Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

mercoledì 20 settembre 2017

A proposito di cani







"A proposito di cani"
di Susanna Barbaglia (editoriale per “Confidenze tra amiche” numero 39-2017)


In famiglia mi hanno sempre descritta come una bambina silenziosa e molto paurosa. Un po’ me lo ricordo anch’io quel panico immotivato fosse anche per una semplice carota. Non ho parlato fino a quasi tre anni e solo per esprimermi con un linguaggio incomprensibile a tutti, e sono sicura che, se fossi nata oggi, verrei sicuramente annoverata dagli specialisti fra i casi al limite dell’autismo. Questa mia difficoltà di comunicazione ebbe però una svolta imprevista nell'incontro con la lupa del tabaccaio sotto casa. Un pomeriggio ero a spasso con mia madre quando, all’improvviso, l’enorme Pastore Tedesco lasciò la soglia del negozio e mi si avvicinò. Libero. Ricordo tutto nel dettaglio di quell’attimo magico che mi spalancò di colpo una finestra nell’anima mai più chiusa: spinta da un’attrazione irrefrenabile, buttai letteralmente le braccia al collo di quell’animale truce e maestoso sotto gli occhi increduli e terrorizzati di mia mamma. Dovetti alzarle le braccia, dunque immaginate quanto ero piccina. Immersi la faccia nel suo collo (risento ancora la carezza del pelo sulle guance, il suo odore) poi mi staccai e la guardai negli occhi. Iniziò con quella lupa la consapevolezza straordinaria del dono impagabile di una comunicazione che non ha bisogno di parole. Una comunicazione epidermica, archetipica, essenziale, istintiva, unica perché fra specie diverse e senza pregiudizi. Ogni volta che ci incontravamo, la lupa mi si affiancava protettiva, materna, complice. Si lasciava abbracciare e mi ascoltava “parlare”. È stato quell’abbraccio alla lupa a farmi piangere poi allo zoo o al circo alla vista degli animali privati della loro libertà, a farmi soccorrere uccellini caduti dal nido, gatti feriti e, nel tempo, a impegnarmi per i diritti degli animali, ma, soprattutto, a non poter fare a meno dell’indispensabile, complementare e terapeutica vicinanza di un cane. Ne ho avuti tanti e per ciascuno di loro provo una profonda gratitudine. Dai miei cani ho imparato il significato di accoglienza attesa perdono pietà rispetto senso di appartenenza ascolto dignità compassione umiltà fiducia coraggio empatia dedizione alleanza affettiva. Ho imparato il significato dell’amore. Anni fa in un libro ho scritto che, fra tutti gli animali, il cane dev’essere stato creato da Dio per farci capire cos’è l’Amore assoluto. È quello che ancora mi piace credere. E allo speciale che troverete nelle prossime pagine dedicato a questo insostituibile compagno di vita, vorrei aggiungere il fondamentale consiglio che mi diede un grande veterinario: «È facilissimo educare un cane! Basta capire che, pur di renderti felice, fa qualunque cosa gli chiedi».

martedì 22 agosto 2017

Poesia di Niccolò






Per ioscrivoconjoy ci è arrivata questa specialissima e tenerissima poesia e siamo felici di proporvela. Il poeta è Niccolò. E questa è la sua prima opera. Niccolò ha 5 anni e mezzo. Promette proprio bene!



Gentili con gli animali
Bravi con le persone
E vivere
Favole dell’amore
Vivere in colore e felicità
Amore
Tutti cuore
Tutti felici e contenti
E pace
Tutti felici e non farsi male
Vivere in colori
Anche con gli animali
Amore con le persone
Amore con gli animali
Amore con tutti

giovedì 6 luglio 2017

Recensione "La luna è dei lupi"

"La luna è dei lupi" di Giuseppe Festa (Salani Editore, 3 marzo 2016)

Recensione di Simona Busto

Trama:
Ruscelli dipinti d’argento dalla luna, nastri di profumi colorati tesi sui prati, sagome di cervi come macchie di buio su una tela d’ombra. E un’oscura minaccia oltre il confine. Questo è il mondo di Rio, un lupo dei Monti Sibillini. A lui è affidata la sopravvivenza del suo branco piegato dalla fame e dalla scarsità di nuove nascite, costretto ad affrontare un lungo viaggio nei meandri di una natura da scoprire e difendere, nell’eterno conflitto con un nemico che ora ha le fattezze di un branco antagonista, ora quelle dell’uomo e dei suoi cani. L’entrata in scena di Greta e Lorenzo, due giovani ricercatori, darà il via a una catena di eventi imprevedibili.
Tra le meraviglie della natura selvaggia e le insidie del mondo degli uomini, l’emozionante viaggio di un branco alla ricerca della libertà. Una trama che si trasforma in un sorprendente gioco di specchi, dove ogni lettore ha la possibilità di osservare la natura degli animali e la società degli uomini dal punto di vista dei lupi. Una storia che diventa metafora della condizione umana, tra conflitti e amicizia, istinto e ragione, pregiudizi e accettazione del diverso. ‘Chissà se anche gli uomini pregano’ si chiede a un tratto Lama, una femmina del branco, contemplando la luna. Perché i lupi pregano.


