Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 14 novembre 2018

Una bullina chiamata Hope

"Una bullina chiamata Hope", di Monica Lousararian


Hope, è una femmina di Bulldog Inglese, al tempo di questa storia, di 2 anni circa.
Un giorno arriva in associazione una telefonata: «Ci sarebbe una Bulldog con rogna demodettica che vorrebbero far sopprimere… potete occuparvene voi?».
Così è iniziata la storia di Hope che conoscerete ora insieme a noi.
Era il 18 luglio 2013, la nostra veterinaria Simona era andata a prendere Hope per portarla in clinica.
Subito sono iniziate le analisi, le cure e i controlli per capire se la cagnolina potesse sopportare i farmaci necessari per le pesanti terapie alle quali sottoporla.
Al primo raschiamento risultava evidentemente positiva alla Demodicosi (Rogna Demodettica), ma venne rilevata anche la presenza di altri parassiti sulla pelle.
Aveva il corpo completamente divorato, ulcerato.
Era molto magra, ma soprattutto molto stanca, con lo sguardo spento, senza luce, rassegnata, dolorante per tutte quelle ferite e lacerazioni sulla pelle.
Avevamo chiesto aiuto a tutti, perché non solo servivano tanti soldini per le cure, ma soprattutto perché Hope aveva bisogno di essere salvata nell'anima, aveva bisogno di una famiglia, di braccia che l'accogliessero, della promessa di non essere mai più sola contro il dolore e la malattia.
In nostro soccorso arrivò quella che non potevamo ancora sapere sarebbe stata la mamma di Hope: Valentina.
Lei non solo aprì all’istante le porte della sua casa per la piccola Hope per offrirle subito stallo, per darle subito un ricovero, ma iniziò ad amarla e accudirla, curando le sue ferite.
Fu al suo fianco anche quando Hope venne sottoposta all'asportazione di una massa sulla guancia.
Valentina, fin dall’inizio, non l'ha mai lasciata.
Come promessa di matrimonio, il suo futuro marito, in ginocchio davanti a lei, con anello e mazzo di fiori da una parte e Hope dall'altra, le propose un «per sempre insieme» davvero unico, che fece battere il cuore non solo alla sposina, anche a tutte noi.
Valentina aveva espresso la volontà di adottarla definitivamente, non voleva separarsi dalla sua bulla di panna e il matrimonio fu il coronamento di tanti sogni e desideri.
Hope è senza dubbio uno dei casi più sentiti, più travolgenti, uno dei nostri primi salvataggi estremi.
Ringraziamo sempre Valentina Capotosti, per tutto l'amore che ha donato e che dona ogni giorno alla nostra Hope.

Monica Lousararian, socio fondatore e segretaria di EBRI- English Bulldog Rescue Italia

(Ebri nasce con lo scopo di aiutare i Bulldog in difficoltà, restituendo loro la serenità e l’amore, nonché una casa e una famiglia che li ami per tutta la loro vita).

