Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

giovedì 18 gennaio 2018

Un angelo peloso







“Un angelo peloso”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Raffaella Gambogi, da “Confidenze tra amiche”, anno 2013)


La storia che vi voglio raccontare comincia nel 2006, con l'arrivo di Honey in casa mia. Piccola, tenera, pelosa, dolce e morbida: una cucciola di razza yorkshire terrier. L'accarezzavo, me la stringevo fra le braccia e già le volevo un bene grande così, anche se non sapevo che, nel tempo, per me e il mio compagno sarebbe diventata una sorta di “salvavita”. Honey si integrò nella nostra casa e nella nostra famiglia alla velocità della luce. Noi la chiamiamo Honey, ma ha un nome più lungo di lei: Honey Moon dei Torregliani. "Luna di miele", un nome molto dolce, vero? 
La piccola cresceva sempre più innamorata di noi. Mi divertii ad allenarla per le gare di Agility e devo dire che questo ci avvicinò ancor di più l'una all'altra. Sia per lei che per me fu un bellissimo gioco. Un gioco che mi permise una comunicazione migliore con lei, perché mi portò a capire il suo modo di esprimersi. Un linguaggio vario e articolato, fatto di sguardi, di posture del corpo, di movimenti della coda, di guizzi di orecchie, di modulazioni della voce e di mille altre sfumature ancora. Ma prima di continuare a raccontarvi di lei, devo parlarvi di un grande problema di Pino, il mio compagno: lui è diabetico. È insulino - dipendente. La sua terapia è abbastanza complessa e prevede anche quattro iniezioni di insulina quotidiane. Nonostante ciò è soggetto a crisi ipoglicemiche che possono arrivare a sorpresa, sia di giorno che di notte. Fino a circa sei anni fa avvertiva il sopraggiungere di una crisi anche durante la notte: si svegliava, riconosceva al volo i sintomi e ricorreva al rimedio risolutore: medicinali o zucchero. I problemi si fecero enormi nel momento in cui si rese conto che le crisi ipoglicemiche cominciavano a sopraggiungere senza preavviso. Cosa sarebbe successo durante la notte, in balia di crisi prive di segnali e sintomi che lo svegliassero? Le risposte erano drammatiche: Pino sarebbe passato dal sonno al coma e poi alla morte.
Eravamo disperati e arrancavamo nella ricerca di soluzioni che non c'erano. Poi successe una cosa che ci lasciò a bocca aperta. Era una sera come tante altre e dopo esserci attardati a guardare un po' di programmi televisivi, ci preparammo per andare a dormire. Come ultimo atto portai Honey in giardino per fare pipì. Rimasi là un po', con gli occhi persi nelle stelle di quel cielo sereno, concedendomi qualche lacrima di nascosto per la situazione in cui si trovava il mio Pino, mentre la piccola si divertiva a esplorare cespugli e aiuole. Poi la presi in braccio e rientrammo. Le lavai e asciugai le zampine e raggiunsi il mio compagno. La cagnolina, come sempre, si accoccolò sul letto, fra noi due. E infine ci addormentammo tutti.
Nel cuore della notte Pino fu svegliato violentemente da Honey.
Lei, grande come un soldo di cacio, si era trasformata in una tigre: gli graffiava furiosamente il viso e abbaiava con tutta la voce che aveva.
Mi svegliai di soprassalto anch'io e stranita osservavo la scena.
Pino si arrabbiò, e per la prima volta in vita sua sgridò Honey: «Che cosa stai facendo? Sei una cagnolina brutta!».
Io istintivamente presi subito le difese della piccola e circondandola in un abbraccio urlai a Pino: «Ma Honey è...». Fui subito interrotta da lui: «Raffaella, sono in crisi ipoglicemica, mi sento debolissimo. Sto male». Vidi che tremava. Conoscevo quei sintomi. Gli portai di corsa un po' di zucchero. Pino cominciò a sentirsi meglio. Volle che gli mettessi vicino Honey e prese ad accarezzarla, piano. Mentre la guardava, con gli occhi umidi, le chiedeva scusa per averla sgridata e le diceva che era la cagnolina più bella del mondo. Poi, rivolto a me, mormorò: «Raffaella, la nostra Honey questa notte mi ha salvato la vita».
