Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

venerdì 5 maggio 2017

Il messaggio della volpe




“Storia della piccola volpe che mi insegnò il perdono”, di Sergio Bambarèn 
(Ed. Sperling & Kupfer). Da “Confidenze tra amiche”, numero 17, 2017


Recensione di Susanna Barbaglia


Il messaggio della volpe

È stata la prima cosa che ho visto, appena arrivata, sulla mia scrivania: un libro con una copertina che mi chiamava come un magnete. La sera mi ci sono immersa e per un’ora è stato come se l’autore, l’australiano Sergio Bambarén, mi avesse accompagnata per mano attraverso le sue straordinarie visioni. Si può incontrare una volpe in riva all’oceano? Ed è credibile dialogare con lei e i suoi amici - il formichiere, la tartaruga marina, la gabbianella... - del perdono che Madre Natura potrà concedere agli uomini che si redimono dalla sua sistematica distruzione? Certo che sì: basta usare lo sguardo di un bambino, basta non negarsi di essere dei sognatori, basta saper leggere negli occhi di una volpe la meraviglia del mondo che ci ospita. A me è successo. Ho incontrato la mia volpe ai limiti di un bosco, affamata e stremata. L’ho nutrita ogni giorno. Le ho dato anche un nome, Chance. L’ho salvata. E per due anni mi ha aspettata nello stesso posto. Questi sono i fatti. Emozionanti, sì, ma facilmente sintetizzabili. Quello che invece ho davvero vissuto con Chance non ha confine. Sono i luoghi e le creature che ho visitato, immaginato e sognato attraverso i suoi occhi. In un editoriale ho scritto:  “Indescrivibile cosa c’era in quello sguardo giallo scuro: lo specchio di qualcosa di selvaggio, di una fierezza antica, di un istinto atavico, l’essenza stessa della natura... custodisco il suo sguardo come un regalo della vita”. Chiqui, la piccola volpe di Bambarén, dice all’amico umano sognatore: “Puoi distruggere tutti i fiori del Creato, ma la primavera sboccerà ancora, con o senza di te” . I grandi concetti hanno sempre di base una grande semplicità! E Chi qui, nell’anima di Bambarén ha lasciato una traccia talmente profonda, da spingerlo a chiederci in questo suo piccolo, grande libro-manifesto: “... sceglierete di essere parte della soluzione? Non servono che due strumenti per fare la differenza: La forza del perdono. La musica della speranza”. Io ci sto, e voi?

mercoledì 12 aprile 2017

Bianchi fiocchetti di lana






“Bianchi fiocchetti di lana”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Antonella F., da “Confidenze tra amiche”, numero 12, 2016)