martedì 13 novembre 2018

Maria Giovanna e Oscar

"Maria Giovanna e Oscar" tratto da "Facce da sballo", di Susanna Barbaglia

Era una caldissima giornata di luglio, ricordo che ero in ufficio quando fui chiamata perché c’era un Bulldog rinchiuso sul terrazzo di una casa diroccata, senza acqua né riparo in provincia di Napoli, da segnalare e far recuperare a EBRI (English Bulldog Rescue Italia). Dopo pochi minuti ricevetti le prime foto di quell’anima: i suoi occhi stanchi e senza forze mi trafissero, e da quel momento tutto sparì dalla mia mente, tranne la sua immagine su quel terrazzo.
Mi misi subito in contatto con la volontaria che lo aveva trovato e, di lì a poco, le nostre strade s’incrociarono.
Decisi di chiamarlo Oscar perché quel nome aveva un significato particolare: il guerriero. Secondo i veterinari era un cane destinato a morte quasi certa: anziano, disidratato e pieno di malattie ormai in stadio avanzato. Misi da parte la preoccupazione di perderlo presto, e ogni giorno mi recai in clinica per portargli della carne fresca e le mie coccole, donandogli l’affetto sincero che forse non aveva mai avuto. Con estrema fatica e forse per un miracolo, Oscar rispose alle terapie dei medici e in meno di un mese lo accolsi a casa. Fu una delle più belle scoperte della mia vita: l’amore di un cane anziano segnato dalla malignità dell’uomo.
Sì, perché lui sapeva amare come mai io mi sarei aspettata. Sempre discreto ma presente, in ogni momento della giornata. Mi pare di avere ancora davanti agli occhi la sua coda bellissima e scodinzolante, la coda di chi ha scordato il passato e vive il presente, di chi ti ringrazia ogni singolo giorno. Oscar non ha più lasciato casa nostra, l’abbiamo adottato, ed è stato con noi per due anni e mezzo, a dispetto di qualsiasi aspettativa di vita medica.
Noi lo abbiamo salvato, è vero, ma credo che in realtà lui abbia saputo dare molto di più a noi insegnandoci che non sempre tutto è perduto: con impegno, amore e forza di volontà si può superare qualsiasi cosa, in questo caso anche la morte. Sarai per sempre nel mio cuore, Oscar.

Maria Giovanna Nappi

lunedì 12 novembre 2018

O come onirismo




da "Facce da sballo", di Susanna Barbaglia


“Molti esseri umani temono il mondo dei sogni.
Questa è la pozza che ribolle sotto la crosta della vita, il luogo in cui i poeti trovano l'ispirazione e gli artisti elaborano le proprie immagini. Senza questo mondo, l'altro mondo non potrebbe esistere. È uno specchio d'ombra che si muove e danza con i misteri della superficie”.
Renaldo Fischer, Storia di un cane e del padrone a cui insegnò la libertà, Corbaccio 1996


Mi auguro che siate un po’ visionari, ovvero attratti da ciò che non si vede e curiosi dell’anima perché se il cane è fatto soprattutto della materia della poesia, il Bulldog Inglese, per dirla con Shakespeare, è fatto della materia dei sogni.
Sono arrivata a credere che siano la sua fisionomia antica e il suo modo di affrontare la vita a far smuovere dentro al compagno umano le leve magiche del sogno archetipico, l’incanto della nostra parte più nascosta, autentica, infantile e privata. È un cane, infatti, che avrete la sensazione di aver già incontrato nei vostri sogni di bambini.
Spesso, negli occhi del vostro Bulldog vi stupirete di potervi perdere alla ricerca di risposte alla vostra esigenza di spiritualità, mistero, magia, esoterismo. E, nonostante sia un cane molto “materiale” (in tutti i sensi), vi accorgerete che vi offrirà stimoli continui per indagare la vostra anima.
Ricordo il commento stupefatto su Facebook di un ragazzo che segnalava la presenza di un Bulldog abbandonato in una discarica. Il testo accompagnava una fotografia del cane, visibilmente provato per la mancanza di cibo, ferito nel corpo e nello spirito, seduto immobile con lo sguardo nel vuoto. In attesa della morte. Ma la cosa che stupì profondamente il ragazzo, era il disinteresse, l’estraneità del Bulldog al contesto di realtà. Tuttavia nel post il giovane sottolineava che non si trattava di rassegnazione, ma di una dignitosa, palpabile, misteriosa consapevolezza. Quando i volontari andarono a recuperare il Bulldog qualche ora dopo, lo trovarono ancora così.
Per tranquillizzarvi vi dico che non solo il cane ha recuperato bene, ma è anche stato adottato. Questo episodio però è un piccolo esempio di quanto “materiale” quel Bulldog ha mosso nella psiche del ragazzo il quale avrebbe potuto semplicemente limitarsi a descrivere lo stato fisico del cane non di certo fare prima di tutto un’analisi così pertinente del suo stato psicologico!
Vivendo con un Bulldog (e negli anni sempre di più), avrete spessissimo la sensazione di una sua segreta consapevolezza del senso della vita, di ciò che è importante nell’amore e di ciò che non è utile ai sentimenti o alle relazioni. Non pensate che stia esagerando se vi dico che vi spingerà a guardare il mondo soprattutto da un punto di vista interiore, animistico, terapeutico. 

