Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

sabato 25 marzo 2017

Momenti magici




“Momenti magici”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Morena Ribero, da “Confidenze tra amiche”, numero 45, 2016)


Voi ci credete nella magia? Io sì, ma non mi riferisco a stregonerie, sortilegi e fatture. Tutt’altro. Intendo la magia speciale di certi attimi. Quella racchiusa in un’emozione. Quella tanto misteriosa e impalpabile da poterla avvertire solo con il cuore. E se la riconosci, se la segui, se la vivi, allora tutto può succedere. Come è accaduto a me. E ora mi ritrovo - felice - a vivere in un insolito… branco!
Ma andiamo con ordine e cominciamo dall’inizio. Era una sera come un’altra e stavo leggendo un libro piuttosto interessante quando squillò il telefono. Risposi e fui travolta dalla voce concitata di una mia cara amica, che parlava con l’irruenza di un fiume in piena: «Morena, ho bisogno di te. Me lo devi davvero fare questo favore. Siamo nei guai. I falconieri di Milano non possono venire. L’evento organizzato a Torino, senza di loro, risulta con un buco grande quanto una casa. Puoi sostituirli tu? Ti prego, ti prego, ti prego». Be’, non sono una tappabuchi, ma non si nega una mano a chi ha bisogno, no? E così, all’ultimo tuffo, mi ero organizzata e avevo partecipato alla festa: ero là, con i miei rapaci. Sì, perché io, per l’appunto, sono un falconiere. A qualcuno potrebbe parere singolare, ma vi assicuro che non sono l’unica donna che abbraccia questa passione. Tanto per citarne una, la giudicessa Eleonora D’Arborea, già nel 1300, era un falconiere. Il Falco Eleonorae prende il nome proprio da lei. Ma ritorniamo alla festa: l’organizzatore era Andrea. Non lo conoscevo, lo incontrai all’evento per la prima volta e mi fu antipatico da subito. Non so il perché, comunque questa era la sensazione che provavo. Però non ci badai più di tanto. Preferivo di certo concentrarmi sul mio gufo reale indiano. Si chiama Satore-e Bad. Significa “Vento di stelle”. Giusto una lieve sottolineatura: non vi pare già un nome carico di magia?
Lo tenevo sul pugno, cioè appollaiato sul mio braccio teso, che avevo protetto con un guanto di cuoio. Lui si guardava intorno, poi puntò gli occhi su qualcosa o qualcuno un poco più lontano. E così rimase. Il mio gufo è un po’ la mia antenna e per me fu naturale seguire la traiettoria del suo sguardo. Satore-e-Bad fissava proprio quell’insopportabile di Andrea. Tranquillo e maestoso, seguiva i suoi gesti, che ormai osservavo anch’io. Andrea percepì forse i nostri sguardi perché si girò verso di noi. Sorrise. E si avvicinò. «E’ bellissimo il tuo gufo» mi disse, e io colsi un’ammirazione sincera nelle sue parole. «Posso provare a tenerlo sul pugno?» mi chiese. Gli passai un guanto, lui lo indossò, e Satore-e Bad vi si appollaiò. Sereno. L’atteggiamento del rapace aveva un chiaro significato, un messaggio per me facile da decodificare: la completa fiducia. E ne fui meravigliata. «Mi piacerebbe tenere il tuo gufo senza guanto» disse ancora Andrea. Altra sorpresa: si usa sempre per evitare graffi e ferite provocati, anche involontariamente, dagli artigli. La piena fede era reciproca, viaggiava in entrambe le direzioni, dal gufo ad Andrea, da Andrea al gufo. Ma ormai c’ero in mezzo anch’io. Guidata da Satore-e Bad, Andrea cominciò ad apparirmi sotto un’altra luce. Quella vera. Ben diversa dalla prima impressione che avevo avuto. Non era mica antipatico. Anzi, mi piaceva. Fu un momento di grande magia. Bello così. Non mi aspettavo niente di più. Ma il giorno seguente io e Andrea ci rivedemmo. E quarantotto ore dopo lui mi telefonò: «Sono a San Gemini, in Umbria, puoi venire?».
«Be’, non è proprio dietro l’angolo, ma se hai bisogno, ti raggiungo» gli risposi. Credevo di doverlo riaccompagnare, per qualche motivo, in Piemonte, la regione dove risiedevamo, invece quando arrivai mi portò davanti a una casa. «Ti piace? Cosa ne pensi?» mi chiese. Era bella, ma ancora io non avevo capito. Andrea allora sussurrò: «Morena, tu ci credi alla magia?». Oh, sì che ci credevo. In quel momento ne eravamo avvolti. Lo guardai senza parlare, un po’ stupita e già completamente incantata.
Lui proseguì: «Ti fidi di me?». Non potevo che rispondergli col mio “sì” più bello. «Ok. Allora è il momento giusto perché inizi a credere in “noi”» continuò lui sorridendo. Cominciammo a vivere insieme praticamente da subito. Ecco, in una manciata di giorni, la mia vita era completamente trasformata. Ed eravamo felici. Non sembra una storia rubata a un libro di favole?
Andrea però non era solo, e nemmeno io.
Unimmo i nostri “elementi” al seguito e fu così che mi ritrovai nel bel mezzo del nostro insolito branco, dove io e lui siamo gli unici umani. Poi ci sono i cani: Naftalina, Doom, Cheyenne e Soyala.  E i rapaci: Satore-e Bad, che già conoscete; Almasack, un falco o poiana di Harris; Morfeo, un barbagianni; Anouk, un falco ibrido tra Girifalco e Lanario. E c’è Gatto Cigolo, che è proprio un gatto e che miagola ogni volta come se stesse cigolando. E, infine, ci sono Ubaldo e Guendalina, due placide tartarughe terrestri.