So ciò che direte dopo aver letto l’elenco dei componenti della mia famiglia. Esclamerete: «Mamma mia!».
Scommettiamo?
Allora, eccoci qui: io e Antonio, detto Tony, mio marito, e poi Francesco, Gianmarco, Claudio e Veronica, i nostri quattro figli. Inoltre c’è Lallo, il pappagallo. E Axel, Michelle e Calimera, i nostri tre cani. E, ancora, ci sono i nostri diciannove gatti. Sì, avete letto bene: diciannove! E i pesci del nostro acquario. Non vi sto a dire tutti i nomi perché sarebbero troppi.
E poi c’è Natalino.
Siamo in tanti, vero? Ho vinto la scommessa? Ma non vi ho ancora detto chi è Natalino. Be’, vi racconto dall’inizio, dalla mattina di Natale del 2010. Mi ero alzata presto, avevo aperto la porta di casa e fatto uscire Axel, Michelle e Calimera. Stavo armeggiando per preparare il caffè, quando mi resi conto che i tre cani abbaiavano troppo concitatamente. Erano furiosi. Mollai tutto e mi precipitai fuori per controllare. Latravano verso il canale che costeggia la casa. Mi avvicinai e intravidi un animaletto - forse un cane, forse un gatto - che si dibatteva nell’acqua. Stava affogando. Corsi lungo il ciglio finché potei allungare una mano e afferrarlo per il pelo. Non era un cane. E nemmeno un gatto. Era un agnellino. Piccolo piccolo. Fradicio e spaventato. Ero allibita. Me lo strinsi tra le braccia mentre ritornavo velocemente verso casa. Mi resi conto che nella fretta non avevo preso le chiavi e la porta si era richiusa automaticamente: ero rimasta fuori. Cominciai a pigiare con inutile frenesia il campanello. Niente. Ero lì, al freddo, in camicia da notte, con un agnellino bagnato e tremante tra le braccia e con tre cani che mi abbaiavano intorno eccitati. Finalmente mio marito, svegliato dal trambusto, si affacciò alla finestra. Dopo un attimo di legittimo stupore per l’inusuale quadretto che si trovava davanti agli occhi, si decise ad aprirci. Per prima cosa asciugammo ben bene l’agnellino. Era bellissimo con quei bianchi fiocchetti di lana che guarnivano il suo delizioso musino. Sembrava un giocattolo. Gli preparai un biberon con del latte. E andai a tagliargli un po’ di erbetta in giardino. Mio marito intanto aveva aperto il computer e cercava informazioni su tutto ciò che riguardava gli agnelli. Tante volte vicino a casa passano dei pastori con enormi greggi. Sicuramente Natalino - nel frattempo gli avevamo dato questo nome - si era perso. Notammo che aveva un problema alle zampe. Forse la madre l’aveva rifiutato per quella malformazione. Lo so, è terribile, ma in natura succede che i cuccioli malati vengano respinti. Mio marito è infermiere veterinario anestesista e, visto lo stato delle zampine, mi disse che l’agnellino era affetto dalla sindrome di Spider Lamb. «Purtroppo a causa di questa malattia non supererà i sei mesi d’età» mi spiegò. Dopo una pausa carica di tristezza, riprese: «Ma noi faremo di tutto per aiutarlo. E chissà…». Passavano i giorni e Natalino cresceva. Gli altri nostri animali l’avevano ben accettato. E noi lo adoravamo. Era meraviglioso quando mi seguiva per casa, riempendo le stanze con il suo belato tenero e piccino. Bene o male qualche corsetta riusciva a farla, e quando non ce la faceva più si inginocchiava e si muoveva così. Mica si fermava! E imparò tante cose, per esempio che il trillo del forno annunciava che le patatine erano pronte. Lui era lì ogni volta, in attesa dell’ormai dovuta porzione. Ne va tuttora pazzo. Però per lui il massimo è rappresentato dalla cioccolata. Se la gira in bocca e, mentre la assapora piano piano, chiude gli occhi voluttuoso. La succhia, fino a quando è tutta sciolta, e con goduria la deglutisce. Poi spalanca gli occhi e ne esige dell’altra. Si venderebbe sua madre - cioè io - per un pezzo di cioccolato! Io e mio marito studiammo tanto per farlo sopravvivere nel migliore dei modi e approntammo una cura che risultò abbastanza efficace per il suo problema alle zampe. Natalino certo non cammina bene nemmeno ora, ma almeno non è morto. Anzi, ha abbondantemente superato i cinque anni d’età!
Aveva circa due anni e mezzo quando decidemmo che doveva uscire di casa. Era diventato troppo ingombrante. E siccome aveva sviluppato pure un caratterino bello tosto, la stretta convivenza diventava difficile. Sì, era viziatello, brontolone e prepotente. Se non gli davo ciò che voleva prendeva a testate la cucina, i mobili del soggiorno e tutto ciò che gli capitava a tiro. Allora mio marito gli preparò una casetta in giardino, completa di ogni comodità necessaria a un agnellino. Be’, non si poteva più definire “agnellino”, ormai era un montone. Ma a noi faceva ancora tenerezza come quando era piccolino, fragile e delicato. Accanto alla casetta, c’è un ombrellone per schermare il sole estivo. E c’è una ciotola con l’acqua fresca sempre a disposizione. Sono convinta che Natalino - quando combina qualche guaio lo chiamiamo Natalaccio - si creda un po’ pecora, un poco gatto, un tantino ragazzino e un pizzico cane. Probabilmente, crescendo in mezzo a questa nostra allegra brigata, ha imparato un po’ dall’uno e un po’ dall’altro. Per esempio, se lo chiamo accorre scodinzolando come un cane, e come un cane è affettuoso e fa la guardia. Non abbaia, ma bela a più non posso al postino e a tutti quelli che passano davanti a casa. Ed era innamorato della nostra gattina Pippi. Micia straordinaria, lei era l’oggetto dei suoi desideri. Ma Pippi fuggiva lesta ogni volta che le sue attenzioni diventavano troppo… ehm… focose. Come un fulmine si arrampicava sull’albero più vicino e poi lo fissava dall’alto con malcelata perplessità. Sembrava si chiedesse: “Ma che vuole da me questo matto? Mica è un gatto!”.
Quando lei volò sul ponte dell’arcobaleno ne soffrimmo tutti tantissimo. Natalino di più. Non mangiava, non si muoveva. Piangeva. Sempre più cupo, sembrava la tristezza fatta montone. Poi si innamorò di Perla, un’altra gatta. E risorse allegro e monello come prima.
Ok, qualcuno mi può accusare di antropomorfismo, cioè di attribuire agli animali caratteristiche ed emozioni umane. E qualcuno può sostenere che una pecora trovi il suo massimo benessere vivendo da pecora in un gregge di pecore. Ma sono teorie proprio così sicure? Vi faccio un esempio, ma ve ne potrei fare mille. Tipico momento di relax nella bella stagione: mio marito legge un libro in giardino, Natalino gli è sdraiato accanto con il muso appoggiato sulle sue gambe. Tutti e due indossano un cappellino che li ripara dal sole. Un’arietta leggera muove piano le fronde degli alberi. Cosa c’è di più tranquillo e sereno di così? Mi tocca il cuore lo sguardo sorridente che mi rivolge Natalino…
È vero, lui cammina a modo suo, un po’ appoggiandosi al muretto del giardino, un po’ aiutandosi con i gomiti, ma nonostante ciò sono convinta che sia felice. È stato fortunato. E noi anche.


martedì 4 aprile 2017

Ferdinanda fa miracoli



“Ferdinanda fa miracoli”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Ferdinanda Salvini, da “Confidenze tra amiche”, numero 14, 2017)