domenica 11 novembre 2018

"Aldo" di Emi Sole Nava

"Aldo" di Emi Sole Nava




Nuova notifica: sei stata taggata su Facebook. Apro e resto di sasso: un Bulldog carbonizzato sul ciglio di una strada, un rigagnolo di sangue dal naso. Sembra morto. Leggo il post, è grave ma grazie al cielo è ancora vivo.
Scorro subito gli oltre cento commenti, sono angosciata, ma vedo che le ragazze di EBRI sono state taggate. Non ho il minimo dubbio che quel bullino avrà le migliori cure possibili perché gli angeli dei bulli si erano già messi in contatto con l’Asl veterinaria a cui era stato trasferito in ambulanza.
Continuo a cercare sulla pagina Facebook gli aggiornamenti. Compaiono le prime foto. Io sono sconvolta: le ferite sono enormi, nere, la carne sembra putrefatta una volta che è stata rimossa la pelle necrotica.
Il bullino non riesce nemmeno ad alzarsi e a tenere gli occhi aperti. Ma ha tanta fame. È sicuramente un buon segno. Per qualche giorno cerco notizie di Aldo - così l’ha chiamato EBRI - come prima cosa appena sveglia durante la colazione. Aldo è stato recuperato da persone di fiducia e trasferito presso la clinica di appoggio di Ebri. Riceve le prime cure, sente le prime mani amiche che finalmente accarezzano dolcemente il suo bellissimo testone. È magro, provato, ma è davvero un gran bel bullo.
Passano circa due settimane, poi Maria Giovanna, una delle ragazze che facevano parte dell’associazione, mi scrive che sarebbe partita per la Sicilia, d’accordo con le sue colleghe, per recuperare Aldo. Sapete quando sentite qualcosa dentro che ha l’effetto della calamita sul ferro? Ecco, senza esitare un secondo le scrissi una risposta brevissima “Vengo con te”. Mi era già capitato in passato di dare un passaggio in auto o di recuperare un Bulldog dai proprietari cedenti, sempre dietro chiarissime indicazioni di quella bellissima ragazza con i capelli lunghi, ma mai di imbarcarmi in un viaggio come fu quello fatto per Aldo.
Partimmo dall’aeroporto di Napoli di sabato mattina prestissimo, un anno fa esatto, proprio oggi.
Nonostante tutti i passeggeri dormissero, io e lei chiacchierammo e ridemmo per tutto il volo che fu una brevissima e intensa turbolenza unica di circa quaranta minuti.
Arrivate in Sicilia, la ridente terra del sole, ci aspettava un vero e proprio nubifragio. Chiaramente non avevamo l’ombrello e arrivammo al desk dove avremmo ritirato l’auto a noleggio completamente fradice. Ma non avevamo perso il sorriso.
500 L grigia scura. Ci piace! Maria Giovanna si mette alla guida. Io faccio da navigatore. «Dice 45 minuti Gio, non ci metteremo molto». Eravamo emozionate, ansiose di riuscire a portare quel bullino di cristallo a destinazione vivo, perfettamente equipaggiate con materassino specifico antidecubito, amaca da posizionare sul sedile posteriore, traverse, bende e fasce. Io avevo il cuore che batteva a mille.
La strada scorse veloce, il cielo era plumbeo e non prometteva niente di buono, ma aveva smesso di piovere. Uscite dall’autostrada, gli ultimi chilometri li percorremmo sperando che l’auto non si fermasse perché l’acqua del mare e, forse, di qualche torrente circostante, aveva invaso completamente la strada. Nonostante la velocità decisamente contenuta, passando in queste immense pozzanghere si alzavano pareti d’acqua che superavano abbondantemente l’altezza del nostro veicolo. Ma nulla ci avrebbe fermato. Sono certa che saremmo andate anche a nuoto a prenderlo.
Arrivammo. Ci fecero entrare e la scena che mi si parò davanti agli occhi mi provocò un dolore così forte al cuore e alla bocca dello stomaco che raramente ho provato. Maria Giovanna si buttò in ginocchio, in lacrime e gli accarezzava la testa ripetendo «Aldo, ma che ti hanno fatto». Io ero rimasta sulla soglia. Il telefono in una mano che tremava come una foglia, l’altra davanti alla bocca, nella tipica espressione di chi non crede ai suoi occhi. Le lacrime scorrevano come l’acqua da rubinetti con guarnizioni usurate. Non avevo mai visto nulla del genere in vita mia. Nonostante tutto il dolore che trasudava da ogni sua cellula, Aldo era bellissimo. E Dio solo sa quanto mi ricordasse la mia adorata Sole. Mi chinai dopo quello che mi parve un tempo infinito e lo accarezzai «Ciao Aldo, ti portiamo a casa adesso». Furono le prime parole che pronunciai. Ignorando che quella non era una frase detta tanto per dire, ma che sarebbe diventata una promessa.