Io sentivo nel cuore un miscuglio di emozioni che mi toglievano il fiato: terrore per il pericolo corso dal mio compagno, sorpresa e gratitudine nei confronti della mia cagnolina, e un amore per entrambi che sentivo così incontenibile dopo lo shock appena vissuto. Non riuscivo a parlare: ridevo, piangevo e li abbracciavo. Honey eccitata baciava un po' me e un po' Pino. Quella notte non dormimmo più. Restammo a letto a coccolare la piccolina. Fu Pino, a un certo punto, che parlò di ciò a cui tutti e due stavamo pensando da un pezzo: «Honey mi ha svegliato appena in tempo, ma sicuramente è stato un caso».
Non fu un caso!
Successe ancora e ancora. E continua pure adesso. Ogni volta che Pino va in crisi durante il sonno, la piccola lo sveglia con la stessa violenza. Lui prende dello zucchero o il farmaco adatto, scongiurando così ogni pericolo. E la vita continua.
Come fa Honey ad accorgersi della crisi che arriva? Perché si precipita a svegliare Pino? Non lo so.
Abbiamo fatto mille ipotesi, ma non ci sappiamo dare spiegazioni razionali.
E non è finita qui! Da un po' di tempo con noi c'è anche un'altra yorkina, si chiama Gea. È molto più giovane di Honey.
Anche lei dorme sul letto con noi.
Anche lei sveglia Pino in caso di crisi.
È incredibile, vero?
Gliel'ha insegnato Honey?
Lo fa di sua iniziativa?
Risponde a un istinto proprio di ogni cane?
Ancora una volta rispondo che non lo so. Ma succede. È un dato di fatto. Io comunque sono dell'idea che glielo abbia insegnato Honey.
Credete che basti così? No! La serie degli episodi straordinari continua, perché venne anche il mio turno. Una sera ero sola in casa, be', per precisione rettifico: sola, con le mie cagnoline. Non mi sentivo molto bene. Guardai l'orologio, erano le ventidue e trenta e Pino non era ancora rientrato dal lavoro. In quel momento squillò il telefono. Era lui. Mi chiamava dall'automobile per dirmi che sarebbe arrivato a casa di lì a poco. Mentre ascoltavo le sue parole il mio malessere si acuì. Gli risposi: «Va bene, la cena è pronta». Feci giusto in tempo ad aggiungere: «Non mi sento tanto bene». Poi persi i sensi. Caddi a terra e con me il cordless. Pino, dall'altra parte del telefono, naturalmente non sentì più la mia voce.
Pensò che fosse caduta la linea, continuò comunque per qualche istante a gridare: «Pronto, Raffaella, pronto!». Stava chiudendo la comunicazione quando sentì Honey che abbaiava furiosamente. A quel punto capì che mi era successo qualcosa. Non perse tempo: telefonò al 118 e pigiò il piede sull'acceleratore. Arrivarono insieme, lui e l'ambulanza. Mi trovarono distesa a terra con una agitatissima Honey accanto. Mi prestarono i primi soccorsi, usando anche il defibrillatore, perché il mio cuore si era fermato. Poi mi portarono all'ospedale a sirene spiegate. Mi salvò la tempestività di intervento. Se Honey non avesse abbaiato freneticamente nel microfono del cordless, io non sarei qui a raccontare.
Be', veramente senza di lei non ci saremmo più né io, né Pino. Come potete immaginare le nostre cagnoline sono sempre con noi, ventiquattro ore su ventiquattro. Siamo inseparabili, legati a doppio filo. Certo che il loro comportamento è un po' fuori dal comune. Di tanto in tanto, mentre le accarezzo, mi piace pensare che qualche volta Dio ci mandi degli angeli così, travestiti da cani.