A pochi passi da casa mia c’è un bosco. Conosco i suoi alberi uno per uno. Alcuni li ho piantati io. Metto un seme in un vaso e quando la piantina che ne è nata è abbastanza forte, la porto là e la piazzo in piena terra. Scelgo alberi autoctoni, ma anche no. Per la nascita di ogni bimbo che conosco semino un ginkgo biloba. Ho cominciato con mia figlia Elena. Il suo giovane albero è bello e forte. Come lei.
Adoro la natura e gli animali da sempre. Già da piccola soccorrevo ogni uccellino caduto dal nido, ogni micino sperduto. Crescendo ho accentuato questo atteggiamento. E mio marito è stato, e lo è tuttora, sempre pronto a darmi una mano. Nei dintorni, chi trova un animaletto bisognoso, me lo porta. Io me ne prendo cura. E quando sta bene lo libero nel suo habitat naturale, se è un animale selvatico, oppure me lo tengo, se si tratta di un animale domestico. Tempo fa allevai un picchio verde. Eh, una storia curiosa questa! Faccio la guida per la Pro Loco di Morgano e avevo portato una scolaresca alle vicine sorgenti del fiume Sile. Interrompemmo la nostra passeggiata quando udimmo delle piccole grida. Ci zittimmo tutti: un attimo con le orecchie tese e di nuovo sentimmo quella specie di pianto. Mi girai di scatto e vidi una cornacchia che tratteneva qualcosa tra gli artigli. Istintivamente mi precipitai verso di lei. E lei fuggì. Due salti rapidi e prese il volo, lasciando la sua preda: un uccellino. Un esserino fragile, coperto solo da un leggero piumino. Un batuffolo. Me lo portai a casa. Gli diedi da mangiare, imboccandolo con attenzione. Era il 9 giugno. Ricordo con esattezza la data perché mi appunto sempre tutto su un mio quaderno. Misi il piccolino in una gabbia ampia a forma di pagoda che avevo piazzato, tempo prima, in mezzo al bosco. Ero da lui ogni momento possibile. Lo chiamavo mentre arrivavo, facendo il suo verso: «Chiù, chiù». E lui rispondeva: «Chiù, chiù». Era un picchio verde. Qui da noi c’è solo il picchio rosso maggiore. Chissà da dove l’aveva portato quella cornacchia. Il piccolo cresceva e giunse il momento di insegnargli a mangiare da solo. Cercai nel bosco e trovai ciò che faceva al caso mio: un albero sul cui tronco c’era un bell’andirivieni di formiche. Misi il picchio verde alla base e il piccolo si aggrappò alla corteccia. Catturò una formica. E un’altra. E poi andò più su. E ancora. Corsi a prendere una scala che appoggiai all’albero, e salii pure io. Così avrei potuto recuperare il picchio, a pranzo concluso. Una scena fantastica seguita da un pubblico attento: la mia cagnolina Rosetta, la gatta Morgana e Apollo, una delle mie oche. Arrivò il giorno della liberazione: ormai il piccolo mangiava da solo e le membrane delle ali si erano aperte. L’avevo già aiutato anche in brevi prove di volo. Non potevo più indugiare. Lo portai alle sorgenti del Sile. Era il 23 giugno. Cercavo l’albero giusto. Ma mica c’era in quel bosco. Uno aveva il tronco troppo liscio, l’altro era troppo basso, quell’altro era troppo alto. Bugie. È che mi dispiaceva separarmi dal picchio. Era stato con me solo due settimane, ma mi ci ero così affezionata… Mi feci forza, per il suo bene. L’appoggiai alla base di un albero. Lui cominciò a salire. Non resistetti, lo presi e lo rimisi in basso. Si arrampicò nuovamente. Ma si fermò quasi subito. Si girò a guardarmi. Sembrava che mi chiedesse il permesso di salire ancora. Le mie mani si mossero da sole per riprenderlo. Ma mi frenai e le strinsi dietro la schiena. E così rimasi: immobile, ma in preda a una furiosa tachicardia. Il picchio ricominciò a salire. Si fermò a guardarmi ancora due o tre volte. Io gli sorridevo e stringevo ancor di più le mani. Arrivò in cima. Raggi di sole trovavano la strada tra le fronde e accendevano i suoi colori. Lo vidi spiccare il volo e raggiungere la punta di un albero vicino. E poi di un altro più alto. Gli occhi inondati di lacrime mi impedirono di seguirlo ancora. Ero triste, ma felice per lui. «Bada a te stesso, piccolino» gridai tra pianto e spruzzi di risatine.
Non finì così. Il 7 ottobre ero davanti a casa quando mio marito mi gridò: «Ferdinanda, ascolta!». Mi fermai di botto. Dal bosco qualcuno mi chiamava: «Chiù, chiù». Risposi immediatamente: «Chiù, chiù» e presi a correre verso gli alberi. Era il picchio verde. Era aggrappato alla gabbia a forma di pagoda. Che felicità! Aveva nidificato in zona. È proprio qui che vive ormai. E spesso viene a salutarmi.
Prima ho citato Apollo, una delle mie oche. A tenergli compagnia c’erano Platone e Cesira – i suoi genitori – e Lucrezia. C’era anche Cesare: mi era stato affidato da un allevatore, perché era un paperino molto debole e malato. Con le mie cure e il mio amore, guarì e diventò grande e forte. A malincuore - ma quel che è giusto, è giusto - un giorno lo riportai dall’allevatore, suo legittimo proprietario. Di notte squillò il telefono. Era un vicino: «C’è una tua oca sul mio terrazzino». Mi precipitai là. Era Cesare. Si era fatto un volo di sei chilometri per tornare da me. Dopo la gioia di rivederlo, purtroppo dovetti affrontare il cruccio di riportarlo da dove era fuggito. Ma Cesare cominciò un ostinato sciopero della fame. Mi chiamò l’allevatore: «L’oca non mangia da diversi giorni, adesso è stesa a terra nel cortile. Se non è già morta, poco ci manca». Salii in macchina e guidai più veloce che potevo. Ma non arrivai in tempo. Cesare era morto. Lo presi in braccio e lo distesi sui sedili dell’auto. L’avrei riportato da me e gli avrei dato almeno una degna sepoltura. Nei pressi di casa le altre mie oche mi accolsero starnazzando, come sempre. Be’, fu in quel preciso momento che mi parve che Cesare si muovesse. Un nanosecondo e dal suo becco uscì un fioco “Vi vi vi”. Aprii la portiera e lui – resuscitato? – corse verso le altre oche. Guardavo la scena allibita. E mi veniva pure da ridere. Ma non era mica morto? Tutto il gruppo, lui compreso, starnazzava con grande eccitazione. Chissà cosa si raccontavano. Cesare riprese a mangiare. E io decisi che non avrebbe mai più lasciato casa mia.
Le mie mani hanno curato e allevato tanti animaletti. Potrei raccontare dei rondoni che salvo e lancio nel cielo quando sono pronti. Del piccolo pipistrello che qualcuno mi ha portato giorni fa. Dei torcicolli, dei fagiani, di un merlo bianco e nero, dei piccoli ghiri e di tanti altri ancora. Tutti liberati, quando stavano bene. Aiuto anche i rospi ad attraversare la strada. Scendono dalla montagnetta vicina, per arrivare alla meta: le pozzanghere attigue al Piave. Ma il percorso è attraversato da una strada trafficata. Per questo vado là, li raccolgo in un secchio e li porto dall’altra parte della carreggiata. Così possono riprendere incolumi il viaggio.
Sono tanto felice. Qualcuno dice che faccio miracoli. Io dico invece che è l’amore che fa i miracoli. Sempre.