Salutammo la responsabile della clinica che si era presa cura di Aldo per i primi tempi e che a stento tratteneva le lacrime, e baciammo tutti i bullini siciliani di Ebri: Petronilla, Nunzio, Lillo…
Sistemammo Aldo in auto. Il sedile posteriore divenne un letto morbidissimo. Lui giaceva immobile. Gli occhi chiusi, la testa abbandonata quasi come su una nuvola con l’atteggiamento di chi si sta lasciando andare.
Raggiungemmo Messina dopo circa un’ora e mezza di viaggio. Maria Giovanna parcheggiò la nostra 500 e scese ad acquistare i biglietti per il traghetto. Non avevo mai attraversato lo Stretto.
Ci portammo verso il molo. Aldo continuava a dormire, il respiro impercettibile, e io che mi voltavo a guardarlo accertandomi che fosse ancora vivo, ma non osavo chiamarlo, quasi mi sembrasse di profanare il suo riposo. Dopo una decina di minuti arrivò Maria Giovanna che aveva comprato “qualcosina” da mangiare. Lei è uno scricciolo fisicamente, come lo sono anche io, ma la sua natura partenopea, di contro alla mia nordica, le aveva fatto fare quella che per me era “la scorta di viveri per una settimana”. Mi venne da ridere.
Arrivò il traghetto, non aveva il ponte all’aperto dove poter parcheggiare l’auto, ma solo i garage chiusi e bisognava quindi lasciare l’auto e scendere. Aldo non poteva certo essere spostato, quindi decidemmo di attendere quello successivo che era quasi arrivato sul molo della costa che si stagliava chiara di fronte a noi, nonostante le nuvole scure fossero sempre lì, a occupare lo spazio azzurro del cielo. Attendemmo altri venti minuti, più o meno. I responsabili del porto ci fecero salire per primi, avevano visto “u cane” e ci scortavano, quasi anche loro condividessero quanto prezioso fosse il nostro carico.
Parcheggiammo a prua, a babordo, aprimmo i finestrini e la portiera posteriore. Aldo per la prima volta alzò la testa e aprì gli occhi. Quanta speranza colsi in quello sguardo, ma rimasi scioccata dal suo occhio sinistro, aveva una sorta di cratere in mezzo. Il fuoco era arrivato probabilmente anche lì.
Cambio guida, presi io il volante, scendemmo dal traghetto con i marinai che ci salutavano e ci facevano gli auguri per il cagnolino.
La “Salerno-Reggio Calabria”, quante volte ne avevo sentito parlare, be’ la mia prima volta fu al contrario la “Reggio Calabria-Salerno”, perché la percorsi tutta a velocità sostenuta, da sud verso nord.
Aldo continuava a dormire, Maria Giovanna fece alcune telefonate, poi mi chiese «Hai fame?». Ero affamata. Una mano sul volante e l’altra sulla mozzarella in carrozza più grande e più buona che abbia mai mangiato. Chiacchieravamo e ridevamo di gusto, nonostante l’ansia, che ahimé è una delle caratteristiche più spiccate sia della mia compagna di avventura che mia, e l’apprensione per Aldo. Ogni tanto mi giravo a guardarlo, lui era sereno. Quasi come non averlo. E ogni volta che lo guardavo dicevo a Maria Giovanna:  «Comunque, quando uscirà dalla clinica, vi aiuto se avrete bisogno di uno stallo, ma sarà solo uno stallo». Non so quante volte io abbia ripetuto che sarebbe stato solo uno stallo e non so neanche perché. Maria Giovanna rideva. Oggi credo che lei avesse già capito come sarebbe andata a finire…
Giunti in clinica, la dottoressa ci venne incontro nel cortile. Ricordo ancora con quanto amore sollevò quel fagottino e lo portò in degenza.
Le cure per Aldo furono lunghe. Un mese intero di ricovero, nel quale EBRI gli garantì le cure migliori, con assistenza 24h/24h.
Io non potevo fare a meno di andare ogni giorno a trovare quella dolcezza a forma di Bulldog.