«Quella notte, gli odori erano carte truccate mischiate da un vento prestigiatore.
Poi, la pioggia.
Rio si scrollò l’acqua di dosso e lanciò un’occhiata di lato. All’ombra della parete rocciosa, la figura di Falco si distingueva appena. Il giovane, ritto sulle quattro zampe, scrutava le pendici del Monte Sibilla».
Così si apre questo romanzo sorprendentemente ricco e intenso, e ti catapulta subito nel vivo della narrazione come nel panorama selvaggio e aspro dei Monti Sibillini, nell’Appennino umbro-marchigiano.
Rio e il branco di cui fa parte, guidato dal maschio alfa Grigio, vivono le loro giornate di caccia nella riserva naturale, “la zona franca” come la chiamano i lupi, che li protegge e li sfama.
Sarà l’incontro con l’uomo, insieme a un’inattesa penuria di cibo, a sconvolgere la loro esistenza:
«Rio e Lama si gettarono nella mischia, mentre Falco e Alba correvano tutto intorno per distrarre i cani e offrire una via di fuga al padre.
Due dei cani abbandonarono la loro posizione e Grigio si tuffò nel varco. Era libero.
“Via… via di qua” urlò, sbavando sangue.
Ma era troppo tardi.
Un boato».
Cacciati dal loro territorio, i lupi del Monte Sibilla, ora guidati da Rio, affronteranno un lungo viaggio alla ricerca di una nuova zona capace di offrire loro cibo e salvezza.
Nuovi incontri segneranno la loro ricerca, con altri lupi e altri esseri umani, che però non sempre si mostreranno ostili.
«Fu allora che successe.
Lama sollevò una zampa come per toccare il braccio della ragazza. E incontrò la sua mano.
Palmo nel palmo.
Occhi negli occhi.
Un pozzo castano e uno specchio d’ambra. Greta affondò nell’iride della lupa. Vide una notte ricamata di stelle e un’alba rosata, il sole dorato e una fitta nebbia d’argento. Infine, ritagliata in un cielo blu profondo, una brillante lama di luna».


Questo romanzo sa toccare corde profonde nell’anima di chi legge e ha una sensibilità tale da saperne carpire le emozioni intense.
Tutta la storia, o quasi, è vissuta dal punto di vista dei lupi. Gli animali e gli uomini stessi sono visti con gli occhi di questo predatore troppo spesso braccato. Ciò comporta ovviamente un eccesso di umanizzazione dei lupi stessi, elemento che tuttavia aggiunge pathos alla narrazione.
I comportamenti e lei reazioni di questi splendidi predatori, per quanto appunto umanizzati al punto da farli parlare tra loro, sono però credibili nel contesto della storia. Non per nulla l’autore, Giuseppe Festa, ha seguito a lungo i lupi dell’Appennino prima di scrivere la storia, accompagnato da ricercatori esperti.
E così ci sembra di vivere sulla nostra stessa pelle ogni dramma che si abbatte sui protagonisti a quattro zampe, ogni vicenda inattesa, ogni palpito dei loro cuori selvaggi. Perfino quando si nascondono in un parco giochi nel cuore della città, a pochi metri dai bambini e dalle loro madri umane, la simpatia del lettore resta per i lupi.
Un posto speciale nel mio cuore è occupato da Scuro, Otello per gli umani, in cui convivono due anime e due istinti contrastanti, che spesso lo porteranno a vivere ai margini. La sua lacerazione interiore e la sua voglia di rivalsa lo rendono istintivamente simpatico, al punto di farlo amare quanto e forse più di Rio.
La scrittura di Giuseppe Festa è impeccabile, direi quasi poetica. Sa descrivere gli ambienti con un’intensità perfetta, senza mai annoiare, anzi arricchendo la trama con pennellate narrative degne di un grande autore.
Il romanzo è lungo quasi duecento pagine, ma il ritmo sostenuto e avvincente della storia lo rende leggibile in pochissime ore.