sabato 25 marzo 2017

Momenti magici




“Momenti magici”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Morena Ribero, da “Confidenze tra amiche”, numero 45, 2016)


Voi ci credete nella magia? Io sì, ma non mi riferisco a stregonerie, sortilegi e fatture. Tutt’altro. Intendo la magia speciale di certi attimi. Quella racchiusa in un’emozione. Quella tanto misteriosa e impalpabile da poterla avvertire solo con il cuore. E se la riconosci, se la segui, se la vivi, allora tutto può succedere. Come è accaduto a me. E ora mi ritrovo - felice - a vivere in un insolito… branco!
Ma andiamo con ordine e cominciamo dall’inizio. Era una sera come un’altra e stavo leggendo un libro piuttosto interessante quando squillò il telefono. Risposi e fui travolta dalla voce concitata di una mia cara amica, che parlava con l’irruenza di un fiume in piena: «Morena, ho bisogno di te. Me lo devi davvero fare questo favore. Siamo nei guai. I falconieri di Milano non possono venire. L’evento organizzato a Torino, senza di loro, risulta con un buco grande quanto una casa. Puoi sostituirli tu? Ti prego, ti prego, ti prego». Be’, non sono una tappabuchi, ma non si nega una mano a chi ha bisogno, no? E così, all’ultimo tuffo, mi ero organizzata e avevo partecipato alla festa: ero là, con i miei rapaci. Sì, perché io, per l’appunto, sono un falconiere. A qualcuno potrebbe parere singolare, ma vi assicuro che non sono l’unica donna che abbraccia questa passione. Tanto per citarne una, la giudicessa Eleonora D’Arborea, già nel 1300, era un falconiere. Il Falco Eleonorae prende il nome proprio da lei. Ma ritorniamo alla festa: l’organizzatore era Andrea. Non lo conoscevo, lo incontrai all’evento per la prima volta e mi fu antipatico da subito. Non so il perché, comunque questa era la sensazione che provavo. Però non ci badai più di tanto. Preferivo di certo concentrarmi sul mio gufo reale indiano. Si chiama Satore-e Bad. Significa “Vento di stelle”. Giusto una lieve sottolineatura: non vi pare già un nome carico di magia?
Lo tenevo sul pugno, cioè appollaiato sul mio braccio teso, che avevo protetto con un guanto di cuoio. Lui si guardava intorno, poi puntò gli occhi su qualcosa o qualcuno un poco più lontano. E così rimase. Il mio gufo è un po’ la mia antenna e per me fu naturale seguire la traiettoria del suo sguardo. Satore-e-Bad fissava proprio quell’insopportabile di Andrea. Tranquillo e maestoso, seguiva i suoi gesti, che ormai osservavo anch’io. Andrea percepì forse i nostri sguardi perché si girò verso di noi. Sorrise. E si avvicinò. «E’ bellissimo il tuo gufo» mi disse, e io colsi un’ammirazione sincera nelle sue parole. «Posso provare a tenerlo sul pugno?» mi chiese. Gli passai un guanto, lui lo indossò, e Satore-e Bad vi si appollaiò. Sereno. L’atteggiamento del rapace aveva un chiaro significato, un messaggio per me facile da decodificare: la completa fiducia. E ne fui meravigliata. «Mi piacerebbe tenere il tuo gufo senza guanto» disse ancora Andrea. Altra sorpresa: si usa sempre per evitare graffi e ferite provocati, anche involontariamente, dagli artigli. La piena fede era reciproca, viaggiava in entrambe le direzioni, dal gufo ad Andrea, da Andrea al gufo. Ma ormai c’ero in mezzo anch’io. Guidata da Satore-e Bad, Andrea cominciò ad apparirmi sotto un’altra luce. Quella vera. Ben diversa dalla prima impressione che avevo avuto. Non era mica antipatico. Anzi, mi piaceva. Fu un momento di grande magia. Bello così. Non mi aspettavo niente di più. Ma il giorno seguente io e Andrea ci rivedemmo. E quarantotto ore dopo lui mi telefonò: «Sono a San Gemini, in Umbria, puoi venire?».
«Be’, non è proprio dietro l’angolo, ma se hai bisogno, ti raggiungo» gli risposi. Credevo di doverlo riaccompagnare, per qualche motivo, in Piemonte, la regione dove risiedevamo, invece quando arrivai mi portò davanti a una casa. «Ti piace? Cosa ne pensi?» mi chiese. Era bella, ma ancora io non avevo capito. Andrea allora sussurrò: «Morena, tu ci credi alla magia?». Oh, sì che ci credevo. In quel momento ne eravamo avvolti. Lo guardai senza parlare, un po’ stupita e già completamente incantata.
Lui proseguì: «Ti fidi di me?». Non potevo che rispondergli col mio “sì” più bello. «Ok. Allora è il momento giusto perché inizi a credere in “noi”» continuò lui sorridendo. Cominciammo a vivere insieme praticamente da subito. Ecco, in una manciata di giorni, la mia vita era completamente trasformata. Ed eravamo felici. Non sembra una storia rubata a un libro di favole?
Andrea però non era solo, e nemmeno io.
Unimmo i nostri “elementi” al seguito e fu così che mi ritrovai nel bel mezzo del nostro insolito branco, dove io e lui siamo gli unici umani. Poi ci sono i cani: Naftalina, Doom, Cheyenne e Soyala.  E i rapaci: Satore-e Bad, che già conoscete; Almasack, un falco o poiana di Harris; Morfeo, un barbagianni; Anouk, un falco ibrido tra Girifalco e Lanario. E c’è Gatto Cigolo, che è proprio un gatto e che miagola ogni volta come se stesse cigolando. E, infine, ci sono Ubaldo e Guendalina, due placide tartarughe terrestri.