Nei giorni successivi i medici mi mostrarono le foto delle ferite, che non avevo mai modo di vedere dal vivo perché erano perfettamente medicate e fasciate.
Io parlavo ad Aldo e gli portavo dei premietti di cibo che lui gradiva molto e mi ringraziava con baci sbavosi che io adoravo. Gli dicevo sempre che poteva fare il bullo-mummia con tutte quelle bende. Lui mi metteva il suo bel testone sulla mano e dormiva.
Dormiva quasi tutto il giorno. Dolore e stanchezza pregressa lo portavano a essere letargico.
I giorni passavano, i progressi, con l’amore di chi se ne occupava, erano all’ordine del giorno.
Arrivò il primo video di Aldo che provava a fare due passettini nel cortile della clinica, un’emozione indescrivibile.
I miglioramenti erano tangibili, Aldo poteva essere dimesso. I veterinari che lo avevano seguito sino ad allora contattarono quindi Maria Giovanna: «Può continuare le terapie al domicilio». Stefano, mio marito, e io ci offrimmo subito per lo stallo.
Era sabato pomeriggio quando andammo a prenderlo.
Avevamo predisposto un kennel enorme nello studio di casa nostra seguendo tutte le istruzioni che ci furono date.
Aldo doveva essere medicato cinque volte al giorno. Le ferite erano ancora vive. Le medicazioni erano sicuramente fastidiose, ma lui mi guardava con una dolcezza che mi faceva ogni volta vergognare di appartenere alla stessa razza, quella che impropriamente chiamano umana, che gli ha provocato tanto dolore e tanta sofferenza. Lui mi baciava per tutto il tempo, quasi a rendere più sicure le mie mani che tremavano per la paura di fargli male.
Io penso sempre che, insieme alle terapie specifiche, niente possa essere più efficace dell’amore.
Aldo ogni giorno stava meglio. Cominciava a interagire con Teodora e Margherita, le altre due Bulldog di casa. A lui bastava sentire il tepore di una famiglia, seppur strampalata, ma sempre una famiglia, e si metteva nella sua cuccia, con il suo fedele compagno, il collare elisabettiano, ai piedi del divano, da cui le due zitelle lo guardavano chiedendosi come mai quel “paralume” avesse le zampe e fosse in casa loro… I Bulldog sanno farti ridere anche nelle situazioni più drammatiche.
C’è una scena che ho impressa negli occhi e che per me rappresenta “il miracolo di Natale”. Era la Vigilia: Teodora e Margherita dormivano sul divano, la penombra e le candele alla cannella accese sul tavolino basso, Aldo si era sdraiato sotto all’albero addobbato di cuori e lucine bianche, il suo pancino si alzava e si abbassava cullato dal suo respiro, dormiva sereno. Mi commuove ancora tantissimo pensare a quell’immagine: finalmente era salvo. Finalmente, nonostante la strada non fosse ancora in discesa e nemmeno in piano, per lui si prospettava un futuro.
Nelle settimane successive i miglioramenti erano decisamente apprezzabili. Le ferite si erano rimarginate e le croste cadute. Quest’ultima cosa coincideva con il momento che mi provocò grandi pianti: Aldo era pronto per la sua famiglia per sempre.
Che dolore immenso dover scegliere le foto più belle per fare il suo annuncio. Mi sarei separata da lui dopo tre mesi. Ma avevo già due femmine, che a volte se le cantavano anche in malo modo da “brave” zitelle. Non potevamo tenere anche lui.
Passarono due settimane. Non so quanti moduli di richiesta di adozione per Aldo siano arrivati all’Associazione. Ma in me e in mio marito maturava sempre più il desiderio di essere noi la famiglia per sempre di Aldo.
Stefano aveva anche un boxer tripode, Ottone, che in quel periodo morì improvvisamente per una brutta recidiva della sua malattia. Ci guardammo, ci capimmo subito.
Il dolore fine a se stesso non ha senso. Decidemmo di proporci per l’adozione definitiva di Aldo.
Il resto è una bellissima storia che stiamo scrivendo giorno per giorno, non senza difficoltà, ma con quel sentimento che non ci abbandona mai e che può tutto: l’Amore.
Aldo per me è racchiuso in un hashtag #aldodallasfaltoalsatin.