Di pari passo cominciò, tra me e Andrea, anche una collaborazione professionale. Io, come ho già detto, mi occupo di rapaci, riservando una parte del mio tempo a quella che definisco “Emotional therapy”. Andrea ha studiato per molti anni le dinamiche comportamentali e i ruoli dei lupi nel branco. Ha una storia come educatore cinofilo della polizia di stato, e ha lavorato anche in America e collaborato con le Nazioni Unite. Quello che mi ha conquistata di lui è che ha il mio stesso modo di vedere il mondo. E di guardare gli animali. Io li adoro da quando ero una bimba. Vi racconto un ricordo piccino, ma piuttosto illuminante. Possedevo diciassette gerbilli. Li avete presenti? Sono forse più conosciuti come “topolini del deserto”. All’inizio io avevo solo un maschietto e un mio compagno di scuola, una femminuccia. E poi erano arrivati i cuccioli. Io e il mio amichetto volevamo realizzare un documentario sulle loro abitudini e così eravamo sempre lì a far riprese con la telecamera. Soprattutto sul letto di mia nonna, che, poveretta, detesta i topi. Mia mamma, da sempre, aveva il compito di arginare il numero dei miei animali: la casa era piena, e non solo di topolini del deserto, ma anche di gatti, cani, uccellini. Un giorno mi disse: «Sono arrivate le giostre per i bambini, qui a Torino. Prova a chiedere ai gestori se vogliono un gerbillo. Così almeno la nostra tribù diminuisce di uno». Ci andai con la tristezza nel cuore. Mi avvicinai al titolare del Luna Park e, mentre sfioravo con un dito il pancino del mio gerbillo, gli chiesi se lo voleva. «No, non posso proprio prenderlo» mi rispose. Mi guardò un momento, poi aggiunse: «Ma visto che sei venuta fin qui, ti regalo un pesce rosso». Ero felicissima. Mia mamma un po’ meno. Ecco, con me funzionava sempre così: puntualmente arrivavo a casa con un animaletto nuovo. E so già che anche il branco, mio e di Andrea, aumenterà nel tempo. Anche se quotidianamente corro il rischio di perdere qualcuno dei miei rapaci. Perché li devo lasciar volare almeno due volte al giorno. Voli liberi. E ogni volta è un’emozione che afferra l’anima. Li vedo librarsi nell’aria e sento come se nel cielo ci fossero le mie di penne. Quando poi li richiamo, loro ritornano. Ma potrebbero anche non farlo. La forma d’amore più alta è proprio lasciar loro questa libertà di scelta.
Volare.
E poi tornare.
Se vogliono.
E se è un’emozione il loro volo, ancora di più lo è il loro ritorno.
Una sera Morfeo, il mio barbagianni, si allontanò più del solito. Andrea si allarmò e mi gridò: «Non perdiamolo di vista nemmeno per un attimo». Ero agitata anch’io, ma cercai di mantenere la calma. Lo seguivo con gli occhi mentre sfrecciava nel cielo: a ogni battito d’ali diventava sempre più piccolo.
«Adesso Morfeo è nel panico ed è come se scappasse da tutto. I rapaci si comportano così quando sono spaventati da qualcosa o da qualcuno» dissi ad Andrea.  Purtroppo, poco dopo, il barbagianni sparì dalla nostra vista. Si era diretto in un luogo apparentemente senza grossi pericoli. Ma avevo comunque il cuore che tremava, quando aggiunsi: «Se Morfeo sceglierà di tornare da noi, avrà tutti i modi per farlo. Se preferirà andare, sarà giusto così. Lo ringrazio per il tempo che mi ha dato, per le esperienze e le emozioni condivise. Non voglio tenerlo accanto a me a tutti i costi. Non sarebbe giusto… Adesso andiamo a dormire». Restammo invece ancora un poco, in silenzio, a scrutare quel cielo che diventava piano piano più buio, mentre, timide, si accendevano le prime stelle. «Domani ci alzeremo prima che sorga il sole e proveremo a richiamarlo» dissi ancora, cercando la mano di Andrea. Rientrammo a casa, ma il giorno dopo, prima delle cinque, eravamo di nuovo sul posto. Richiamai Morfeo. E lui arrivò. Lo chiamai con i baci. Funziona così con i barbagianni. Io li definisco i “peace and love” dei rapaci: amano lo schiocco dei baci e hanno la faccia a cuore. Cosa meglio di ciò può evocare “pace e amore”?
Vedere Morfeo che volava verso di noi, fu un attimo di grande felicità. In comunione. Altra magia.
Io e Andrea viviamo di emozioni e di passioni. E ogni giorno facciamo solo ciò che ci accende, e così diventa facile tuffarsi con gioia nelle nostre attività. Non potremmo fare altrimenti. Il nostro lavoro si basa sull’intervento del nostro branco. Noi siamo grandi osservatori delle dinamiche animali e riusciamo a interpretare con esattezza tutti i messaggi che loro ci inviano. Una serie di informazioni che possono essere fondamentali per indirizzare ogni persona verso il posto giusto nell’ambito del lavoro, tanto per fare un esempio, per scoprirne i talenti e per guidarla a una piena realizzazione. Un aiuto a trovare il ruolo più adatto. Noi interveniamo nelle famiglie, con i bambini, presso le aziende. Per ricomporre l’armonia.
C’è una frase di Proust che io adoro e che calza a pennello su di me e su Andrea: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Ecco, nuovi occhi noi li abbiamo davvero: guardiamo il mondo attraverso quelli del nostro insolito branco. Ed è magia. In noi. E dappertutto.







