Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

lunedì 24 settembre 2018

Quello che resta del sole







“Quello che resta del sole”, di Michela Galardi
(in vendita su Amazon, 8,50 euro)

Recensione di Susanna Barbaglia

L’amore può tutto… quando c’è. E con un cane c’è sempre. L’amore dato e ricevuto da un cane è garanzia di una storia profonda, di un viaggio straordinario per l’anima umana. Un viaggio che spesso non sappiamo descrivere. Ne proviamo pudore, abbiamo paura di non essere capiti riconoscendo che un piccolo essere ha potuto farci cambiare punto di vista, consolarci più dei nostri simili, guarirci leccando le nostre ferite più nascoste. Non è il caso di questo libro in cui l’autrice comunica, parola per parola, quella tensione emotiva in crescendo che porta a una rinascita attraverso la relazione impagabile con un essere diverso e totalmente complementare, fatto per accompagnarci e capirci, in un silenzio empatico unico che pesca nella parte di noi ancora integra, autentica, bambina.
“Quello che resta del sole”  è la storia di un viaggio, una vacanza, inaspettatamente l’ultima con Tens, il volpino che durante la sua vita con lei, ha permesso a Michela, la sua compagna umana, di riconoscersi, aprirsi, fare scelte di vita impensabili e coraggiose, diventare se stessa.
E il dolore straziante di un addio non previsto, in questo ultimo viaggio-simbolo, nelle ultime ore in cui i due compagni sono insieme, diventa un grande dono in più di Tens per Michela. L’opportunità di fare tesoro di un’esperienza affettiva forte che la segnerà per sempre e la spingerà ancora di più verso l’Amore quando lo riconoscerà negli occhi di un altro trovatello. Lo stesso Amore che in questo libro fa di Michela una scrittrice sensibile, capace di alternare magistralmente i frammenti della sua vita alle istantanee emotive di un addio così drammatico. Un’autrice che sa uscire dagli schemi, a volte scontati, del rapporto fra uomo e cane e sembra scrivere direttamente dal cuore.
Un libro struggente, certo, ma non solo. Coinvolgente, a volte sorprendente. Un libro per chi sa cosa significa vivere con un cane, certo. Ma non solo. Per chi, soprattutto, crede nella semplicità e nella potenza dei sentimenti universali.   