Di pari passo cominciò, tra me e Andrea, anche una collaborazione professionale. Io, come ho già detto, mi occupo di rapaci, riservando una parte del mio tempo a quella che definisco “Emotional therapy”. Andrea ha studiato per molti anni le dinamiche comportamentali e i ruoli dei lupi nel branco. Ha una storia come educatore cinofilo della polizia di stato, e ha lavorato anche in America e collaborato con le Nazioni Unite. Quello che mi ha conquistata di lui è che ha il mio stesso modo di vedere il mondo. E di guardare gli animali. Io li adoro da quando ero una bimba. Vi racconto un ricordo piccino, ma piuttosto illuminante. Possedevo diciassette gerbilli. Li avete presenti? Sono forse più conosciuti come “topolini del deserto”. All’inizio io avevo solo un maschietto e un mio compagno di scuola, una femminuccia. E poi erano arrivati i cuccioli. Io e il mio amichetto volevamo realizzare un documentario sulle loro abitudini e così eravamo sempre lì a far riprese con la telecamera. Soprattutto sul letto di mia nonna, che, poveretta, detesta i topi. Mia mamma, da sempre, aveva il compito di arginare il numero dei miei animali: la casa era piena, e non solo di topolini del deserto, ma anche di gatti, cani, uccellini. Un giorno mi disse: «Sono arrivate le giostre per i bambini, qui a Torino. Prova a chiedere ai gestori se vogliono un gerbillo. Così almeno la nostra tribù diminuisce di uno». Ci andai con la tristezza nel cuore. Mi avvicinai al titolare del Luna Park e, mentre sfioravo con un dito il pancino del mio gerbillo, gli chiesi se lo voleva. «No, non posso proprio prenderlo» mi rispose. Mi guardò un momento, poi aggiunse: «Ma visto che sei venuta fin qui, ti regalo un pesce rosso». Ero felicissima. Mia mamma un po’ meno. Ecco, con me funzionava sempre così: puntualmente arrivavo a casa con un animaletto nuovo. E so già che anche il branco, mio e di Andrea, aumenterà nel tempo. Anche se quotidianamente corro il rischio di perdere qualcuno dei miei rapaci. Perché li devo lasciar volare almeno due volte al giorno. Voli liberi. E ogni volta è un’emozione che afferra l’anima. Li vedo librarsi nell’aria e sento come se nel cielo ci fossero le mie di penne. Quando poi li richiamo, loro ritornano. Ma potrebbero anche non farlo. La forma d’amore più alta è proprio lasciar loro questa libertà di scelta.
Volare.
E poi tornare.
Se vogliono.
E se è un’emozione il loro volo, ancora di più lo è il loro ritorno.
Una sera Morfeo, il mio barbagianni, si allontanò più del solito. Andrea si allarmò e mi gridò: «Non perdiamolo di vista nemmeno per un attimo». Ero agitata anch’io, ma cercai di mantenere la calma. Lo seguivo con gli occhi mentre sfrecciava nel cielo: a ogni battito d’ali diventava sempre più piccolo.
«Adesso Morfeo è nel panico ed è come se scappasse da tutto. I rapaci si comportano così quando sono spaventati da qualcosa o da qualcuno» dissi ad Andrea.  Purtroppo, poco dopo, il barbagianni sparì dalla nostra vista. Si era diretto in un luogo apparentemente senza grossi pericoli. Ma avevo comunque il cuore che tremava, quando aggiunsi: «Se Morfeo sceglierà di tornare da noi, avrà tutti i modi per farlo. Se preferirà andare, sarà giusto così. Lo ringrazio per il tempo che mi ha dato, per le esperienze e le emozioni condivise. Non voglio tenerlo accanto a me a tutti i costi. Non sarebbe giusto… Adesso andiamo a dormire». Restammo invece ancora un poco, in silenzio, a scrutare quel cielo che diventava piano piano più buio, mentre, timide, si accendevano le prime stelle. «Domani ci alzeremo prima che sorga il sole e proveremo a richiamarlo» dissi ancora, cercando la mano di Andrea. Rientrammo a casa, ma il giorno dopo, prima delle cinque, eravamo di nuovo sul posto. Richiamai Morfeo. E lui arrivò. Lo chiamai con i baci. Funziona così con i barbagianni. Io li definisco i “peace and love” dei rapaci: amano lo schiocco dei baci e hanno la faccia a cuore. Cosa meglio di ciò può evocare “pace e amore”?
Vedere Morfeo che volava verso di noi, fu un attimo di grande felicità. In comunione. Altra magia.
Io e Andrea viviamo di emozioni e di passioni. E ogni giorno facciamo solo ciò che ci accende, e così diventa facile tuffarsi con gioia nelle nostre attività. Non potremmo fare altrimenti. Il nostro lavoro si basa sull’intervento del nostro branco. Noi siamo grandi osservatori delle dinamiche animali e riusciamo a interpretare con esattezza tutti i messaggi che loro ci inviano. Una serie di informazioni che possono essere fondamentali per indirizzare ogni persona verso il posto giusto nell’ambito del lavoro, tanto per fare un esempio, per scoprirne i talenti e per guidarla a una piena realizzazione. Un aiuto a trovare il ruolo più adatto. Noi interveniamo nelle famiglie, con i bambini, presso le aziende. Per ricomporre l’armonia.
C’è una frase di Proust che io adoro e che calza a pennello su di me e su Andrea: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Ecco, nuovi occhi noi li abbiamo davvero: guardiamo il mondo attraverso quelli del nostro insolito branco. Ed è magia. In noi. E dappertutto.







