò andare una lunga pipì. «Cosa credi di fare, brutta bestia? I dispetti? A me? Adesso ti faccio vedere io chi comanda qui...» Era troppo stanco per controllare i nervi. Arrotolò un quotidiano e cominciò a picchiarlo rumorosamente sul letto, proprio di fianco alla cagnolina («Per educarla non usi mai le mani. Quando fa qualcosa di sbagliato, faccia del rumore, magari con un giornale», aveva raccomandato Benni). Mayfair, che s’era appiattita contro il cuscino, iniziò a tremare. Carlo provò un dolore cupo alla vista di quel terrore senza difese. E vergogna. Tanta vergogna. Era così piccola...
«Hai il potere di farmi sentire una merda anche quando ho ragione.» La prese fra le braccia e tentò di rassicurarla. Spense la luce, la sistemò nell’incavo del braccio, la carezzò e, mentre quel tremito insopportabile al suo cuore piano piano si calmava, all’improvviso si domandò come Mayfair potesse conoscere la “Stanza dei Persiani”. Lui di certo non ce l’aveva mai portata, sua zia l’avrebbe diseredato. In più il locale era defilato rispetto ai loro abituali ‘itinerari’ all’interno della villa. La “Stanza dei Persiani” infatti, era una piccola veranda in fondo al corridoio, affacciata sul lato est del parco. Ex studiolo, era stata attrezzata per i gatti con vecchi cuscinoni, tronchi grattaunghie, vasi di erbetta rinfrescante e apertura all’americana su un grande terrazzo. La porta abitualmente restava chiusa, con l’unica eccezione della pulizia quotidiana effettuata dal personale nella tarda mattinata. Eppure Mayfair conosceva quella stanza. La sua determinazione a raggiungere proprio quella porta, fra tutte le altre affacciate sul corridoio del primo piano, significava che c’era già stata. Un altro mistero - come il morso alla mano di De Mei - forse legato a quelle due parole sussurrate da Valenti in fin di vita.
Ora il tremore era scomparso e la cagnolina russava beatamente.
«Ci penserò poi», pensò Carlo, e finalmente chiuse gli occhi.

L’interrogatorio durò quasi tutto il giorno seguente. Il giovane sostituto procuratore Marsi capì immediatamente che il novanta per cento degli invitati era al di sopra di ogni sospetto e, pur con malcelata piaggeria vista l’importanza del personaggio, insistette sul buco di memoria di De Mei, sui suoi rapporti con la giovane nervosissima moglie e sui rapporti della coppia con il Valenti. Ma non ne ricavò nulla. L’imprenditore appariva annebbiato, malato e stanco. Rispondeva a monosillabi e, con garbo quasi infantile, il capo chino, a tratti bisbigliava: «Mi dispiace, proprio non ricordo.»
Dal canto suo, Kirstin non riusciva a star ferma per più di un minuto, né in piedi né seduta. Marsi avvertì un latente senso di colpa quando la ragazza ammise la “simpatia” che da tempo la legava al Valenti: «... dall’epoca del mio arrivo in Italia. Paolo fu la prima persona che conobbi e che mi aiutò, trattandomi come una persona, non come un oggetto.» Lucia Guanzani parlò pochissimo, tradendo tuttavia con frequenti ed eloquenti sguardi verso il nipote un’eccitazione e una curiosità irrefrenabili. A metà giornata si decise un break per uno spuntino. Furono offerte tartine e spumante per tutti e si mangiò in un silenzio di tomba, mentre in un salottino privato Marsi e il commissario rivedevano appunti e testimonianze individuali.