giovedì 20 settembre 2018

Il sorriso di Poldo






"Il sorriso di Poldo" di Laura Gorini

Sono seduta su questa panchina da un paio di minuti: l’aria fresca che sta per anticipare un autunno precoce mi scosta i capelli ribelli, rimasti fuori dalla mia coda di cavallo. Gli alberi imponenti innanzi a me mi donano un sentimento di pace. L’erba del prato è ancora bagnata: ha piovuto molto stanotte e i residui di pioggia si vedono ovunque, anche sulla panchina dove mi sono accomodata.
Oggi non ho voglia né di ascoltare musica né di leggere. Ho soltanto il desiderio di osservare in tutta tranquillità il paesaggio circostante: colline e campi mi sorridono sornioni da dietro i tetti bassi delle case.
C’è ancora poca gente qui: qualche anziano che passeggia, aiutandosi con un bastone, e qualche giovane uomo che porta a spasso il suo cane.
Ripenso a te: da quanto tempo non ti vedo? Due o tre mesi? O forse di più? Mi manca la tua camminata lenta ma sicura. Il tuo pelo bianco e morbido. I tuoi occhi azzurri, pieni d’amore e di vita.
Ti penso così intensamente che mi sembra di averti qui con me. Ti accarezzo la testolina e respiro a pieni polmoni l’ebrezza che mi procura il leggero profumo dei fiori di campo che mi circondano.
Chiudo gli occhi: è ancora estate e tu stai facendo la tua solita passeggiata con il tuo papà. Lui ti lascia libero qui al parco: sta al telefono a parlare con amici e conoscenti e tu cammini felice. Raggiungi la mia panchina e ti fermi: ci osserviamo per un istante che a me sembra infinito. E – forse – avrei tanto voluto che lo fosse davvero. Vedo nei tuoi occhi una dolcezza che mi rapisce il cuore, la mente e l’anima. Metti una zampa sul mio ginocchio e appoggi la tua testolina sull’altra gamba. Ti accarezzo e tu chiudi gli occhi. E poi accade: mi sorridi. Il tuo è un sorriso delicato, a fior di labbra, percepibile solo a me. Spalanchi i tuoi grandi occhi e io mi perdo nel loro azzurro limpido e cristallino. Sei bellissimo e io ti voglio già bene. Il tempo di altre carezze e poi il tuo padrone ti chiama: scopro così che ti chiami Poldo. Si avvicina a me: è un signore di mezza età, simpatico e socievole. Mi dice che sei ormai vecchio e che sei pieno di acciacchi, eppure a me mi sembri pieno di vita. Te ne vai e mi lasci con il cuore in tumulto.
Passano i giorni, le settimane e le stagioni: che fine hai fatto? Perché non ti ho più incontrato? Ti sei – forse – dimenticato di me, amico mio?
Mentre mi sto perdendo in questi tristi pensieri, apro gli occhi e scorgo da lontano una strana ma alquanto familiare figura: un cane dal pelo lungo che avanza piano e a fatica tra gli alberi. Un passo dietro l’altro, una zampa che si muove lenta dietro l’altra, e poi ti riconosco: sei tu, Poldo!
Non riesco a distogliere lo sguardo da te: vorrei correre verso di te, abbracciarti e stringerti forte al mio cuore. Quando dopo una decina di minuti che a me sono sembrati un’eternità, raggiungi la mia panchina, ti chiamo ma non mi rispondi. Non ti fermi e prosegui la tua passeggiata. I tuoi occhi li scorgo appena: sono stanchi e affaticati. Dove è finita la loro luce?
Sei lontano qualche metro da me e dalla mia solita panchina quando ti volti: mi guardi e mi sorridi. Allora mi hai riconosciuta!
Avverto in quel momento una morsa allo stomaco. Calde lacrime mi rigano il volto.
Sei diventato sordo e stai perdendo la vista ma il tuo cuore, amico mio, mi ha riconosciuta!
Muovi la coda, alzi la zampa per un istante: sembra che mi stai salutando.
E sorridi ancora e poi ancora. Noto stanchezza nel tuo muso. Mi alzo di scatto e ti raggiungo: tu rimani immobile ma come sono a un centimetro da te ti avvicini.
Sento il tuo pelo che mi solletica le dita e il viso. Ti tengo tra le braccia e ti sussurro: “Ti voglio bene”.
Percepisco il battito del tuo cuore farsi più veloce. Ora, anche per pochi istanti, posso sentire tutto il tuo amore. Mi scosto: sta arrivando il tuo padrone. Ti osservo: sorridi ancora ma ora hai gli occhi leggermente lucidi.
Te ne vai ma prima di dirigerti verso casa ti volti e mi sorridi: il nostro è un arrivederci e mai un addio.
Perché io, mio tenero amico, oggi, domani e sempre ti aspetterò su quella panchina.

giovedì 13 settembre 2018

A Willy





“A Willy” di Anna Bellisai
L'estate non mi appartiene, non mi piace e io non piaccio a lei.
Giorni pieni di luce come i fari abbaglianti di una macchina dentro una galleria, fastidiosi come una zanzara. E lunghi, troppo lunghi.
Giorni che sanno togliere senza aggiungere, capaci di far sparire fiori ed emozioni.
Ogni tempo e luogo lasciano un segno, e quello indelebile sarà sempre quello negativo.
Le estati sono passate, tante da quel giorno di agosto.
Le mie valigie pronte, tu mio cucciolo che stai mangiando nella tua ciotola.
Mia madre ripete che starò via solo una settimana, penserà lei a te.
Noi che per cinque anni siamo stati sempre insieme.
Io e te che ci ripariamo dalla pioggia, tu che ti bagni nelle pozzanghere, le impronte delle tue zampette sulla strada e sul mio cuore.
E ora ti lascio per un po’.
Il mare non mi entusiasma, il sole non mi scalda, la notte non mi avvolge: una strana inquietudine in me.
Voglio tornare a casa, da te…
Proteggersi dal caldo, da tutto.
Corro per le scale: «Willy sono tornata!».
Nessuna risposta. Lui non c'è.
Solo gli occhi lucidi di mia madre.
Odio l'estate… la odierò sempre.