Un libro sui lupi e per i lupi, capace di suscitare emozioni e di far versare anche qualche lacrima di commozione. Una lettura perfetta per chi decide di accostarsi a questi splendidi animali senza pregiudizi e d’immergersi a fondo nel loro mondo naturale così selvaggio e appassionante.

martedì 4 luglio 2017

2 luglio 2013 – 2 luglio 2017







"2 luglio 2013 – 2 luglio 2017", di Massimo Rossi
Sono passati quattro anni da quando Pippi Gatta Sindaco è volata sul Ponte dell’Arcobaleno, là chiamata per le sue capacità amministrative, così ben dimostrate nei suoi circa quattro anni presso il Municipio di Gravellona Lomellina.
Appena arrivata lassù, l’hanno a lungo festeggiata per quello che aveva fatto e rappresentato sulla Terra. Poi le hanno fatto vedere il suo nuovo ufficio: bellissimo, luminosissimo, con tutto quello che poteva servirle per amministrare al meglio quel luogo meraviglioso!
Pippi aveva accettato a malincuore quel posto, perché sapeva che la sua lontananza, seppur momentanea, mi avrebbe procurato un grande dispiacere. Si era convinta, quando le avevano detto che, un giorno ci saremmo ritrovati!
Solo un mese prima, nei primi due week end di giugno si era svolta la 19^ edizione della Festa dell’Arte e, fra le migliaia di persone che erano venute a visitare il paese e soprattutto il parco, numerose erano anche state le persone che avevano voluto conoscere la Gatta Sindaco!
In quelle giornate era stato un continuo via vai di amici che erano finalmente riusciti a conoscere personalmente Pippi. Molte erano del circondario, come la carissima Marcella Previde Massara, altre venivano da un po’ più lontano, come l’altrettanto cara Simo Grisù.
Erano state veramente giornate piene, intense, felici. Di quelle giornate che dici: “Vale proprio la pena di essere al mondo!”
Pochi giorni dopo la fine della Festa dell’Arte, come facevo di tanto in tanto, avevo offerto un poco di crema pasticcera a Pippi, di cui era molto golosa. Lo so, la crema pasticcera non è il cibo adatto a un gatto, ma se pensate che il gatto più longevo della storia mondiale ha vissuto fino all’età di 38 anni (!!!), mangiando panna e bacon, mi perdonerete se, occasionalmente ne offrivo all’amata Pippi!
Dicevo che le avevo offerto un poco di crema, mettendogli davanti alla bocca il mio dito indice e, con molto stupore, Pippi aveva voltato la testa, quasi schifata… Non avevo dato molto peso a questa reazione: capita a tutti di non avere voglia di mangiare una pietanza che di norma adoriamo.
Il giorno dopo aveva fatto la stessa cosa di fronte ai croccantini… ma anche in questo caso mi ero limitato a cambiarle gusto, cosa che sembrava essere di suo gradimento. Ricordo anche di avere dato i croccantini rifiutati dalla Gatta Sindaco alla amica e collega (nonché mamma 1 di Pippi) Mariella, che a casa aveva l’altrettanto amato gatto nero Mimmo.
Il giorno dopo avevo provato a rioffrirle la crema pasticcera, ma Pippi si era voltata ancora più disgustata. Allora, d’accordo con le colleghe, l’avevo portata dalla veterinaria del posto che le aveva prelevato un poco di sangue da fare analizzare da uno studio veterinario di Vigevano. Ricordo che l’esito degli esami mi era stato comunicato quando ero appena uscito dal supermercato e mi stavo accingendo a salire in automobile, dopo aver caricato la spesa settimanale. Per fortuna ero già seduto, perché la notizia che mi avevano dato era terribile: la mia adorata Pippi aveva la FELV – leucemia felina!
Sono ritornato in tutta fretta a casa e sono letteralmente volato dalla veterinaria che mi aveva dato le prime indicazioni sul da farsi. Nel giro di poco più di un’ora mi ero procurato le medicine necessarie per curare o, sarebbe meglio dire, cercare di curare la mia amata gattona.
Devo dire che, dopo una settimana di cure, Pippi aveva ripreso a mangiare normalmente, anzi aveva recuperato forza, ricominciando a saltare da una scrivania all’altra, con grande gioia mia e di tutto il Municipio.
Purtroppo era stata solo un’illusione: nei giorni seguenti, malgrado le cure, Pippi stava diventando sempre più debole. Faticava a camminare e correre, figurarsi saltare sulle scrivanie! Ero pure riuscito a portarla regolarmente a casa, dato che non aveva la forza di ribellarsi al trasportino. Pippi odiava il trasportino e, per questo motivo, ero riuscito solo poche volte a portarla a casa. Ma le ultime due settimane della sua vita ero riuscito a fargliele passare a casa mia! Purtroppo la forma di leucemia felina che aveva colpito Pippi (così come anni prima Ciccetti) era di quelle forti. Non fulminanti, di quelle che dalla sera alla mattina sono in grado di stroncare anche il più forte dei gatti, ma egualmente tremende e senza rimedio.