lunedì 20 marzo 2017

Diventa scrittrice/scrittore con ioleggoconjoy








Diventa scrittrice/scrittore con ioleggoconjoy

Abbiamo progettato un nuovo libro, “Io e te”, per raccogliere le storie più toccanti d'amore fra persone e animali. Se amate scrivere e un animale ha cambiato la vostra vita, raccontateci la vostra svolta. Fra tutti i manoscritti (lunghi al massimo 10.000 battute) che arriveranno entro il 30 giugno prossimo, selezioneremo quelli che più colpiranno al cuore. 


Come per tutte le nostre iniziative editoriali, anche il ricavato di questo libro andrà a sostegno di un'associazione di salvataggio di animali abbandonati e maltrattati. Vogliamo dedicare “Io e te” al Rifugio Charly di Acerra (Napoli).

lunedì 20 febbraio 2017

Perché il furetto?










“Perché il furetto?”
, di Cinzia Fresia


Molto spesso mi viene chiesto: «Perché il furetto?». Il furetto è un animale domestico che si adatta molto bene ai ritmi di una famiglia umana che normalmente lavora, che esce di mattina e rientra la sera. Sarà per il suo musetto simpatico, e per la necessità di amore e affetto costante che una volta in casa ci si innamora perdutamente di lui, che non se ne può fare a meno. È come un neonato perenne anche da anziano, tocca la parte materna o paterna che è in noi. Nonostante i tanti aspetti positivi, tipo l'indipendenza, la forte affettività verso i proprietari, il furetto non è per tutti, e non è adatto a bambini molto piccoli, e soprattutto non è un animale da gabbia. Perché stia bene, l'ambiente deve essere adattato in tutta sicurezza. Attenzione a tutto ciò che può arrecargli del danno, come sportelli di mobili, poltrone o divani letto: il piccolo per la sua forma allungata e per la sua agilità tende ad infilarsi dappertutto e può rimanere intrappolato. Quindi una volta accomodato, il furetto può vivere nella porzione di casa adattata a lui. Però tenete presente che si tratta di un'animale che vuole essere coinvolto nella vita di casa, e stare il più possibile con i suoi famigliari umani. Il furetto ama poter stare anche all'esterno, ciò non significa relegarlo fuori, in una gabbia su un terrazzo. Se però disponete di uno spazio protetto, tipo una gabbia-voliera a cui può accedere attraverso un accesso che collega l'appartamento all'esterno, avete trovato l'ideale. Se invece optate per collocarlo in uno spazio fuori, tipo giardino, dovete fare attenzione alla temperatura, d'estate il caldo afoso estivo può ucciderlo, anche se è all'ombra. In qualsiasi caso tenete conto che soffrirebbe per essere tagliato fuori dalla famiglia. Eventualmente va collocato in una gabbia-voliera chiusa in alto, per evitare che diventi preda di volatili predatori, o vittima di cani o altri animali che potrebbero essere pericolosi. Il furetto è un carnivoro stretto, e l'alimentazione ideale dovrebbe essere basata sulle proteine animali. Ma, attualmente, come deve mangiare un furetto, non è ancora scientificamente noto. Come proprietaria e allevatrice di una furetta in gestazione, sperimento da anni l'alimentazione mista: carne cruda e estruso (crocchette adeguate per furetti). Senza esagerare nella quantità, perché non tutti i furetti si regolano con il cibo. Il furetto si abitua a effettuare i suoi bisogni in una lettiera, esattamente come i gatti, ma non è sempre preciso. Soprattutto se vive libero in casa, è consigliabile, allestire più punti lettiera. Come tutti gli animali anche con il furetto bisogna avere pazienza e rispettare i suoi momenti di relax e i suoi spazi. Ha una salute delicata che andrà controllata da un veterinario competente in questa materia.