martedì 6 novembre 2018

Il libro di Natale di ioleggoconjoy.com!


"Facce da sballo" - meglio un bulldog della psicoanalisi

il nuovo libro di Susanna Barbaglia





Ci sono incontri

Da vent'anni raccolgo frammenti del mio straordinario incontro con i Bulldog Inglesi: cani non-cani, con qualcosa di archetipico, folle e magico che spinge terapeuticamente a riflettere dal punto di vista emotivo soprattutto su se stessi. Sono felice di aver finalmente avuto il tempo di riunire tutto in questo libro - che anzitutto dedico con riconoscenza a Lulù (che ora non c'è più) e a Joy, mia attuale compagna - per aiutare chi decida di adottarne uno affinché lo faccia con un particolare senso di responsabilità e consapevolezza. Il Bulldog è una scelta di vita, una passione al di là delle mode. Non a caso negli ultimi anni il numero di abbandoni di questa razza è aumentato paurosamente: per questo motivo devolverò tutti i diritti delle vendite di "Facce da sballo" a EBRI (English Bulldog Rescue Italia), un'associazione senza scopo di lucro, strenuamente attiva per salvare i più sfortunati.
Mi auguro che le mie riflessioni e il racconto della mia vita con i Bulldog Inglesi facciano ridere, piangere, commuovere, sorprendere, non solo chi è interessato a questa razza ma a chiunque sia profondamente convinto che il cane è un dono divino di Amore assoluto.
Susanna Barbaglia



martedì 2 ottobre 2018

Amico mio






"Amico mio" di Anna Bellisai


Acqua che scorre, impronte che rimangono.
Non basta il tempo per cancellarle, non sarà sufficiente un temporale.
Eccole: grandi le mie, piccole come boccioli le tue.
Sempre insieme nelle serate estive e nei bui pomeriggi invernali.
I tuoi occhi, un linguaggio muto a me comprensibile.
Ecco prendo il guinzaglio e siamo pronti.
Insieme noi riempiamo i prati di fiori, e il cielo di stelle.
Sono sicuro piccolo Willy, anche se non le vedo... le tue impronte ci sono ancora.