Il 1° luglio, appena arrivato in ufficio, Pippi aveva faticato a uscire dal trasportino, anzi faceva fatica a reggersi. Si era accasciata ai miei piedi ed io avevo cominciato a lacrimare sempre più copiosamente… non potevo sopportare di vedere la mia adorata Pippi ridotta in quelle condizioni.
L’avevo delicatamente adagiata in uno dei suoi numerosi cestini e lì era rimasta per almeno tre o quattro ore. Verso mezzogiorno si era improvvisamente svegliata e si era incamminata verso l’ufficio tecnico. Abbiamo pensato tutti che, magari le era venuta fame… oppure che le scappasse la pipì. In effetti le scappava la pipì, però a pochi centimetri dalla lettiera, sicuramente perché provata dallo sforzo fatto per arrivare fin lì, era crollata e aveva cominciato a fare la pipì nel punto dove si trovava! Lei, la principessa, lei la bellissima e pulitissima Pippi ridotta così…. Ho gridato “Aiuto!” e immediatamente sono accorse le colleghe che mi hanno aiutato a tirare su l’amata micetta e a ripulire il pavimento e Pippi stessa.
Appena ripresomi dalla scena, avevo preso Pippi, l’avevo messa nel trasportino, per portarla a Mede, dove ha sede una delle migliori cliniche veterinarie della mia provincia.
In quel posto hanno subito visitato Pippi e messa in terapia intensiva. Era l’ultima spiaggia. Se non fossero riusciti a rianimarla lì, non avrei più potuto coccolare la mia amata micetta.
Nel pomeriggio ero ritornato e sembrava che le prime cure avessero fatto effetto, visto che Pippi aveva ripreso a bere e a mangiare qualcosa. Ero stato a lungo in clinica a parlare con Pippi, a dirle parole dolci, che sarebbe presto tornata a casa, che non doveva sentirsi abbandonata, che io l’amavo e tutti in ufficio le volevano bene.
Il mattino dopo, 2 luglio, il veterinario mi aveva telefonato dicendo di passare da lui il più in fretta possibile. Potete capire con che stato d’animo mi ero recato alla clinica veterinaria. Avevo pregato il Creatore dell’universo, dicendo: “Sono disposto a regalare almeno un anno della mia vita, ma fammi riportare a casa Pippi guarita! Fammela tenere ancora un anno!” Arrivato a destinazione ero stato avvertito che, nella notte, Pippi aveva avuto una grave crisi e che non c’erano tante speranze per lei… Ero ritornato in ufficio con il morale a pezzi! Mi ero rifugiato nell’ufficio (vuoto) del vicesindaco, per sfogare la mia rabbia e impotenza verso il crudele destino che attendeva Pippi. Ero triste e furioso con me stesso. Mi ripetevo che avrei dovuto portare Pippi molto prima presso quella clinica… che ero stato un inutile idiota! E… piangevo litri di calde lacrime. Quella mattina non passava più e io stavo sempre peggio. Alle tredici la clinica mi aveva chiamato sul cellulare: “Pippi ha cessato di vivere”. La mia amata Pippi, dopo aver lottato come una piccola tigre, aveva smesso di combattere. Il suo piccolo/grande cuore non batteva più. E io ero distrutto. Solo quando era scomparso papà (e due anni fa mamma) avevo pianto così tanto.
Accompagnato da una collega mi ero recato a Mede. Lì, ad aspettarci, c’era il bravo veterinario che, alla domanda se Pippi l’avessi portata da lui qualche giorno prima si sarebbe potuta salvare, mi aveva risposto che la leucemia che aveva colpito Pippi non le avrebbe dato scampo. Magari avrebbe potuto vivere qualche settimana in più, ma alla fine avrebbe dovuto cedere e volare sul Ponte.
Con l’aiuto delle colleghe ho seppellito la piccola nel mio giardino. L’avevo delicatamente adagiata sul suo plaid preferito, l’avevo avvolta e messo vicino a lei il suo pupazzo preferito, l’avevo poi messa in un grosso cartone e sistemata nella profonda buca che avevo scavato sotto il sole cocente, sudando e piangendo.
Pippi riposa all’ombra della rosa “Blue moon”, un giusto omaggio alla sua splendida natura felina.
Pippi Gatta Sindaco è stata una gatta magica. Quando aveva capito che il suo tempo stava per scadere, aveva fatto in modo che io potessi trovare una degna erede. Ed è stato così che, pochi giorni dopo, avevo finito con l’adottare Marina, poi divenuta: Marina Gatta Sindaco!
Perdere Pippi è stata una vera tragedia. Ancora adesso quando ne parlo (o scrivo) mi scendono le lacrime. Ma quella amata e meravigliosa gattina che, andandosene mi ha sottratto un pezzettino del mio cuore (che mi restituirà quando un giorno la rivedrò), mi ha regalato un’altra piccola tigre, altrettanto bella, dolce e…magica: MARINA GATTA SINDACO!!!
La morale della storia è questa: i gatti sono degli esseri meravigliosi, misteriosi e magici. Quando uno di loro ci abbandona è perché “vuole” che un altro prenda il suo posto. Ed è proprio quello che mi è successo con Ciccetti prima e Pippi dopo. A una gatta meravigliosa, ne è seguita una che lo era altrettanto.