mercoledì 15 febbraio 2017

Fango









“Fango” di Grazia Rombolini

Ci siamo incontrati, per caso, un pomeriggio di gennaio mentre imperversava un furibondo temporale. Ero uscito per consegnare un lavoro alla ditta per la quale creo, disegno e realizzo montature per occhiali. Non è il mio sogno nel cassetto, ma per ora mi accontento - cercherò di sfruttare al meglio in futuro la mia laurea in Architettura - questo lavoro è creativo e mi permette di cavarmela bene.
Dunque, dicevo, ero sulla mia Renault 4, in mezzo a una bufera di vento e pioggia quando, come sempre avviene in questi casi, si blocca il tergicristallo di sinistra e devo obbligatoriamente scendere per riattivarlo. È l'unico difetto che ha, non ne ho mai fatto un dramma perché per tutto il resto è il mio ideale di auto... per ora! Risolto il problema, risalgo di corsa, un po' fradicio ma soddisfatto, butto l'occhio sul sedile accanto e vedo una piccola palla di pelo arruffata e fangosa, immobile, da cui spuntano due fiammeggianti occhietti neri. È un attimo! La palla di pelo si scuote con tutta la sua forza e inonda tutto l'abitacolo, me compreso, appena salvato dal diluvio. Appena un attimo di suspence e poi mi scoppia una sonora risata. La palla ne approfitta e mi si scaraventa addosso riempiendomi ovunque di leccatine riconoscenti.
Era fatta... A quel punto avevamo entrambi bisogno di un bagno caldo e di una bella rifocillata: «Io sono Alex e tu... Fango, ok? È un nome che ti calza a pennello date le circostanze!». Abbandonato o perduto, Fango mi aveva all'istante adottato e viceversa, naturalmente. Ora si trattava solo di adattare le nostre abitudini e vivere in simbiosi. Fargli la doccia fu una passeggiata, con Fango al collo, aggrappato come un'edera al muro, il vero problema si presentò con il phon: Fango non ne voleva proprio sapere. Lo aveva preso come un gioco, mordeva il filo, abbaiava e scorrazzava impazzito per tutto l'appartamento finché sono riuscito a bloccarlo sotto una poltrona e, come il cielo ha voluto, l'ho asciugato con l'impressione che per tutto il tempo, si fosse tenuto una zampa davanti agli occhi! Potere dell'immaginazione... La preparazione per la notte richiese molti compromessi. I nostri cuori, all'unisono, avrebbero scelto di dormire nella stessa cuccia, pardon, letto - naturalmente il mio - ma la ragione impose giudizio, così trovai una vecchia brandina da mare, la posizionai nell'ingresso, vi sistemai sopra il cuscino più accogliente che possedevo, un morbido plaid e depositai dolcemente Fango al centro, con una carezzina sulla testa, una grattatina dietro le orecchie e un definitivo augurio di buona nanna. Sembrava fatta!
Lui chiuse un occhio, alzò un orecchio, fece due giri su se stesso e si acciambellò, sparendo dentro il suo stesso tanto pelo. Entrai in camera, chiusi la porta e stavo già tra le braccia di Morfeo quando percepii un lieve grattare accompagnato da un lungo uggiolio. Quando aprii, Fango era diligentemente seduto davanti a me che mi offriva la sua zampa in cambio del disturbo e un'eventuale, pietosa accoglienza. Non potevo soccombere alla prima richiesta anche se la tenerezza della sua testina reclinata stava per avere la meglio sulla mia razionalità. Così raggiungemmo un compromesso: avrei lasciato la porta della mia camera da letto aperta e la brandina di Fango in perfetta visibilità, rinunciando anche alla mia felpa blu preferita che, il malandrino, aveva già fatta sua.
Questo sembrò finalmente rassicurarlo e piombammo entrambi, in un profondo sonno ristoratore, dopo le tante emozioni che avevano cambiato la nostra vita.
Fango non mi lasciava mai, qualunque cosa facessi era sempre con me.