mercoledì 17 gennaio 2018

Codice 3







“Codice 3”, di Cristina Veronese

Siamo in tante, ognuna diversa ma tutte con lo stesso futuro: dentro.
Dalla finestrella della mia cameretta un tempo vedevo le altre, ora non vedo più nulla ed ascolto. La mia vicina dice che ho guardato troppo il sole e il lampeggiare dei suoi tramonti. Quando ero piccola potevo muovere le mie braccia e avrei voluto tanto volare fuori. Poi sono cresciuta, tentavo di spalancarle ma sentivo solo tanto dolore; ora non sento più nulla e non riesco a staccarle dal corpo, non le sento neanche più. Siamo qui da così tanto tempo... Alcune sono riuscite ad andarsene e ci sto tentando anch’io: «Meno produci, prima te ne andrai!». Così hanno fatto le altre; a poco a poco hanno diminuito la razione di cibo e di conseguenza anche la produzione. Le hanno portate via, ora sono libere. Tempo fa sono arrivate delle nuove; loro sono state là fuori e ci hanno raccontato che là tutto è diverso. Ci hanno parlato di cose che possiamo solo immaginare: terra, erba, aria, profumi, colori e cielo. Ci hanno detto che la luce che fissiamo non è il sole, che le barre su cui ci accovacciamo non è la terra, che l’odore qui è insopportabile, che il cielo fuori è immenso, che il cibo là è delizioso e fresco e che esistono tanti esseri differenti da noi. Creavano troppo scompiglio e non producevano abbastanza, le hanno portate via ed ora sono libere.
Mi hanno lasciato un messaggio che devo ancora decifrare: “Il codice delle tue uova inizia con il numero 3”.


Firmato                 
Una gallina che voleva volare

lunedì 15 gennaio 2018

Celestino







"Celestino", di Grazia Rombolini

Spesso, al mattino presto, facendo un po' di footing, mi trovo sulla strada che porta al Reggino, una salita niente male che però ricompensa con un panorama mozzafiato. Tra le colline ammantate da vitigni, olivi argentati e boschi ancora selvaggi, si staglia il borgo ridente di Valletta: la pieve medioevale, la piazzetta con i piccoli portici, il viale dei tigli dal profumo inebriante, i giardini a ridosso del piccolo campo da calcio. Il 7 gennaio di qualche anno fa, sotto un cielo che prometteva una giornata fredda ma serena, stavo arrivando sulla cima quando, improvvisamente, è sbucato un ciuchino dall'aria triste e preoccupata. Mi sono avvicinata senza indugio, cercando di fargli una carezza tra le lunghe orecchie asimmetriche - una alzata e l'altra abbassata - quando ho udito una voce spezzata: “Mi chiamo Celestino, ero l'asinello del presepe in città, ma oggi tutto è stato smontato, tutti sono partiti, il bue mi ha consigliato di trovarmi un'altra sistemazione e io mi sono perso. Ah! Non è più il Natale di una volta, quando il presepe era una festa per grandi e bambini e io ero una figura importante e considerata! Ti prego, sono molto triste, avrei bisogno di un amico che mi voglia bene e che mi dia un luogo dove stare, naturalmente in cambio di servigi che potrei offrire, vedi… sono giovane e forte!”.

Ho pensato subito al vecchio Gaetano, rimasto vedovo da poco, al quale era morto anche l'amato cane Pinko. Lui viveva da solo in una grande casa colonica circondata da una piccola vigna, qualche olivo e un ricco orto coltivato con amore. Celestino avrebbe sicuramene trovato un amico e Gaetano un valido aiuto per i suoi lavori agricoli. L'incontro fu subito colpo di fulmine per entrambi: forse il miracolo del Natale. Gaetano mi abbracciò riconoscente e Celestino mi lavò la faccia con una affettuosa leccata. Talvolta li incontro, sulla strada del Reggino... non so se è stata realtà o fantasia il mio colloquio con Celestino ma so che sicuramente, sia lui che Gaetano mi sorridono e mi strizzano un occhio in segno di intesa e complicità.

venerdì 17 novembre 2017

Il nuovo libro di Natale di ioleggoconjoy!