lunedì 20 marzo 2017

Diventa scrittrice/scrittore con ioleggoconjoy








Diventa scrittrice/scrittore con ioleggoconjoy

Abbiamo progettato un nuovo libro, “Io e te”, per raccogliere le storie più toccanti d'amore fra persone e animali. Se amate scrivere e un animale ha cambiato la vostra vita, raccontateci la vostra svolta. Fra tutti i manoscritti (lunghi al massimo 10.000 battute) che arriveranno entro il 30 giugno prossimo, selezioneremo quelli che più colpiranno al cuore. 


Come per tutte le nostre iniziative editoriali, anche il ricavato di questo libro andrà a sostegno di un'associazione di salvataggio di animali abbandonati e maltrattati. Vogliamo dedicare “Io e te” al Rifugio Charly di Acerra (Napoli).

lunedì 20 febbraio 2017

Perché il furetto?










“Perché il furetto?”
, di Cinzia Fresia


Molto spesso mi viene chiesto: «Perché il furetto?». Il furetto è un animale domestico che si adatta molto bene ai ritmi di una famiglia umana che normalmente lavora, che esce di mattina e rientra la sera. Sarà per il suo musetto simpatico, e per la necessità di amore e affetto costante che una volta in casa ci si innamora perdutamente di lui, che non se ne può fare a meno. È come un neonato perenne anche da anziano, tocca la parte materna o paterna che è in noi. Nonostante i tanti aspetti positivi, tipo l'indipendenza, la forte affettività verso i proprietari, il furetto non è per tutti, e non è adatto a bambini molto piccoli, e soprattutto non è un animale da gabbia. Perché stia bene, l'ambiente deve essere adattato in tutta sicurezza. Attenzione a tutto ciò che può arrecargli del danno, come sportelli di mobili, poltrone o divani letto: il piccolo per la sua forma allungata e per la sua agilità tende ad infilarsi dappertutto e può rimanere intrappolato. Quindi una volta accomodato, il furetto può vivere nella porzione di casa adattata a lui. Però tenete presente che si tratta di un'animale che vuole essere coinvolto nella vita di casa, e stare il più possibile con i suoi famigliari umani. Il furetto ama poter stare anche all'esterno, ciò non significa relegarlo fuori, in una gabbia su un terrazzo. Se però disponete di uno spazio protetto, tipo una gabbia-voliera a cui può accedere attraverso un accesso che collega l'appartamento all'esterno, avete trovato l'ideale. Se invece optate per collocarlo in uno spazio fuori, tipo giardino, dovete fare attenzione alla temperatura, d'estate il caldo afoso estivo può ucciderlo, anche se è all'ombra. In qualsiasi caso tenete conto che soffrirebbe per essere tagliato fuori dalla famiglia. Eventualmente va collocato in una gabbia-voliera chiusa in alto, per evitare che diventi preda di volatili predatori, o vittima di cani o altri animali che potrebbero essere pericolosi. Il furetto è un carnivoro stretto, e l'alimentazione ideale dovrebbe essere basata sulle proteine animali. Ma, attualmente, come deve mangiare un furetto, non è ancora scientificamente noto. Come proprietaria e allevatrice di una furetta in gestazione, sperimento da anni l'alimentazione mista: carne cruda e estruso (crocchette adeguate per furetti). Senza esagerare nella quantità, perché non tutti i furetti si regolano con il cibo. Il furetto si abitua a effettuare i suoi bisogni in una lettiera, esattamente come i gatti, ma non è sempre preciso. Soprattutto se vive libero in casa, è consigliabile, allestire più punti lettiera. Come tutti gli animali anche con il furetto bisogna avere pazienza e rispettare i suoi momenti di relax e i suoi spazi. Ha una salute delicata che andrà controllata da un veterinario competente in questa materia.