giovedì 27 settembre 2018

Il mondo di Clara







"Il mondo di Clara" di Laura Gorini


Mi chiamo Clara e da quando sono nata – o quasi – vedo il mondo da un piccolo spioncino del mio giardino: abili formichine e simpatiche mosche mi fanno compagnia nelle sere d’estate. Mi sento sola, molto sola: sento i miei amici a quattro zampe abbaiare e ridere felici vicino a me, ma non riesco a vederli. A volte si avvicinano alla mia casetta e sono talmente vicini che posso sentire il loro respiro. Loro percepiscono il mio odore e mi salutano. Vorrei tanto uscire e fare due passi con loro ma non posso: il mio padrone non me lo consente. A volte mi chiedo perché mi abbia voluta in questa casa: non c’è mai e il più delle volte che si rapporta a me lo fa con poca eleganza. Mi porta da mangiare una volta al giorno e solo per un’ oretta mi lascia libera in giardino. Poi mi richiude nel mio recinto: i primi tempi piangevo e soffrivo per questo. Poi, come si suol dire, “ci ho fatto il callo”, e ho iniziato a immaginare quel recinto come una sorta di monolocale. Ci ho anche portato una coperta di lana e dei cuscini che ho preso dentro casa a Natale: quella notte faceva molto freddo e il padrone mi ha concesso di entrare per scaldarmi un poco vicino al fuoco. Il giorno dopo, mentre lui sonnecchiava ubriaco marcio sul divano, ho prelevato la coperta e i cuscini e li ho posizionati con cura nel mio piccolo appartamento. Un giorno, apparentemente come tutti gli altri, sbattendo senza accorgermene con la coda contro l’apertura del mio recinto, sono riuscita ad abbattere una parte di recinzione. Non era molto grande ma sufficiente per uscire da sola: sono uscita fuori e ho respirato l’aria a pieni polmoni, nonostante la giornata fosse grigia e nuvolosa. Forse stava per piovere. Mentre osservo con gli occhi pieni di curiosità la legna accatastata in un angolo, noto che il cancello di casa è solo accostato: basterebbe spingerlo leggermente con la zampa per aprirlo completamente ed essere fuori da qui. Ma dove posso andare io? Chi mi vuole? Ho paura, lo ammetto ma il mio desiderio di libertà, di vivere e di essere davvero io vince la paura. In un attimo sono fuori: di fronte a me vedo uno splendido parco: fa freddo ma altri ragazzi come me stanno giocando con il proprio padrone. Mi sembrano felici. E quanto vorrei esserlo anch’io! Mi faccio coraggio e mi avvicino: un giovane uomo mi vede arrivare e mi sorride bonario. Il suo è un sorriso semplice e sincero: mi scalda il cuore. Mi accarezza il pelo e mi prende il muso tra le mani. Non possiedo alcuna targhetta: spero tanto – dunque – che questo angelo mi porti a casa con sé. Si guarda in giro e poi mi osserva con attenzione: il mio pelo non è curato e i miei occhi, nonostante la mia giovane età, sono stanchi. Mi carica in macchina insieme al suo amico a quattro zampe: scopro che si chiama Michele e che ha grosso modo la mia età. Facciamo subito amicizia e ci capiamo al volo. Basta uno sguardo. Dopo una manciata di minuti la macchina si ferma e mi trovo innanzi a una casa piccola ma dotata di un delizioso giardino. Scendiamo entrambi e il mio nuovo papà, perlomeno mi auguro dal profondo del cuore che lo diventi, mi fa accomodare su una morbida coperta.

Poi si accinge a spazzolarmi con cura e a farmi un bel bagno: mi asciuga con premura e mi prepara un gustoso pranzetto che consumo insieme al mio nuovo amico di pelo che ora – forse – sta per diventare mio fratello. Trascorriamo ore felici guardando i cartoni animati alla televisione, poi il nostro papà – perché nell’anima lui per me lo è già diventato – decide di portarmi dal veterinario. Lo vedo parlare a telefono per ore e giorni dopo mi mette al collo uno splendido collarino, simile a quello che indossa il mio fratellino. Ora siamo una famiglia a tutti gli effetti!

Sono passati diversi mesi da quel giorno e il mio passato è solo un pallido ricordo: il mio vecchio padrone non mi ha mai più cercata e io non l’ ho più rivisto. E francamente ora è meglio così!