Una piccola, preziosa raccolta di emozioni straordinarie che solo chi ama gli animali può provare. 28 storie vere di momenti di vita indimenticabili, tutte donate dagli autori a sostegno del Rifugio Charly di Acerra (Napoli). 
E con la partecipazione speciale di un'attrice di successo, Daniela Poggi, animalista da sempre, che ha offerto la sua struggente testimonianza di infinito, “meraviglioso amore” con i suoi cani.

mercoledì 18 ottobre 2017

Mio piccolo Pimky








“Mio piccolo Pimky”, di Antonella Tomaselli, pubblicato da “Libero”, 6 ottobre 2017


Vabbè, mica lo volevo un gatto! Cioè, è vero che mi piacciono tutti i mici del mondo, ma ho quattro cani e diciassette pesci. Un gatto ci può stare? Eh, no! E poi mio figlio è allergico. Altamente allergico.
Invece i nostri vicini se lo presero un gatto. Pimky. Un cuccioletto piccino. Una pallina di pelo color pesca. Con una faccina da bamboletta. E due occhi di giada verde, accesa da oro liquido.
Tempo due giorni e venne a conoscere me e la mia famiglia. Si arrampicò sul tetto sopra al barbecue. E rimase lì a studiarci. Guardandoci dall’alto in basso, mentre noi - incantati - ci scioglievamo in mille moine nei suoi confronti. Ritornò a casa sua. Ma venne ancora. E ancora. Ci regalava quelle piccole visite. Intanto cresceva. Era un baldo giovanotto quando cominciò a passare pomeriggi interi da noi, pisolando in bilico su di un muretto.
La situazione mutò quando dai vicini arrivò Eva, una cucciolona di pastore tedesco. Lei e Pimky non andavano d’accordo. Tolleranza zero. Lui ci soffriva: giorni e giorni allo sbando, mentre diventava sempre di più un’anima randagia. Si impossessò di un vasto territorio: il giardino di casa mia e i boschi limitrofi. Un gatto vagabondo. E sperduto. Ma bisognava sopravvivere, no? E Pimky pensò bene di adottare me e la mia famiglia. Noi eravamo lì a braccia aperte. Purtroppo lo sorprendemmo diverse volte sul bordo del laghetto mentre contava e ricontava i diciassette pesci. Eravamo in allerta, ma non tentò mai di catturarne qualcuno. Caldeggiammo la nascita di un buon rapporto tra Pimky e i nostri yorkshire terrier. Però fallimmo in pieno. Rifiuto totale da parte dei cani, che, gelosissimi, cercavano la zuffa appena lo scorgevano. Abbaiavano furiosamente anche ogni volta che pronunciavamo il suo nome. Tant’è vero che per evitare che si scatenassero, quando parlavamo tra di noi smettemmo di chiamarlo Pimky e optammo per “Il gatto”. Non appena i cani associarono a lui il nuovo nomignolo, lo cambiammo con “Il ragazzo”. E così via, in trasformazione perpetua.
Mentre cercavamo di tenere sotto controllo la situazione ci affezionavamo sempre di più a quel micione che si era fatto grande e grosso e tutto rosa. Ok: a lui, spirito libero e guerriero, il giardino. Ai cani la casa, con uscite regolamentate da un ampio recinto. Soluzioni non ideali, ma accettabili. Per Pimky svuotammo la legnaia e ci mettemmo cuccetta e ciotole. Ma lui preferiva dormire sopra al forno accanto al barbecue. Be’, gli mettemmo una cuccia anche lì. La mattina si svegliava e veniva alla finestra della cucina per salutarci con un “miao”. Sbafata la colazione se ne andava. Nessuno avrebbe potuto trattenerlo. Ma si ripresentava puntuale a pranzo e a cena, e quando aveva voglia di coccole. Io gli parlavo in francese perché mi sembrava che gli piacesse: lo inondavo di “mon petit Pimkì” e “mon petit chouchou”, quando lo accarezzavo. Così si addolciva il suo stile di gatto selvaggio, ma solo con noi: con cavallette e topi di campagna rimaneva navigato predatore.