mercoledì 15 febbraio 2017

Fango









“Fango” di Grazia Rombolini

Ci siamo incontrati, per caso, un pomeriggio di gennaio mentre imperversava un furibondo temporale. Ero uscito per consegnare un lavoro alla ditta per la quale creo, disegno e realizzo montature per occhiali. Non è il mio sogno nel cassetto, ma per ora mi accontento - cercherò di sfruttare al meglio in futuro la mia laurea in Architettura - questo lavoro è creativo e mi permette di cavarmela bene.
Dunque, dicevo, ero sulla mia Renault 4, in mezzo a una bufera di vento e pioggia quando, come sempre avviene in questi casi, si blocca il tergicristallo di sinistra e devo obbligatoriamente scendere per riattivarlo. È l'unico difetto che ha, non ne ho mai fatto un dramma perché per tutto il resto è il mio ideale di auto... per ora! Risolto il problema, risalgo di corsa, un po' fradicio ma soddisfatto, butto l'occhio sul sedile accanto e vedo una piccola palla di pelo arruffata e fangosa, immobile, da cui spuntano due fiammeggianti occhietti neri. È un attimo! La palla di pelo si scuote con tutta la sua forza e inonda tutto l'abitacolo, me compreso, appena salvato dal diluvio. Appena un attimo di suspence e poi mi scoppia una sonora risata. La palla ne approfitta e mi si scaraventa addosso riempiendomi ovunque di leccatine riconoscenti.
Era fatta... A quel punto avevamo entrambi bisogno di un bagno caldo e di una bella rifocillata: «Io sono Alex e tu... Fango, ok? È un nome che ti calza a pennello date le circostanze!». Abbandonato o perduto, Fango mi aveva all'istante adottato e viceversa, naturalmente. Ora si trattava solo di adattare le nostre abitudini e vivere in simbiosi. Fargli la doccia fu una passeggiata, con Fango al collo, aggrappato come un'edera al muro, il vero problema si presentò con il phon: Fango non ne voleva proprio sapere. Lo aveva preso come un gioco, mordeva il filo, abbaiava e scorrazzava impazzito per tutto l'appartamento finché sono riuscito a bloccarlo sotto una poltrona e, come il cielo ha voluto, l'ho asciugato con l'impressione che per tutto il tempo, si fosse tenuto una zampa davanti agli occhi! Potere dell'immaginazione... La preparazione per la notte richiese molti compromessi. I nostri cuori, all'unisono, avrebbero scelto di dormire nella stessa cuccia, pardon, letto - naturalmente il mio - ma la ragione impose giudizio, così trovai una vecchia brandina da mare, la posizionai nell'ingresso, vi sistemai sopra il cuscino più accogliente che possedevo, un morbido plaid e depositai dolcemente Fango al centro, con una carezzina sulla testa, una grattatina dietro le orecchie e un definitivo augurio di buona nanna. Sembrava fatta!
Lui chiuse un occhio, alzò un orecchio, fece due giri su se stesso e si acciambellò, sparendo dentro il suo stesso tanto pelo. Entrai in camera, chiusi la porta e stavo già tra le braccia di Morfeo quando percepii un lieve grattare accompagnato da un lungo uggiolio. Quando aprii, Fango era diligentemente seduto davanti a me che mi offriva la sua zampa in cambio del disturbo e un'eventuale, pietosa accoglienza. Non potevo soccombere alla prima richiesta anche se la tenerezza della sua testina reclinata stava per avere la meglio sulla mia razionalità. Così raggiungemmo un compromesso: avrei lasciato la porta della mia camera da letto aperta e la brandina di Fango in perfetta visibilità, rinunciando anche alla mia felpa blu preferita che, il malandrino, aveva già fatta sua.
Questo sembrò finalmente rassicurarlo e piombammo entrambi, in un profondo sonno ristoratore, dopo le tante emozioni che avevano cambiato la nostra vita.
Fango non mi lasciava mai, qualunque cosa facessi era sempre con me.