lunedì 30 aprile 2018

Billy, il cane né vecchio né malato





“Billy, il cane né vecchio né malato” di Laura Gorini
Un’altra giornata di sole si affaccia sul mondo. Sul mio piccolo mondo: davanti a questa finestra lo osservo con gli occhi stanchi e lucidi. È una vita che non riesco più ad alzarmi dal plaid e che non riesco a correre felice nel prato. Perlomeno a me sembra che sia così. In realtà è solo da una manciata di mesi – così dicono i miei padroncini – che io non sto bene. Sì, non sto bene. Sono malato. Ma che cosa significa essere malato? E perché lo sono? Lo sono sempre stato e non me ne sono mai accorto? A volte sento dire da voci poco conosciute che sono vecchio e prossimo alla fine. Che cos’è la fine? E se esiste una fine esiste anche un inizio? Tanti, troppi discorsi, sovente vuoti e privi di senso, sento intorno a me. Le persone che li fanno credono che io sia stupido e che non li capisca. Ma io capisco tutto, non solo le parole ma anche i gesti. Sono anni che in questa casa non vengo coccolato: mi si serve del cibo con sufficienza, mai un sorriso rivolto a me o una parola gentile. Non mi è più nemmeno concesso andare al parco o passeggiare in giardino, salvo quando il padroncino non c’è e la padroncina, mossa da compassione, mi permette di trascorrere qualche ora spensierata in compagnia dei miei amati fiori. In quei momenti di rara libertà mi sento felice: corro fuori veloce con le zampette che si fanno stranamente forti e inizio a sorridere al paesaggio che mi si pone innanzi. Ma quanto è bella l’erbetta verde che mi pizzica con tenerezza il pelo? E quanto sono delicatamente profumate le margherite che mi fanno il solletico? E che dire delle formichine che si fermano a salutarmi di tanto in tanto? E poi, dopo aver corso un po’, mi piace stendermi al sole davanti alla porta d’ingresso: da lì vedo tutta la vallata. È uno spettacolo meraviglioso: campi verdeggianti, distese immense di terra, di frutti e di fiori. Di tanto in tanto passa vicino al cancello qualche mio conoscente, non dico amico dal momento ché i miei amici ora non fanno più parte di questo mondo da un bel pezzo: poveracci, erano anziani e sono morti. Ma pure io sono anziano, me lo dicono in molti quando mi guardano. Allora, sto morendo pure io? Se mi perdo in questi pensieri mi rattristo: improvvisamente i campi non mi paiono più tanto belli, i fiori perdono il loro profumo e i colori pian piano svaniscono come in una bolla di sapone. E così mi nascondo in un angolo perché sono stufo, stufo marcio di farmi additare dai passanti come un cane vecchio e malandato. Io voglio vivere, vivere ogni giorno che mi resta scaldandomi sotto i raggi del sole. Ma poi inizio ad abituarmi al mio nascondiglio e così me ne sto rannicchiato nel retro di casa per giornate intere oppure me ne sto buono buono sul tappeto del salotto. Un giorno però sono stato svegliato dai passi di un umano che non conoscevo, anche il suo profumo mi era nuovo. Vinto dalla curiosità, perché io sono proprio un gran curiosone, mi sono destato dal tappeto, ho spinto con una zampa l’anta destra della porta finestra che dal salotto dà in giardino e mi sono apprestato ad avvicinarmi al cancellino: innanzi a me c’era una bella bambina dai lunghi capelli castani che mi sorrideva dolcemente. L’ho salutata con la mia voce, o forse con qualche bau, ora non ricordo. Lei ha risposto al mio saluto con calore. Poi se n’è andata. Qualche giorno dopo è passata nuovamente di lì, ma stavolta, riconoscendola subito, mi sono messo in postazione già con qualche istante di anticipo: ho fatto finta di nulla ma sapevo che lei mi stava guardando. Sentivo il suo sguardo sul mio pelo. Lei ha iniziato a farmi tanti complimenti. Mi ha anche detto che ero bellissimo. Bellissimo, io? Non me l’aveva mai detto nessuno... Non mi ha mica detto che sono vecchio e malato! Da quel giorno i nostri fugaci incontri sono diventati per me la fonte della più grande gioia. Fino a ieri mattina. Ero disteso al sole in giardino. Mi sono appisolato. Non l’ho sentita arrivare. Lei mi ha chiamato. Sapete che conosce il mio nome? Ho aperto a fatica gli occhi e l’ho intravista: quanto era bella! Ho cercato di alzarmi ma le zampette non mi reggevano. Ho tentato di guardarla il più a lungo possibile in modo da imprimere nella memoria e nel mio cuoricino malato la sua immagine. Le ho sorriso placidamente. Poi ho chiuso gli occhi, non riuscivo più a tenerli aperti. Mi sono nuovamente addormentato. Mi sentivo felice. Immensamente felice perché so che un giorno, mia piccola e dolce amica, io e te ci rincontreremo in un bel prato. Correremo insieme, tu mi prenderai in braccio, mi coccolerai e mi darai tanti baci sul pelo. Saremo sempre giovani e mai vecchi o malati. 
Grazie per non avermi mai fatto sentire tale negli ultimi mesi della mia vita terrena.