Una mattina non si presentò alla solita finestra. Nella sua cuccia non c’era. Lo cercammo dappertutto, chiamandolo a gran voce. Chiedemmo ai vicini se l’avevano visto. Sparito. Col cuore tremante continuammo le ricerche, senza alcun risultato. Gli era certamente successo qualcosa di grave. Giorni dopo, quando ormai la nostra ansia si era trasformata in angoscia profonda, lo vidi. Era lì, davanti a casa. Mi precipitai da lui lanciandogli il più felice dei miei “mon petit Pimkì”. Ma era appallottolato su se stesso, dimagrito e stanco. Sporco e spettinato. Sollevò la testa, gli occhi a mandorla come due fessure, e aprì la bocchina per dirmi “miao”, però la voce non uscì. Sembrava in procinto di esalare il suo ultimo respiro. Anch’io urlavo senza voce. Non sapevo cosa gli fosse accaduto, ma capivo che si era trascinato fino a casa per chiederci aiuto… o per dirci addio. Corsa folle dal veterinario. Pimky, tra la vita e la morte, subì interventi chirurgici importanti. Rimase in clinica due lunghissimi mesi. Noi alternavamo speranze e sconforto. Ma si sa che i gatti hanno un bel po’ di vite a disposizione: si salvò! Quando il veterinario ci disse che lo potevamo riportare a casa, ci precipitammo. Pimky sonnecchiava tranquillo su una sedia dell’ambulatorio. Ci guardò per un attimo, poi con un balzo raggiunse una cuccia, nell’angolo opposto della stanza, dedicandosi agli affari suoi. Era concentrato a leccarsi minuziosamente una zampa quando sussurrai: «Mon petit chouchou…». Alzò la testa di scatto e venne verso di me: mi aveva ritrovata. Tornati a casa, riprese il solito tran tran. Arrivò l’inverno. Freddo. Non avevamo cuore di lasciare Pimky fuori all’addiaccio. Provammo a chiuderlo in garage. Gli effetti pirotecnici messi in piedi dalle sue proteste ci fecero cambiare rotta. Tentammo di chiuderlo nella ex legnaia, con lo stesso risultato. Ricorremmo allora ai nostri vicini: forse potevano tenerlo in casa durante la notte. E invece no, in casa c’era Eva. Ma trovarono una soluzione: i loro suoceri l’avrebbero tenuto in casa per tutto l’inverno. Salutammo Pimky. L’avremmo rivisto la primavera dopo. Be’, non andava lontano, i suoceri dei vicini abitavano in un paese distante pochi chilometri.
Il mattino dopo, appena sveglia, pensai che sarebbe stato duro aprire la finestra della cucina e non vedere il nostro micio. Anche il resto della famiglia era d’accordo. Aria da funerale. Sguardi che quando si incrociavano erano subito seguiti dallo stesso sospiro: “Per Pimky è meglio così”. Poi mio marito aprì la finestra famosa e… il gatto rosa era lì! Scoppio di felicità! E coccole e abbracci a non finire. Da parte sua testatine, fusa, morbidi bacetti e una sfilza di “miao miao”. Pimky era riuscito a fuggire, aveva percorso chilometri e attraversato il bosco, ed era tornato da noi. Ed è tuttora qui. Gatto indomito e ingovernabile, ma dolcissimo e affettuoso a non finire. Lui ci ama. E noi amiamo lui. Tantissimo. Vabbè, mai più senza “mon petit Pimkì”!


martedì 10 ottobre 2017

Tiene il ragno un gomitolo d'argento





Tratto da “Tiene il ragno un gomitolo d'argento”
di Emily Dickinson 

Tiene il ragno un gomitolo d'argento
Con due mani invisibili
E in una danza dolce e solitaria
Sdipana il filo di perla.
Di nulla in nulla avanza
Col suo lavoro immateriale.
Ricopre i nostri arazzi con i suoi
Nella metà del tempo.
Gli basta un'ora ad innalzare estreme
Teorie di luce.