Affettuoso e paziente, trotterellava al mio fianco tenendo in bocca il guinzaglio, per dovere di legge, senza mai metterlo, non ce n'era bisogno. Dignitosamente non si scomponeva al passaggio di nessun genere di animale e mi attendeva tranquillo fuori dai negozi in cui non poteva entrare. Autodidatta, aveva imparato a fermarsi al semaforo rosso, attraversava la strada sulle strisce pedonali, non abbaiava mai ad altri cani di passaggio, salutava educatamente offrendo la zampa a tutti i miei
conoscenti: insomma, era una forza!
Durante questo periodo ebbi alcune avventure amorose non molto
importanti da cui uscii senza gravi danni sentimentali. Anche Fango non ne era stato molto coinvolto. Sì, aveva sopportato senza infamia e senza lode, brevi carezze che percepiva più doverose che amorevoli, aveva accettato di condividere qualche ora diurna e notturna con le varie ospiti (diciamo) di passaggio, ma non aveva mai mostrato vero entusiasmo per nessuna.
La nostra convivenza procedeva tranquilla: io disegnavo al mio
tavolo, Fango sonnecchiava o fingeva di farlo perché al primo mio movimento era pronto a scattare, con la palla in bocca, per giocare insieme o ad aspettare davanti alla porta di ingresso, per uscire, con il guinzaglio già posizionato.
Un suo passatempo sul terrazzo era rincorrere i piccioni che da
sempre si posavano indisturbati e che ora ci riprovavano senza molto
successo. Non voleva far loro del male, per Fango era un gioco irrinunciabile, divertentissimo.
Eppure percepivamo entrambi che mancava qualcosa di più coinvolgente
nella nostra esistenza, seppure serena, ed ecco che accadde l'incommensurabile!
Una sera, ospite di amici, mi persi nel sorriso più luminoso del firmamento dei dentisti, nell'armonia più melodiosa di una voce arcana, nel viola più incredibile dei cespugli di lavanda della Provenza di enormi occhi che mi scrutavano dietro una montatura originalissima che riconobbi subito: era creata da me!
«Piacere, Arisa» mi sembrò di sentir provenire da un'altra dimensione, e un attimo dopo eravamo seduti sul prato a parlare di musica, di libri, di viaggi, di fantasmi e, naturalmente, di cani. Arisa insegnava danza in uno studio del centro, aveva una cagnolina, Pulce, anche lei trovata per strada e viveva con un'amica veterinaria. Wow, sembrava un film! Decidemmo di rivederci la sera successiva per una pizza da me, naturalmente tutti e quattro insieme.
Tornai a casa ubriaco di sogni, progetti e forse di una birra in più, ma
determinato a vivere fino in fondo quella meravigliosa novità.
Ero solo un po' preoccupato per Fango che, appena mi vide rientrare in
quello stato di grazia, piegando la testa da un lato fece un balzo e mi si
aggrappò al collo come non faceva più da tempo. Presi un osso e glielo allungai cominciando a raccontare la serata, sperando di convincerlo che tutto procedeva come sempre e che non avrebbe dovuto preoccuparsi del mio nuovo stato sentimentale. Finalmente, alle 20 del giorno successivo squillò il campanello. Io ero emozionatissimo, Fango perplesso, un po' agitato e splendido dentro al suo pelo appena lavato.
Aperta la porta, il miracolo! Fango rimase colpito all'istante da Pulce,
l'annusò tutta, le code di entrambi impazzite, roteanti come ventilatori, iniziò una danza amorosa degna di Roberto Bolle e in un crescendo rossiniano sparirono sul terrazzo lasciandoci senza parole. Arisa e io non avemmo dubbi: i nostri cani si erano subito amati e noi avremmo fatto lo stesso. Così iniziò la nostra avventura a quattro, mmm... otto, mmm... dodici mani... insomma, insieme.
Tra pochi giorni nasceranno i cuccioli di Pulce e Fango e noi aspettiamo
un figlio che amerà senza dubbio tutti gli animali e al quale auguriamo di
incontrare, nel percorso della sua vita un amico peloso come Fango o come Pulce per completare la felicità.