venerdì 5 maggio 2017

Il messaggio della volpe




“Storia della piccola volpe che mi insegnò il perdono”, di Sergio Bambarèn 
(Ed. Sperling & Kupfer). Da “Confidenze tra amiche”, numero 17, 2017


Recensione di Susanna Barbaglia


Il messaggio della volpe

È stata la prima cosa che ho visto, appena arrivata, sulla mia scrivania: un libro con una copertina che mi chiamava come un magnete. La sera mi ci sono immersa e per un’ora è stato come se l’autore, l’australiano Sergio Bambarén, mi avesse accompagnata per mano attraverso le sue straordinarie visioni. Si può incontrare una volpe in riva all’oceano? Ed è credibile dialogare con lei e i suoi amici - il formichiere, la tartaruga marina, la gabbianella... - del perdono che Madre Natura potrà concedere agli uomini che si redimono dalla sua sistematica distruzione? Certo che sì: basta usare lo sguardo di un bambino, basta non negarsi di essere dei sognatori, basta saper leggere negli occhi di una volpe la meraviglia del mondo che ci ospita. A me è successo. Ho incontrato la mia volpe ai limiti di un bosco, affamata e stremata. L’ho nutrita ogni giorno. Le ho dato anche un nome, Chance. L’ho salvata. E per due anni mi ha aspettata nello stesso posto. Questi sono i fatti. Emozionanti, sì, ma facilmente sintetizzabili. Quello che invece ho davvero vissuto con Chance non ha confine. Sono i luoghi e le creature che ho visitato, immaginato e sognato attraverso i suoi occhi. In un editoriale ho scritto:  “Indescrivibile cosa c’era in quello sguardo giallo scuro: lo specchio di qualcosa di selvaggio, di una fierezza antica, di un istinto atavico, l’essenza stessa della natura... custodisco il suo sguardo come un regalo della vita”. Chiqui, la piccola volpe di Bambarén, dice all’amico umano sognatore: “Puoi distruggere tutti i fiori del Creato, ma la primavera sboccerà ancora, con o senza di te” . I grandi concetti hanno sempre di base una grande semplicità! E Chi qui, nell’anima di Bambarén ha lasciato una traccia talmente profonda, da spingerlo a chiederci in questo suo piccolo, grande libro-manifesto: “... sceglierete di essere parte della soluzione? Non servono che due strumenti per fare la differenza: La forza del perdono. La musica della speranza”. Io ci sto, e voi?

mercoledì 12 aprile 2017

Bianchi fiocchetti di lana






“Bianchi fiocchetti di lana”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Antonella F., da “Confidenze tra amiche”, numero 12, 2016)