Il tuo amico peloso Billy

martedì 17 aprile 2018

Nerone






Nerone, di Federico Toro (tratto da “Confidenze”, numero 16, anno 2018)

Sono trascorse solo poche settimane da quel giorno e nel ricordarlo brividi di freddo percorrono la mia schiena. Sono sicura di ciò che è accaduto, non può essere stata una semplice suggestione. Credo fermamente che lui fosse lì, in quel preciso istante, in quel determinato posto.  

La storia inizia alcuni mesi fa. Nella mia struttura a Chatillon (in provincia di Aosta), dove ospito cani abbandonati e salvati dai canili spagnoli, arriva Nerone, un incrocio forse tra un molosso e un pastore, un cane dolcissimo e affettuoso. Un gigante buono, come ho amato definirlo. E se avesse avuto il dono della parola mi avrebbe raccontato tutte le sofferenze e i patimenti vissuti nella sua vita.
Salvato dalla volontaria Mariarosa da una fine quasi certa, era stato trasferito presso una pensione in Piemonte in attesa di un’adozione. Un ragazzo si era dimostrato disponibile, e finalmente per Nerone stava per prospettarsi un futuro sereno e colmo di affetto. Ma le aspettative erano svanite in un batter d’occhio. Per motivi lavorativi, quel ragazzo era costretto a retrocedere. Così, è avvenuto l’incontro con il gigante buono. Mariarosa disperata per l’ennesimo tentativo fallito, mi ha pregato di tenerlo con me al campo. Ho accettato con gioia la sua richiesta. Quando i miei occhi hanno incontrato i suoi è scattata una scintilla difficile da spiegare a parole. Però, ero molto preoccupata. Con l’inverno alle porte occorreva al più presto cercare una famiglia pronta a ospitare Nerone.

In tempi brevissimi sembrava fosse arrivata l’occasione giusta. Una ragazza entusiasta di Nerone decise di prendersene cura. Invece dopo alcune settimane lo riportò al campo con una motivazione infantile: «Non riesco a gestirlo».
Io, invece, non riuscivo a comprendere. Nerone, il classico cane da casa, docile, ubbidiente. Impensabile poter riscontrare difficoltà nella gestione. Forse, le ragioni erano altre e poco edificanti. Oltretutto, lo trovai anche dimagrito, e preoccupata consultai immediatamente il veterinario. Per fortuna, il dottore mi assicurò della sua buona forma. Così, nel giro di un mese si è ripreso alla grande. E in sua compagnia ho vissuto momenti meravigliosi. La mattina presto, appena aprivo i cancelli del campo mi veniva incontro felice, pronto a indossare la pettorina per la consueta passeggiata. Mi spingeva con il muso quasi a voler dire: “Dài, che aspetti, portami a passeggio”.
Andava d’accordo con tutti grazie al suo carattere straordinario. Aspettava con pazienza certosina la sua pappa, mentre gli altri cani del gruppo reclamavano il cibo in modo più prepotente. E poi, amava farsi spazzolare. Si metteva a pancia all’aria e le volontarie lo spazzolavano e lo coccolavano per ore. Era diventato il beniamino del campo.
Mi viene un groppo alla gola quando rievoco quella mattina. Come ogni giorno arrivai alla struttura per dare da mangiare ai miei amici animali. Mi si presentò davanti una scena devastante. Lo vidi nella sua cuccia disteso, immobile, privo di vita. Un dolore così lacerante, così violento da spaccarmi il cuore. Le lacrime scesero copiose sul mio viso. Tutto inutile. I pianti e la disperazione non avrebbero riportato in vita Nerone.
La causa del suo decesso, accertata dalla veterinaria, era da imputare a un infarto. Ora, con tatto e delicatezza dovevo comunicare la triste notizia a Mariarosa. Trovai la forza per farlo e un coraggio che non pensavo di possedere.
Erano trascorsi alcuni giorni da quel tragico evento. E ogni volta che arrivavo alla struttura avvertivo una stretta al cuore. Nonostante la nostalgia e la tristezza, la vita del campo andava avanti tra molte difficoltà. La neve non avvantaggiava il nostro lavoro. Iil mio pensiero era sempre rivolto a Nerone. Mi sembrava di vederlo dappertutto. Riuscivo a percepire i suoi occhi su di me. Una strana ma piacevole sensazione.
Poi, è accaduto qualcosa a cui è difficile dare una spiegazione. Puoi solo crederci.
La neve già disciolta aveva lasciato una lastra di ghiaccio davanti alla roulotte nella quale conservo le scorte di cibo, le ciotole e tutto l’occorrente per i miei amici.