sabato 28 gennaio 2017

Giulia









“Giulia”, di Mariella Foresta

Conosco Giulia da più di cinquant’anni. Abitavamo nella stessa via, lei in una villetta a due piani con un bel giardino, io in una casa di ringhiera dove adesso abita mia nipote. La zona era, a quei tempi, in periferia e, a volte, ci pascolava qualche pecorella col cane da guardia al seguito. Adesso si è trasformata in una bella zona residenziale. Giulia era la più piccola della famiglia ed è stata sempre chiamata Giulietta, per le sue fattezze dai lineamenti delicati, quasi eterei. Grande era il suo amore per gli animali da affezione. In quegli anni il tipo di educazione era diverso, si esigeva, come è giusto, rispetto e soprattutto dedizione per qualsiasi attività, che fosse di studio o altro. Giulia della dedizione ne ha fatto un abito su misura per tutto ciò che si fa, sia in famiglia che fuori, ma soprattutto la cura per gli animali è stata sempre il suo scopo primario. Aveva sempre con sé un cane o due, o gattini, o volatili, sia in casa che in giardino. Non si è mai sposata, ma a cinquant’anni ha iniziato una convivenza che dura tutt’oggi. Non ha avuto figli, ma ha tanti nipoti che ama e che ha aiutato a crescere e che l’adorano. È anche una brava infermiera e aiuta gratuitamente tutti, nel circondario. Ma la cosa che la rende unica è il suo essere animalista sfegatata: una paladina dei “quattrozampe”, sia cani che gatti, e se qualche ragazzino cercava di fare degli scherzi a danno di qualche randagio riusciva sempre a farlo desistere facendogli capire la tolleranza e il rispetto necessari verso gli esseri indifesi.  E forse per questo motivo era diventata un po’ il timore di tutti. Essendo magra e alta si potrebbe pensare che sia fragile, invece è forte, veloce e determinata. Lei accoglieva e curava a proprie spese tanti randagini e molti riusciva a farli adottare, vigilando sempre che stessero bene. Io, dopo sposata, andai via dalla zona, ma nella casa avita torno spesso per un saluto o una visita nei luoghi dei ricordi e spesso incontro Giulia. Le porto delle crocchette per i suoi cani e i suoi gatti, perché lei non desidera altro. In casa se ne sono alternati tantissimi e lei sempre sicura di ciò che faceva è andata avanti sempre così. Qualche volta è finita in ospedale, come quando ha salvato un gattino intrappolato su una grondaia. Per aiutarlo è caduta malamente da una scala insicura, fratturandosi il bacino. La forzata immobilità che ne è seguita, l’ha tenuta in ansia, non tanto per lei, quanto per il suo affollato zoo che sarebbe stato trascurato. Per fortuna una sua nipote l’ha sostituita egregiamente. Tempo fa è successo qualcosa di particolare: nel giardino della villetta vicina, di proprietà di un signore molto impegnato nel proprio lavoro, c’era un cane. Un meticcio di nome Lara. Aveva una bella cuccetta, ma era sempre legata a una catena. Giulietta aveva parlato col proprietario, ma lui aveva risposto che non aveva tempo di portare a spasso il cane, era troppo preso dalla propria attività. Passò così un po’ di tempo e Giulietta notava che spesso il cane non mangiava come avrebbe dovuto: era sempre sdraiato o dentro la cuccetta. Era anche dimagrito e sembrava indifferente a tutto. Armata di coraggio Giulietta propose al proprietario, con tatto, ma anche con determinazione che la povera bestiola le venisse affidata per un certo periodo. Se ne sarebbe presa cura lei. E così Lara le fu data temporaneamente. La portò subito dal veterinario il quale diagnosticò una forte anemia per denutrizione e altri piccoli disturbi e sottopose la cagnolina alle cure del caso. Cure lunghe, a spese di Giulietta. Lara tornò a essere un cane allegro e riconoscente. Stava sempre attaccato alla propria mamma umana quando uscivano per la passeggiata di routine, e divenne bellissima, col pelo folto, beige e marrone, e morbido. Non tornò più dal precedente proprietario. In fondo penso che a lui non interessasse più di tanto. O forse aveva capito che Giulietta non era una sprovveduta e dunque avrebbe dovuto rimborsarle, come era stato stabilito, tutte le spese sostenute per la cura e il benessere di quel povero cane. Lara, ben curata e amata, è ritornata a vivere. È rimasta lì, dove vive tutt’ora. È proprio vero, come asserisce Giulietta, che un cane non ha aggressività, né brutalità, né ferocia. È solo una creatura di Dio, con “tutte le virtù dell’uomo, ma senza i suoi vizi”, come scrisse Lord Byron. Grazie Giulia per tutto quello che fai!