So ciò che direte dopo aver letto l’elenco dei componenti della mia famiglia. Esclamerete: «Mamma mia!».
Scommettiamo?
Allora, eccoci qui: io e Antonio, detto Tony, mio marito, e poi Francesco, Gianmarco, Claudio e Veronica, i nostri quattro figli. Inoltre c’è Lallo, il pappagallo. E Axel, Michelle e Calimera, i nostri tre cani. E, ancora, ci sono i nostri diciannove gatti. Sì, avete letto bene: diciannove! E i pesci del nostro acquario. Non vi sto a dire tutti i nomi perché sarebbero troppi.
E poi c’è Natalino.
Siamo in tanti, vero? Ho vinto la scommessa? Ma non vi ho ancora detto chi è Natalino. Be’, vi racconto dall’inizio, dalla mattina di Natale del 2010. Mi ero alzata presto, avevo aperto la porta di casa e fatto uscire Axel, Michelle e Calimera. Stavo armeggiando per preparare il caffè, quando mi resi conto che i tre cani abbaiavano troppo concitatamente. Erano furiosi. Mollai tutto e mi precipitai fuori per controllare. Latravano verso il canale che costeggia la casa. Mi avvicinai e intravidi un animaletto - forse un cane, forse un gatto - che si dibatteva nell’acqua. Stava affogando. Corsi lungo il ciglio finché potei allungare una mano e afferrarlo per il pelo. Non era un cane. E nemmeno un gatto. Era un agnellino. Piccolo piccolo. Fradicio e spaventato. Ero allibita. Me lo strinsi tra le braccia mentre ritornavo velocemente verso casa. Mi resi conto che nella fretta non avevo preso le chiavi e la porta si era richiusa automaticamente: ero rimasta fuori. Cominciai a pigiare con inutile frenesia il campanello. Niente. Ero lì, al freddo, in camicia da notte, con un agnellino bagnato e tremante tra le braccia e con tre cani che mi abbaiavano intorno eccitati. Finalmente mio marito, svegliato dal trambusto, si affacciò alla finestra. Dopo un attimo di legittimo stupore per l’inusuale quadretto che si trovava davanti agli occhi, si decise ad aprirci. Per prima cosa asciugammo ben bene l’agnellino. Era bellissimo con quei bianchi fiocchetti di lana che guarnivano il suo delizioso musino. Sembrava un giocattolo. Gli preparai un biberon con del latte. E andai a tagliargli un po’ di erbetta in giardino. Mio marito intanto aveva aperto il computer e cercava informazioni su tutto ciò che riguardava gli agnelli. Tante volte vicino a casa passano dei pastori con enormi greggi. Sicuramente Natalino - nel frattempo gli avevamo dato questo nome - si era perso. Notammo che aveva un problema alle zampe. Forse la madre l’aveva rifiutato per quella malformazione. Lo so, è terribile, ma in natura succede che i cuccioli malati vengano respinti. Mio marito è infermiere veterinario anestesista e, visto lo stato delle zampine, mi disse che l’agnellino era affetto dalla sindrome di Spider Lamb. «Purtroppo a causa di questa malattia non supererà i sei mesi d’età» mi spiegò. Dopo una pausa carica di tristezza, riprese: «Ma noi faremo di tutto per aiutarlo. E chissà…». Passavano i giorni e Natalino cresceva. Gli altri nostri animali l’avevano ben accettato. E noi lo adoravamo. Era meraviglioso quando mi seguiva per casa, riempendo le stanze con il suo belato tenero e piccino. Bene o male qualche corsetta riusciva a farla, e quando non ce la faceva più si inginocchiava e si muoveva così. Mica si fermava! E imparò tante cose, per esempio che il trillo del forno annunciava che le patatine erano pronte. Lui era lì ogni volta, in attesa dell’ormai dovuta porzione. Ne va tuttora pazzo. Però per lui il massimo è rappresentato dalla cioccolata. Se la gira in bocca e, mentre la assapora piano piano, chiude gli occhi voluttuoso. La succhia, fino a quando è tutta sciolta, e con goduria la deglutisce. Poi spalanca gli occhi e ne esige dell’altra. Si venderebbe sua madre - cioè io - per un pezzo di cioccolato! Io e mio marito studiammo tanto per farlo sopravvivere nel migliore dei modi e approntammo una cura che risultò abbastanza efficace per il suo problema alle zampe. Natalino certo non cammina bene nemmeno ora, ma almeno non è morto. Anzi, ha abbondantemente superato i cinque anni d’età!
Aveva circa due anni e mezzo quando decidemmo che doveva uscire di casa. Era diventato troppo ingombrante. E siccome aveva sviluppato pure un caratterino bello tosto, la stretta convivenza diventava difficile. Sì, era viziatello, brontolone e prepotente. Se non gli davo ciò che voleva prendeva a testate la cucina, i mobili del soggiorno e tutto ciò che gli capitava a tiro. Allora mio marito gli preparò una casetta in giardino, completa di ogni comodità necessaria a un agnellino. Be’, non si poteva più definire “agnellino”, ormai era un montone. Ma a noi faceva ancora tenerezza come quando era piccolino, fragile e delicato. Accanto alla casetta, c’è un ombrellone per schermare il sole estivo. E c’è una ciotola con l’acqua fresca sempre a disposizione. Sono convinta che Natalino - quando combina qualche guaio lo chiamiamo Natalaccio - si creda un po’ pecora, un poco gatto, un tantino ragazzino e un pizzico cane. Probabilmente, crescendo in mezzo a questa nostra allegra brigata, ha imparato un po’ dall’uno e un po’ dall’altro. Per esempio, se lo chiamo accorre scodinzolando come un cane, e come un cane è affettuoso e fa la guardia. Non abbaia, ma bela a più non posso al postino e a tutti quelli che passano davanti a casa. Ed era innamorato della nostra gattina Pippi. Micia straordinaria, lei era l’oggetto dei suoi desideri. Ma Pippi fuggiva lesta ogni volta che le sue attenzioni diventavano troppo… ehm… focose. Come un fulmine si arrampicava sull’albero più vicino e poi lo fissava dall’alto con malcelata perplessità. Sembrava si chiedesse: “Ma che vuole da me questo matto? Mica è un gatto!”.
Quando lei volò sul ponte dell’arcobaleno ne soffrimmo tutti tantissimo. Natalino di più. Non mangiava, non si muoveva. Piangeva. Sempre più cupo, sembrava la tristezza fatta montone. Poi si innamorò di Perla, un’altra gatta. E risorse allegro e monello come prima.
Ok, qualcuno mi può accusare di antropomorfismo, cioè di attribuire agli animali caratteristiche ed emozioni umane. E qualcuno può sostenere che una pecora trovi il suo massimo benessere vivendo da pecora in un gregge di pecore. Ma sono teorie proprio così sicure? Vi faccio un esempio, ma ve ne potrei fare mille. Tipico momento di relax nella bella stagione: mio marito legge un libro in giardino, Natalino gli è sdraiato accanto con il muso appoggiato sulle sue gambe. Tutti e due indossano un cappellino che li ripara dal sole. Un’arietta leggera muove piano le fronde degli alberi. Cosa c’è di più tranquillo e sereno di così? Mi tocca il cuore lo sguardo sorridente che mi rivolge Natalino…
È vero, lui cammina a modo suo, un po’ appoggiandosi al muretto del giardino, un po’ aiutandosi con i gomiti, ma nonostante ciò sono convinta che sia felice. È stato fortunato. E noi anche.