Durante la preparazione del pasto la mia attenzione è stata catturata da un rastrello di quelli che servono per raccogliere la paglia necessaria per riscaldare le cucce nei mesi invernali. Essendo al centro del campo, mi sono preoccupata per l’incolumità dei cani. Così, ho sistemato il rastrello su un lato della roulotte. E in quel momento sono scivolata a peso morto sulla lastra di ghiaccio. A faccia in giù, senza alcuna possibilità di attutire la caduta con le mani. Non ho avuto il tempo di capire e subito mi sono rialzata. Sono scoppiata a piangere, convinta di aver il viso ridotto a una maschera di sangue. Nel frattempo mi ha raggiunto mio marito che aveva assistito alla scena. Ho cominciato a tastarmi il naso, la bocca e l’intera faccia certa di essermi procurata gravi ferite. Nulla. Sul mio viso, inspiegabilmente, non vi era un graffio.
«Hai avuto davvero un bel colpo di fortuna» sono state le parole di mio marito. E come dargli torto. Con il passare dei giorni ho ripensato spesso all’incidente raccontando l’accaduto nei minimi dettagli a parenti e amici. E nel riportare l’episodio ricordavo sempre una particolare percezione: come se fossi caduta su qualcosa di morbido.
All’improvviso, ho rielaborato il tutto e ancora tremo al pensiero. Lo spazio formato dalla lastra di ghiaccio su cui sono scivolata era il posto preferito da Nerone. In quel punto preciso mi aspettava ogni giorno sdraiato in attesa della pappa. Possibile che mi abbia voluto salvare da chissà quale drammatico epilogo? Sì, io voglio crederci. Forse, posso apparire matta, ma sono sicura. Quella sensazione di morbido apparteneva a Nerone.
Quando ho raccontato la vicenda alla volontaria Mariarosa, le sue parole, incrinate dall’emozione, hanno confermato ciò che il mio cuore sentiva. «Sai, Rosita, non mi stupisco, io ho sempre considerato Nerone un angelo».
E quel giorno, nel campo, il mio angelo, il mio gigante buono era lì per me.        

giovedì 12 aprile 2018

Quando ad andarsene è il tuo amico a 4 zampe






"Quando ad andarsene è il tuo amico a 4 zampe" di Susanna Barbaglia (“Donna moderna” nr 17-10 aprile 2018)