martedì 17 gennaio 2017

Mai più come prima



“Mai più come prima”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Cinzia Fresia, da “Confidenze tra amiche”, numero 3, 2017)


Desideravo tanto avere un animaletto che mi facesse compagnia. Lo voleva anche mio marito. Ma per noi non era possibile. Eravamo sempre in giro per il mondo e lanciatissimi in una vita tutta di corsa. Eh, mica si può prendere un cucciolo per poi costringerlo a una esistenza fatta solo di minutissimi ritagli della tua! Per questo avevamo rinunciato a quel sogno. Però poi qualcosa era cambiato: mio marito aveva accettato una proposta di lavoro che l’avrebbe trattenuto all’estero per diverso tempo, e per me, al contrario, si presentava la possibilità di svolgere il mio lavoro a casa. Dunque, in casa e - spesso - da sola. Be’, ormai me lo potevo permettere un animale da compagnia. Un cane? Un micio? Ero indecisa. Avevo sentito parlare anche di un altro animaletto che mi incuriosiva. In quegli anni - eravamo nel 2003 - era abbastanza di moda. Però non ne sapevo quasi niente, per questo cominciai a girellare in Internet per raccogliere informazioni. E più leggevo, più mi intrigava quella creaturina così particolare, che, tra l’altro, poteva star da sola anche per tutto il giorno. Quindi l’ideale per noi, se, metti il caso, fossimo ritornati al nostro vecchio stile di vita.
Per la maggior parte erano i siti americani a soddisfare il mio interesse. Effettivamente questo esserino, da loro, occupa il terzo posto nella graduatoria degli animali domestici più apprezzati. Volete provare a indovinare chi era ad attirare così tanto la mia attenzione? Dai, ve lo dico io: il furetto!
Scommetto che molte persone pensano che sia un animale selvatico tenuto in cattività. Un figlio di boschi e foreste imprigionato in una casa. Niente di più sbagliato! È stato selezionato dall’uomo. Un bel po’ di anni fa, visto che alcuni attribuiscono agli antichi egizi la sua “creazione”. Veniva utilizzato per le notevoli doti di cacciatore, ma nel tempo diventò un gradevolissimo animale da compagnia.
Finalmente incappai, sempre in Internet, in un sito italiano di un allevatore amatoriale di furetti. Presi subito contatto con lui e mi resi conto che abitava appena svoltato l’angolo del mio quartiere. I casi della vita! In pratica feci due passi e arrivai a casa sua. La moglie mi presentò tutti i loro furetti. E fu amore a prima vista. Mi conquistarono con quel musetto dolce, lo sguardo vivo, e l’aria da birboni evidenziata dalla mascherina di pelo scuro intorno agli occhi. Mi piaceva anche la forma del loro corpo. E il modo di muoversi. Li scoprivo adorabili. La signora mi aiutò a trovare due cuccioli. «Due sono meglio perché si faranno compagnia» mi disse. E così nella vita mia e di mio marito entrarono Dassault e Martine. Un maschietto e una femminuccia.
E tutto fu… mai più come prima! Dolci e teneri, i due cuccioli riempirono la casa di allegria e compagnia. Be’, qualche marachella la combinavano, ma sulla bilancia del “dare e avere” erano comunque sempre in grande vantaggio. La birbonata più grave? Una volta scavarono una tana nel rivestimento di una poltrona. Ma il musetto di Dassault che sbucava dalla galleria nuova nuova, aveva un’espressione talmente soddisfatta, che non riuscii ad arrabbiarmi. Erano poi buffissimi quando rubavano. Sì, perché i furetti adorano appropriarsi di oggetti piccoli. Curiosissimi rovistavano per esempio nella mia borsa - se era chiusa, l’aprivano - e prendevano ciò che a loro più piaceva. E se lo portavano in cuccia o sui loro cuscinoni. Tant’è che spesso, quando non trovavo una cosa, non perdevo tempo a cercare chissà dove, ma mi dirigevo sicura verso gli abituali nascondigli dei due ladruncoli. Dassault rubava anche pacchetti di fazzoletti di carta: era abilissimo a sfilarli dalle tasche. Un borseggiatore provetto. Del resto il loro nome scientifico “Mustela