martedì 4 aprile 2017

Ferdinanda fa miracoli



“Ferdinanda fa miracoli”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Ferdinanda Salvini, da “Confidenze tra amiche”, numero 14, 2017)



A pochi passi da casa mia c’è un bosco. Conosco i suoi alberi uno per uno. Alcuni li ho piantati io. Metto un seme in un vaso e quando la piantina che ne è nata è abbastanza forte, la porto là e la piazzo in piena terra. Scelgo alberi autoctoni, ma anche no. Per la nascita di ogni bimbo che conosco semino un ginkgo biloba. Ho cominciato con mia figlia Elena. Il suo giovane albero è bello e forte. Come lei.
Adoro la natura e gli animali da sempre. Già da piccola soccorrevo ogni uccellino caduto dal nido, ogni micino sperduto. Crescendo ho accentuato questo atteggiamento. E mio marito è stato, e lo è tuttora, sempre pronto a darmi una mano. Nei dintorni, chi trova un animaletto bisognoso, me lo porta. Io me ne prendo cura. E quando sta bene lo libero nel suo habitat naturale, se è un animale selvatico, oppure me lo tengo, se si tratta di un animale domestico. Tempo fa allevai un picchio verde. Eh, una storia curiosa questa! Faccio la guida per la Pro Loco di Morgano e avevo portato una scolaresca alle vicine sorgenti del fiume Sile. Interrompemmo la nostra passeggiata quando udimmo delle piccole grida. Ci zittimmo tutti: un attimo con le orecchie tese e di nuovo sentimmo quella specie di pianto. Mi girai di scatto e vidi una cornacchia che tratteneva qualcosa tra gli artigli. Istintivamente mi precipitai verso di lei. E lei fuggì. Due salti rapidi e prese il volo, lasciando la sua preda: un uccellino. Un esserino fragile, coperto solo da un leggero piumino. Un batuffolo. Me lo portai a casa. Gli diedi da mangiare, imboccandolo con attenzione. Era il 9 giugno. Ricordo con esattezza la data perché mi appunto sempre tutto su un mio quaderno. Misi il piccolino in una gabbia ampia a forma di pagoda che avevo piazzato, tempo prima, in mezzo al bosco. Ero da lui ogni momento possibile. Lo chiamavo mentre arrivavo, facendo il suo verso: «Chiù, chiù». E lui rispondeva: «Chiù, chiù». Era un picchio verde. Qui da noi c’è solo il picchio rosso maggiore. Chissà da dove l’aveva portato quella cornacchia. Il piccolo cresceva e giunse il momento di insegnargli a mangiare da solo. Cercai nel bosco e trovai ciò che faceva al caso mio: un albero sul cui tronco c’era un bell’andirivieni di formiche. Misi il picchio verde alla base e il piccolo si aggrappò alla corteccia. Catturò una formica. E un’altra. E poi andò più su. E ancora. Corsi a prendere una scala che appoggiai all’albero, e salii pure io. Così avrei potuto recuperare il picchio, a pranzo concluso. Una scena fantastica seguita da un pubblico attento: la mia cagnolina Rosetta, la gatta Morgana e Apollo, una delle mie oche. Arrivò il giorno della liberazione: ormai il piccolo mangiava da solo e le membrane delle ali si erano aperte. L’avevo già aiutato anche in brevi prove di volo. Non potevo più indugiare. Lo portai alle sorgenti del Sile. Era il 23 giugno. Cercavo l’albero giusto. Ma mica c’era in quel bosco. Uno aveva il tronco troppo liscio, l’altro era troppo basso, quell’altro era troppo alto. Bugie. È che mi dispiaceva separarmi dal picchio. Era stato con me solo due settimane, ma mi ci ero così affezionata… Mi feci forza, per il suo bene. L’appoggiai alla base di un albero. Lui cominciò a salire. Non resistetti, lo presi e lo rimisi in basso. Si arrampicò nuovamente. Ma si fermò quasi subito. Si girò