Mi dicono che avevo tre anni quando con mia madre incontrammo l’enorme lupa del tabaccaio. Avevo tre anni, eppure ricordo benissimo quell’episodio perché fu l’inizio di una relazione con i cani che finirà insieme a me. Mi divincolai e sotto gli occhi terrorizzati di tutti, gettai le braccia al collo di quell’animale maestoso. Infilai il viso dentro al suo pelo, annusai il suo odore e avvertii quello che oggi definirei un senso di appartenenza straordinario. Ero una bambina chiusa in un mondo a parte. Non parlavo e, nel tempo, mi sono convinta di aver sofferto nella prima infanzia di un disturbo lieve di autismo. Con la lupa le parole erano inutili. Ci parlavamo con il linguaggio silenzioso e atavico degli occhi, delle carezze, dei mugolii, del gioco, dell’empatia. Dell’amore. Alla mia lupa devo un insegnamento fondamentale: la magia della nostra diversità. Non ho mai umanizzato i miei cani, nemmeno quando più avanti molti dicevano che il non poter stare senza un cane dipendeva dal fatto che ero sterile. Che banalità, almeno per quanto mi riguarda. Certo, il rischio di fare confusione è altissimo, ma a mio parere se avviene è un dramma, è malattia. Forse, grazie a quella lupa, il cane, per me, è sempre stato straordinariamente e semplicemente il cane. Un compagno di un’altra specie animale che ti offre il dono dell’amore assoluto, un sentimento unico e parallelo a tutti gli altri e la fantastica opportunità di una relazione in connessione diretta con la tua parte più autentica e bambina. Hanno un unico difetto i cani: vivono molto meno di noi ed è consigliabile assimilare bene il concetto perché il dolore di perderli è davvero atroce. Un dolore sordo, molto privato, che non tutti capiscono o condividono. La fine della vita di un cane, poi, richiede un difficile atto d’amore che mette a dura prova egoismo e coraggio umani. Lui non ha senso del tempo né dell’età che avanza, con te è sempre lo stesso. Che tu l’abbia adottato cucciolo o già adulto, il tuo cane nel corso della sua vita è un’estensione viva e palpabile delle tue emozioni. È felice se tu sei felice, è disperato quando sei triste, soffre quando sei malata, si arrabbia se ti feriscono. Con te verrebbe ovunque. Ma quando il suo tempo è scaduto, lui lo sente e ti “avvisa”. Tutti i cani che mi hanno lasciato hanno avuto lo stesso atteggiamento: nei loro occhi leggevo più il bisogno di proteggere me che il senso della loro morte. Sembrava volessero comunicarmi che era il momento di separarci. Ma farei un passo in più: i cani arrivano a farti capire quando hanno bisogno del tuo aiuto per andarsene. E siccome il 90 percento di loro non muore naturalmente, a quel punto il prezzo da pagare per la gioia di averli avuti è altissimo. Tu non ti staccheresti mai, cerchi scuse, valuti qualunque cura alternativa anche se lo sai bene che non c’è più nulla da fare. Ecco, è in quei momenti, nello strazio più profondo, che in me riemerge la lezione della lupa e, nel rispetto della sua diversità, per tutto l’amore che ho ricevuto, ascolto e accompagno il mio amico fino in fondo. I miei cani si sono quasi tutti addormentati fra le mie braccia. Ho parlato con loro fino alla fine, li ho accarezzati fino all’ultimo respiro, li ho ringraziati sforzandomi di mostrarmi forte e di non versare una lacrima. Con ciascuno, in quel momento, siamo stati “noi due”. Insieme. C’è una bellissima leggenda inglese secondo la quale, proprio perché vivono meno di noi, i nostri cani hanno un’unica anima che trasmigra dall’uno all’altro per accompagnarci con lo stesso amore tutta la vita. Io ci credo.


giovedì 29 marzo 2018

Io vegetariana da oltre 30 anni






Io vegetariana da oltre 30 anni, di Cristina Veronese

In questi giorni prepasquali  leggo sui social post idioti di pura intolleranza. Mi permetto di scrivere perché vorrei difendere non i vegetariani, non i vegani e non gli onnivori, ma vorrei difendere un dono prezioso contenuto nell’uomo: la coscienza. Vivo all’estero da più di 20 anni e ho imparato a riconoscere cosa ho portato con me della cultura italiana e cosa ho selezionato di quella straniera. La prima cosa che ho imparato è la seguente: occorre conservare la propria identità e assecondare le idee straniere se sono migliori; si chiama adattamento ed è un processo fondamentale per vivere bene con se stessi e gli altri. Il secondo passo è stato non imporre mai le mie idee: i miei figli non sono vegetariani, ma conoscono le ragioni per le quali io lo sono. Il fascismo, di cui si parla tanto in questi ultimi tempi, non limitava l’espressione: la comandava. Non era “non dire” ma “devi dire” ( è una citazione di cui non trovo più la fonte, ma mi è rimasta in mente). Questa imposizione: NON mangiare carne, NON uccidere l’agnello, NON comprare la pelliccia; NON mi piace. E soprattutto non mi piace chi condanna chi la pensa diversamente: si tratta semplicemente di intolleranza ed arroganza. Secondo me, questo metodo di imporre il proprio pensiero con violenza verbale o fotografica è fortemente controproducente e lo scrive una vegetariana che non mangia carne e pesce dal 1987, che indossa scarpe di plastica tutto l’anno e che ha scritto un racconto dando voce ad una gallina di allevamento intensivo. Penso, concludendo, che sia un problema di tradizioni, di cultura (“la nonna, la mamma li ha sempre cucinati”: già questo i miei figli non potranno dirlo) e soprattutto di coscienza: io non volevo mangiare una bistecca perché per me non era semplicemente carne ma una parte anatomica di un essere allevato e ucciso dall’uomo per l’uomo. E alla frase “... ma è naturale: è sempre stato così” che ho ascoltato migliaia di volte, controbatto: “L’evoluzione dell’uomo, per fortuna, continua...”