putorius furo” la dice lunga, perché furo - appunto! - significa ladro. Martine, quando era cucciola, amava infilarsi nelle mie maniche e ci restava tranquilla mentre io lavoravo. La mattina i due furetti venivano a svegliarmi arrampicandosi sul letto, lanciandosi tra i cuscini, ed elargendomi lievissimi morsichini di “buongiorno”. Vabbè, non erano spinti solo dall’affetto, era anche il loro modo di dirmi che avevano fame e che era ora che mi alzassi per preparare la colazione. Eh, eravamo tutti così felici! È proprio vero che un animaletto al tuo fianco rende i giorni più sereni. Però poi successe la tragedia. La piccola e affettuosa Martine si ammalò. E nonostante le nostre amorevoli e attente cure, morì. La salute dei furetti è piuttosto delicata, lo sapevo, ma ciò non poteva mitigare il dolore per la sua perdita. Io e mio marito eravamo affranti. Ma chi soffriva ancora di più era Dassault. Lui non si rassegnava. La cercava. Ma lei non c’era più. Precipitò in una seria depressione. Non dimenticherò mai gli sguardi colmi di infelicità che mi lanciava. Fu soprattutto per lui che prendemmo Tabata.
E tutto fu… mai più come prima! Tabata aveva un anno - non c’erano cuccioli disponibili in quel periodo - e proveniva da un allevamento che non la teneva in casa. Lei viveva in un recinto esterno. E non era abituata al contatto con l’uomo. Appena arrivata dispensò morsi furiosi a me, a mio marito e al povero Dassault. Qualche giorno dopo la portai dal veterinario per un controllo. Gli avevo telefonato: «Ti avverto: è una furetta particolare, sarà difficile visitarla». Mi aveva risposto ridendo: «Non c’è problema, sono pronto a tutto». Io ero comunque preoccupata. E, caspita, avevo proprio ragione! Nell’ambulatorio Tabata si produsse in salti acrobatici da lasciare senza fiato. Veloce come una saetta, fu a un pelo dal tranciare il cavo della macchina per le ecografie, rovesciò un numero consistente di flaconi e bottigliette di medicinali, e per finire piantò i sui denti affilati nella mano del veterinario che cercava di fermarla. Be’, per poterla visitare - ahimè - si dovette sedarla. Eravamo sconvolti, ma non avevamo il cuore di restituirla all’allevatore. Lei si comportava così perché era terrorizzata da una situazione che non conosceva: era piena di spavento. Le ci volle molto tempo per capire che non doveva aver paura e perché imparasse a non mordere. Un bel giorno, infine, la trovai accoccolata accanto a Dassault. Da quel momento divennero inseparabili. Ma non ci fermammo lì. Adesso di furetti ne abbiamo ben cinque, perché nel 2006 avviai un piccolo allevamento amatoriale (oggi sono presidente dell’associazione “Un furetto in famiglia” http://unfurettoinfamiglia.wordpress.com). Una allegra banda di adorabili monelli di cui non potrei più fare a meno.
Loro sono come degli eterni neonati. Per tutta la vita delicati e indifesi. Per questo ci tengo a precisare di nuovo che sono animali domestici, completamente dipendenti dall’uomo. Dunque, che a nessuno passi per la mente di donare la libertà al proprio furetto lasciandolo in un bosco: non gli farebbe un regalo, al contrario lo condannerebbe a morte certa!

mercoledì 4 gennaio 2017

Ode al gatto









"Ode al gatto" di Grazia Rombolini


Misteriosa creatura
compagno dei miei giorni
di notte
vaghi
errante
solitario
guardingo
tra tegole
giardini e campi
gridi
alla luna
miagolii erotici
richieste d'amore
arcani canti
Morbido
diletto del mio tempo
offri dolce tepore
alle membra stanche
goloso di carezze
deliziato
gorgheggi le tue fusa
sul mio grembo
fiero
immacolato
io canto per te
ombra dei miei passi
per i tuoi occhi
d'oro e topazio
per gli arcani pensieri
sicuro
nei tuoi voleri
quando disdegni
per contenere il pasto
ceramiche di Sévres
o per il tuo riposo
cuscini di seta indiana
e scegli tu
padrone del tuo mondo
Liberi
amici sempre
vivremo insieme
ogni domani
senza chiedere
senza pretendere niente