Affettuoso e paziente, trotterellava al mio fianco tenendo in bocca il guinzaglio, per dovere di legge, senza mai metterlo, non ce n'era bisogno. Dignitosamente non si scomponeva al passaggio di nessun genere di animale e mi attendeva tranquillo fuori dai negozi in cui non poteva entrare. Autodidatta, aveva imparato a fermarsi al semaforo rosso, attraversava la strada sulle strisce pedonali, non abbaiava mai ad altri cani di passaggio, salutava educatamente offrendo la zampa a tutti i miei
conoscenti: insomma, era una forza!
Durante questo periodo ebbi alcune avventure amorose non molto
importanti da cui uscii senza gravi danni sentimentali. Anche Fango non ne era stato molto coinvolto. Sì, aveva sopportato senza infamia e senza lode, brevi carezze che percepiva più doverose che amorevoli, aveva accettato di condividere qualche ora diurna e notturna con le varie ospiti (diciamo) di passaggio, ma non aveva mai mostrato vero entusiasmo per nessuna.
La nostra convivenza procedeva tranquilla: io disegnavo al mio
tavolo, Fango sonnecchiava o fingeva di farlo perché al primo mio movimento era pronto a scattare, con la palla in bocca, per giocare insieme o ad aspettare davanti alla porta di ingresso, per uscire, con il guinzaglio già posizionato.
Un suo passatempo sul terrazzo era rincorrere i piccioni che da
sempre si posavano indisturbati e che ora ci riprovavano senza molto
successo. Non voleva far loro del male, per Fango era un gioco irrinunciabile, divertentissimo.
Eppure percepivamo entrambi che mancava qualcosa di più coinvolgente
nella nostra esistenza, seppure serena, ed ecco che accadde l'incommensurabile!
Una sera, ospite di amici, mi persi nel sorriso più luminoso del firmamento dei dentisti, nell'armonia più melodiosa di una voce arcana, nel viola più incredibile dei cespugli di lavanda della Provenza di enormi occhi che mi scrutavano dietro una montatura originalissima che riconobbi subito: era creata da me!
«Piacere, Arisa» mi sembrò di sentir provenire da un'altra dimensione, e un attimo dopo eravamo seduti sul prato a parlare di musica, di libri, di viaggi, di fantasmi e, naturalmente, di cani. Arisa insegnava danza in uno studio del centro, aveva una cagnolina, Pulce, anche lei trovata per strada e viveva con un'amica veterinaria. Wow, sembrava un film! Decidemmo di rivederci la sera successiva per una pizza da me, naturalmente tutti e quattro insieme.
Tornai a casa ubriaco di sogni, progetti e forse di una birra in più, ma
determinato a vivere fino in fondo quella meravigliosa novità.
Ero solo un po' preoccupato per Fango che, appena mi vide rientrare in
quello stato di grazia, piegando la testa da un lato fece un balzo e mi si
aggrappò al collo come non faceva più da tempo. Presi un osso e glielo allungai cominciando a raccontare la serata, sperando di convincerlo che tutto procedeva come sempre e che non avrebbe dovuto preoccuparsi del mio nuovo stato sentimentale. Finalmente, alle 20 del giorno successivo squillò il campanello. Io ero emozionatissimo, Fango perplesso, un po' agitato e splendido dentro al suo pelo appena lavato.
Aperta la porta, il miracolo! Fango rimase colpito all'istante da Pulce,
l'annusò tutta, le code di entrambi impazzite, roteanti come ventilatori, iniziò una danza amorosa degna di Roberto Bolle e in un crescendo rossiniano sparirono sul terrazzo lasciandoci senza parole. Arisa e io non avemmo dubbi: i nostri cani si erano subito amati e noi avremmo fatto lo stesso. Così iniziò la nostra avventura a quattro, mmm... otto, mmm... dodici mani... insomma, insieme.
Tra pochi giorni nasceranno i cuccioli di Pulce e Fango e noi aspettiamo
un figlio che amerà senza dubbio tutti gli animali e al quale auguriamo di
incontrare, nel percorso della sua vita un amico peloso come Fango o come Pulce per completare la felicità.