a guardarmi. Sembrava che mi chiedesse il permesso di salire ancora. Le mie mani si mossero da sole per riprenderlo. Ma mi frenai e le strinsi dietro la schiena. E così rimasi: immobile, ma in preda a una furiosa tachicardia. Il picchio ricominciò a salire. Si fermò a guardarmi ancora due o tre volte. Io gli sorridevo e stringevo ancor di più le mani. Arrivò in cima. Raggi di sole trovavano la strada tra le fronde e accendevano i suoi colori. Lo vidi spiccare il volo e raggiungere la punta di un albero vicino. E poi di un altro più alto. Gli occhi inondati di lacrime mi impedirono di seguirlo ancora. Ero triste, ma felice per lui. «Bada a te stesso, piccolino» gridai tra pianto e spruzzi di risatine.
Non finì così. Il 7 ottobre ero davanti a casa quando mio marito mi gridò: «Ferdinanda, ascolta!». Mi fermai di botto. Dal bosco qualcuno mi chiamava: «Chiù, chiù». Risposi immediatamente: «Chiù, chiù» e presi a correre verso gli alberi. Era il picchio verde. Era aggrappato alla gabbia a forma di pagoda. Che felicità! Aveva nidificato in zona. È proprio qui che vive ormai. E spesso viene a salutarmi.
Prima ho citato Apollo, una delle mie oche. A tenergli compagnia c’erano Platone e Cesira – i suoi genitori – e Lucrezia. C’era anche Cesare: mi era stato affidato da un allevatore, perché era un paperino molto debole e malato. Con le mie cure e il mio amore, guarì e diventò grande e forte. A malincuore - ma quel che è giusto, è giusto - un giorno lo riportai dall’allevatore, suo legittimo proprietario. Di notte squillò il telefono. Era un vicino: «C’è una tua oca sul mio terrazzino». Mi precipitai là. Era Cesare. Si era fatto un volo di sei chilometri per tornare da me. Dopo la gioia di rivederlo, purtroppo dovetti affrontare il cruccio di riportarlo da dove era fuggito. Ma Cesare cominciò un ostinato sciopero della fame. Mi chiamò l’allevatore: «L’oca non mangia da diversi giorni, adesso è stesa a terra nel cortile. Se non è già morta, poco ci manca». Salii in macchina e guidai più veloce che potevo. Ma non arrivai in tempo. Cesare era morto. Lo presi in braccio e lo distesi sui sedili dell’auto. L’avrei riportato da me e gli avrei dato almeno una degna sepoltura. Nei pressi di casa le altre mie oche mi accolsero starnazzando, come sempre. Be’, fu in quel preciso momento che mi parve che Cesare si muovesse. Un nanosecondo e dal suo becco uscì un fioco “Vi vi vi”. Aprii la portiera e lui – resuscitato? – corse verso le altre oche. Guardavo la scena allibita. E mi veniva pure da ridere. Ma non era mica morto? Tutto il gruppo, lui compreso, starnazzava con grande eccitazione. Chissà cosa si raccontavano. Cesare riprese a mangiare. E io decisi che non avrebbe mai più lasciato casa mia.
Le mie mani hanno curato e allevato tanti animaletti. Potrei raccontare dei rondoni che salvo e lancio nel cielo quando sono pronti. Del piccolo pipistrello che qualcuno mi ha portato giorni fa. Dei torcicolli, dei fagiani, di un merlo bianco e nero, dei piccoli ghiri e di tanti altri ancora. Tutti liberati, quando stavano bene. Aiuto anche i rospi ad attraversare la strada. Scendono dalla montagnetta vicina, per arrivare alla meta: le pozzanghere attigue al Piave. Ma il percorso è attraversato da una strada trafficata. Per questo vado là, li raccolgo in un secchio e li porto dall’altra parte della carreggiata. Così possono riprendere incolumi il viaggio.
Sono tanto felice. Qualcuno dice che faccio miracoli. Io dico invece che è l’amore che fa i miracoli. Sempre.