Viani si avvicinò a Carlo. «Non so come chiederle un grande piacere.» Il giornalista di provincia sembrava sinceramente imbarazzato davanti al famoso collega. In piedi, il piatto fra le mani, il corpo leggermente inclinato in avanti. Per la prima volta da quando si erano incontrati, Carlo provò un moto di simpatia per quell’uomo discreto. Con inconsueta gentilezza disse: «Sieda qui e provi. Mangiando vien tutto meglio.» Pur non sentendosi tranquillizzato da tanta imprevedibile cortesia, Viani si lanciò: «Ecco vede... noi siamo qui, i miei redattori non possono entrare e... ho pensato che lei... be’ sarebbe un vero privilegio per il mio giornale se lei...» Carlo lo interruppe subito: «Non sarebbe male una cronaca dei fatti all’americana, puntuale, quotidiana, concisa ma un po’ strillata, con una base di indagine giornalistica seria dall’interno della questione, “dal vero”, mi capisce? Un po’ in contrapposizione alla polizia e, allo stesso tempo, - ovviamente per quanto ci conviene - di collaborazione con le forze dell’ordine. È un taglio nuovo, no?» Viani sembrava una statua di sale e Carlo non aveva mai spostato gli occhi dal suo piatto. «Faccia quello che le pare Tonolli. A me basta solo sapere di quanto ha bisogno come anticipo spese.»
Una luce nuova lampeggiò negli occhi grigi di Carlo. Sentiva dentro di sé qualcosa di indefinibile ma tangibile, forse la nascita di una piccola emozione. Quell’ometto in chiaroscuro era il suo direttore ideale. Gli aveva smosso nell’anima una leva arrugginita dalla noia di quegli ultimi anni, lo metteva in condizione di essere libero, di essere se stesso, di fare le cose come le sentiva.
«Per ora niente soldi. Un registratore tascabile perché non ho qui il mio. Carta per la stampante e dischetti per il mio Macintosh portatile. Infine, acqua in bocca, anche con sua moglie. La discrezione è basilare: dobbiamo giocare sulla sorpresa verso i lettori, verso la concorrenza e verso... l’assassino. E si ricordi di lasciarmi sempre una finestra aperta in prima pagina, fino a un minuto prima di chiudere il giornale. Uno spazio anche minimo che possa accogliere eventuali titoli di richiamo dei pezzi all’interno.»
Complici di tanto entusiasmo, i due non si accorsero che quel loro bisbigliare in un angolo aveva incuriosito tutti. Donna Lucia era talmente intenta a osservarli che pareva voler addirittura interpretare i movimenti delle loro labbra. Con passo incredibilmente leggero, Guidone li raggiunse e quasi li spaventò comparendo all’improvviso. «Dottore, nella “Stanza dei Persiani” c’è baruffa. Il suo cane mi sembra purtroppo in netta minoranza, se così posso dire.» Carlo schizzò in piedi e Viani lo seguì. Immaginando qualcos’altro “di grosso”, si alzarono tutti e si scaraventarono in corteo dietro ai due giornalisti.
Lo spettacolo che gli si offrì ricordò a Carlo la visione in miniatura di un domatore di leoni. Mayfair, eretta sulle quattro zampe divaricate e tremebonde, mostrava i denti radi a una schiera di felini inferociti e ringhianti che, uno dopo l’altro, le lanciavano zampate artigliate in direzione del muso. Muso che - Carlo notò con angoscia - già zampillava di sangue. Quella testona non si spostava di un centimetro ma, semmai, cercava di avvicinarsi alla cuccia di Queen Mary, prossima al parto, che osservava la scena con pacifico orgoglio di puerpera. Sua zia allontanò i Persiani mentre Carlo tentava di afferrare Mayfair. Ma il cane, in preda a un furore cieco, sfuggì alle sue mani e si scagliò come un proiettile nella cuccia della gatta la quale a sua volta ne uscì, miagolando, con un balzo. E allora, finalmente, la piccola terrier iniziò a scavare forsennatamente fra gli stracci finché ciò che cercava apparve agli occhi sbalorditi di tutti. Era una statuetta di bronzo fuso, sporca sulla sommità di sangue rappreso.



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