mercoledì 27 settembre 2017

Mickey e gli altri sfigatti







“Mickey e gli altri sfigatti”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Loretta Marcucci, da “Confidenze tra amiche”, numero 38, 2017)


5 dicembre 2014. Era un giovedì. Notte piena. Dormivo. Mi strappò dal sonno un trillo insistente. Continuo. Era il telefono. Istintivamente guardai il nome che compariva sul display: Giovanni, un mio amico. Giovanni?! Cosa poteva essere successo? Allarmata, con l’adrenalina in subbuglio, e ormai ben sveglia, risposi con un “pronto” impastato d’ansia.
«Sono appena uscito da un locale e in mezzo alla strada, proprio davanti a me, c’è un gattino che trascina le zampe posteriori. Ha bisogno d’aiuto, ma non so cosa fare» mi disse Giovanni tutto d’un fiato. Dall’altra parte del telefono io pensavo in fretta: “Se strascica le zampe si tratta di una faccenda seria”. «Deve essere subito soccorso» gli dissi. Gli diedi l’indirizzo dei miei veterinari e Giovanni ce lo portò immediatamente. Loro - nel frattempo li avevo avvertiti - se ne presero cura all’istante e dissero al mio amico di tornare il giorno dopo per avere notizie.
Stop un momento, prima di continuare vi devo qualche piccola spiegazione. Scommetto che vi sarete chiesti: perché un ragazzo che nel cuore della notte trova per strada un gatto malridotto, telefona a Loretta? Domanda più che lecita. Ebbene, io mi occupo di tutti gli sfigatti. Li chiamo così. Sono quei gatti che, malati, spelacchiati, storpi e malconci, non vuole mai nessuno. E amici e conoscenti lo sanno. E quando hanno bisogno si rivolgono a me. Non rappresento un’associazione né un rifugio, sono semplicemente una gattofila, o una gattomane, se preferite. Mi piacciono tutti i gatti, fin da quando ero piccolissima e rubavo fette di prosciutto dal frigorifero per buttarle, dal balcone, ai tanti randagini. Veramente, mi piacciono tutti gli animali, ma loro, i gatti, sono la mia passione più grande. Me ne occupo da vent’anni. Intensamente. E tra tutti i gatti, gli sfigatti mi prendono il cuore ancora di più. Ma torniamo al mio amico e al trovatello. Cosa successe il giorno dopo? Giovanni tornò dai miei veterinari. Il gatto era sedato perché gli avevano fatto una serie di esami. Le notizie erano pessime: il piccolo era stato investito da un’auto e la sua colonna vertebrale era spezzata in due punti. Le zampette posteriori erano completamente insensibili. Quel micino - era un cucciolone di circa sei mesi - se fosse sopravvissuto, che vita avrebbe potuto avere? I veterinari consigliarono l’eutanasia. Avrebbero potuto dargli subito la dolce morte perché era già anestetizzato. Giovanni però volle prima sentire il mio parere e mi chiamò. Ero in una importante riunione di lavoro, ma mollai tutto e mi chiusi in uno dei bagni per rispondergli. Incurante di chi mi poteva sentire mi misi immediatamente a urlare: «No! Non potete ucciderlo! Non permettetevi! Ha diritto a un tentativo! Svegliate quel gatto!».
«Ma chi si potrà poi occupare di lui? Io non posso, sto prestando il servizio militare» ribatté Giovanni.
«Lo terrò io!» risposi d’impulso. Ecco, cominciò così l’avventura. Il mio amico portò il gatto in una clinica che gli avevo suggerito: là se ne sarebbero potuti prendere cura ventiquattro ore su ventiquattro. Nel frattempo gli aveva pure dato un nome: Mickey. Be’, era stato trovato il 5 dicembre, anniversario della nascita di Walt Disney, il creatore di Mickey Mouse, e quel gatto ce l’aveva proprio un faccino da cartoni animati. Lo vidi, per la prima volta, un paio di giorni dopo. Un cucciolotto. Rasato qui, là, su, giù. Un collare elisabettiano gli impediva di strapparsi la sfilza di tubicini infilati nel suo corpo. Le zampe posteriori come morte. Il nasino con un po’ di scolo. Insomma, uno straccetto. Uno straccetto di pelo rosso, dove però spiccavano due occhi di smeraldo. Spaventati. E arrabbiati. Appena mi avvicinai, mi soffiò. Forte. Ma io mi ero già innamorata. Per come sono fatta, era inevitabile. Me lo portai a casa il 24 dicembre, volevo che passasse il Natale con me. Fu un bel Natale.
Sopravvissuto all’incidente, Mickey però era sempre paralizzato e io dovetti imparare, dai veterinari, anche a “spremerlo”, per aiutarlo a fare i suoi bisogni. Da solo non riusciva.
Serviva pure una stanza tutta per lui, perché non era possibile, nelle sue condizioni, lasciarlo con gli altri miei gatti. Ma io mica ce l’avevo. Mi aiutarono due splendide amiche che a turno tennero Mickey in casa con loro. Io mi presentavo puntualmente per prendermi cura di lui, più volte al giorno.
Quando, lasciati i miei genitori, andai a vivere in un nido tutto mio, portai Mickey con me. Il tempo passava e io non mollavo. Lui nemmeno. Fisioterapia, un carrellino fatto apposta per lui, esami, terapie e dei tutori che gli metto anche adesso, quando lo lascio solo, per paura che possa cadere e farsi male. Intanto anche lui si era innamorato di me: per Mickey ero, e sono tuttora, la “mamma” che gli permette di vivere. Lui lo sa. Ma tenetevi forte, perché adesso arriva il bello! Nel mese di giugno del 2015, contrariamente a ogni previsione scientifica, il mio stupendo Mikey cominciò a reggersi sulle zampe. Sì, avete letto bene! Un miracolo! Prima la gambetta destra, poi la sinistra. Piano piano, oltre che a reggersi, cominciò a muoversi. Io lo aiutavo, come si fa con i bambini che imparano a camminare. Ok, la sua è una camminata un po’ strana. Ma cammina. E dietro le buffe faccette che mi fa quando mi vede, c’è tutto il suo amore per me.
I miracoli non sono finiti: non lo sa ancora nessuno - proprio nessuno! - ma ieri Mikey, per la prima volta, ha fatto una goccina di pipì da solo. Sulla traversina. E poi con la zampetta davanti, faceva dei movimenti per nascondere quella fantastica macchietta di urina. Non credevo ai miei occhi! Eppure era vero. E oggi l’ha fatto di nuovo! Mickey è un fenomeno e io sono al settimo cielo. Bisogna credere ai miracoli. Perché possono accadere. A casa mia ci sono tanti altri gatti, tutti sfigatti. Ce n’è uno a cui manca una zampa, un altro che è cieco, e via di questo passo. Poi c’è il reparto dove tengo gli affetti da immunodeficienza felina, accuratamente separati dagli altri. Dal 27 agosto scorso, tutte le domeniche vado nelle zone terremotate: porto cibo, acqua, coperte per i gatti che vivono lì. I cuccioli li ho fatti adottare da amici e conoscenti. I malati gravi li ho portati a casa mia. Quelli rimasti sono distribuiti in sette punti diversi, nei dintorni di Accumuli. Certamente è più facile occuparsi di un cucciolo bello e soffice come un batuffolo, ma… e tutti gli altri? Gli scarti?
Ecco, quelli che le eutanasie le hanno guardate in faccia, con me hanno una possibilità in più. Do voce ai più deboli. E questo non vale solo per i gatti. Perché lo faccio? Non so. Sono nata così. E non posso comportarmi diversamente. Dedico a loro tempo, soldi e lacrime. Però rientrare a casa ed essere accolta da Mickey che cammina e che fa le fusa come un trattorino, non ha prezzo.