Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

venerdì 17 novembre 2017

Il nuovo libro di Natale di ioleggoconjoy!



Una piccola, preziosa raccolta di emozioni straordinarie che solo chi ama gli animali può provare. 28 storie vere di momenti di vita indimenticabili, tutte donate dagli autori a sostegno del Rifugio Charly di Acerra (Napoli). 
E con la partecipazione speciale di un'attrice di successo, Daniela Poggi, animalista da sempre, che ha offerto la sua struggente testimonianza di infinito, “meraviglioso amore” con i suoi cani.

mercoledì 18 ottobre 2017

Mio piccolo Pimky








“Mio piccolo Pimky”, di Antonella Tomaselli, pubblicato da “Libero”, 6 ottobre 2017


Vabbè, mica lo volevo un gatto! Cioè, è vero che mi piacciono tutti i mici del mondo, ma ho quattro cani e diciassette pesci. Un gatto ci può stare? Eh, no! E poi mio figlio è allergico. Altamente allergico.
Invece i nostri vicini se lo presero un gatto. Pimky. Un cuccioletto piccino. Una pallina di pelo color pesca. Con una faccina da bamboletta. E due occhi di giada verde, accesa da oro liquido.
Tempo due giorni e venne a conoscere me e la mia famiglia. Si arrampicò sul tetto sopra al barbecue. E rimase lì a studiarci. Guardandoci dall’alto in basso, mentre noi - incantati - ci scioglievamo in mille moine nei suoi confronti. Ritornò a casa sua. Ma venne ancora. E ancora. Ci regalava quelle piccole visite. Intanto cresceva. Era un baldo giovanotto quando cominciò a passare pomeriggi interi da noi, pisolando in bilico su di un muretto.
La situazione mutò quando dai vicini arrivò Eva, una cucciolona di pastore tedesco. Lei e Pimky non andavano d’accordo. Tolleranza zero. Lui ci soffriva: giorni e giorni allo sbando, mentre diventava sempre di più un’anima randagia. Si impossessò di un vasto territorio: il giardino di casa mia e i boschi limitrofi. Un gatto vagabondo. E sperduto. Ma bisognava sopravvivere, no? E Pimky pensò bene di adottare me e la mia famiglia. Noi eravamo lì a braccia aperte. Purtroppo lo sorprendemmo diverse volte sul bordo del laghetto mentre contava e ricontava i diciassette pesci. Eravamo in allerta, ma non tentò mai di catturarne qualcuno. Caldeggiammo la nascita di un buon rapporto tra Pimky e i nostri yorkshire terrier. Però fallimmo in pieno. Rifiuto totale da parte dei cani, che, gelosissimi, cercavano la zuffa appena lo scorgevano. Abbaiavano furiosamente anche ogni volta che pronunciavamo il suo nome. Tant’è vero che per evitare che si scatenassero, quando parlavamo tra di noi smettemmo di chiamarlo Pimky e optammo per “Il gatto”. Non appena i cani associarono a lui il nuovo nomignolo, lo cambiammo con “Il ragazzo”. E così via, in trasformazione perpetua.
Mentre cercavamo di tenere sotto controllo la situazione ci affezionavamo sempre di più a quel micione che si era fatto grande e grosso e tutto rosa. Ok: a lui, spirito libero e guerriero, il giardino. Ai cani la casa, con uscite regolamentate da un ampio recinto. Soluzioni non ideali, ma accettabili. Per Pimky svuotammo la legnaia e ci mettemmo cuccetta e ciotole. Ma lui preferiva dormire sopra al forno accanto al barbecue. Be’, gli mettemmo una cuccia anche lì. La mattina si svegliava e veniva alla finestra della cucina per salutarci con un “miao”. Sbafata la colazione se ne andava. Nessuno avrebbe potuto trattenerlo. Ma si ripresentava puntuale a pranzo e a cena, e quando aveva voglia di coccole. Io gli parlavo in francese perché mi sembrava che gli piacesse: lo inondavo di “mon petit Pimkì” e “mon petit chouchou”, quando lo accarezzavo. Così si addolciva il suo stile di gatto selvaggio, ma solo con noi: con cavallette e topi di campagna rimaneva navigato predatore.
Una mattina non si presentò alla solita finestra. Nella sua cuccia non c’era. Lo cercammo dappertutto, chiamandolo a gran voce. Chiedemmo ai vicini se l’avevano visto. Sparito. Col cuore tremante continuammo le ricerche, senza alcun risultato. Gli era certamente successo qualcosa di grave. Giorni dopo, quando ormai la nostra ansia si era trasformata in angoscia profonda, lo vidi. Era lì, davanti a casa. Mi precipitai da lui lanciandogli il più felice dei miei “mon petit Pimkì”. Ma era appallottolato su se stesso, dimagrito e stanco. Sporco e spettinato. Sollevò la testa, gli occhi a mandorla come due fessure, e aprì la bocchina per dirmi “miao”, però la voce non uscì. Sembrava in procinto di esalare il suo ultimo respiro. Anch’io urlavo senza voce. Non sapevo cosa gli fosse accaduto, ma capivo che si era trascinato fino a casa per chiederci aiuto… o per dirci addio. Corsa folle dal veterinario. Pimky, tra la vita e la morte, subì interventi chirurgici importanti. Rimase in clinica due lunghissimi mesi. Noi alternavamo speranze e sconforto. Ma si sa che i gatti hanno un bel po’ di vite a disposizione: si salvò! Quando il veterinario ci disse che lo potevamo riportare a casa, ci precipitammo. Pimky sonnecchiava tranquillo su una sedia dell’ambulatorio. Ci guardò per un attimo, poi con un balzo raggiunse una cuccia, nell’angolo opposto della stanza, dedicandosi agli affari suoi. Era concentrato a leccarsi minuziosamente una zampa quando sussurrai: «Mon petit chouchou…». Alzò la testa di scatto e venne verso di me: mi aveva ritrovata. Tornati a casa, riprese il solito tran tran. Arrivò l’inverno. Freddo. Non avevamo cuore di lasciare Pimky fuori all’addiaccio. Provammo a chiuderlo in garage. Gli effetti pirotecnici messi in piedi dalle sue proteste ci fecero cambiare rotta. Tentammo di chiuderlo nella ex legnaia, con lo stesso risultato. Ricorremmo allora ai nostri vicini: forse potevano tenerlo in casa durante la notte. E invece no, in casa c’era Eva. Ma trovarono una soluzione: i loro suoceri l’avrebbero tenuto in casa per tutto l’inverno. Salutammo Pimky. L’avremmo rivisto la primavera dopo. Be’, non andava lontano, i suoceri dei vicini abitavano in un paese distante pochi chilometri.
Il mattino dopo, appena sveglia, pensai che sarebbe stato duro aprire la finestra della cucina e non vedere il nostro micio. Anche il resto della famiglia era d’accordo. Aria da funerale. Sguardi che quando si incrociavano erano subito seguiti dallo stesso sospiro: “Per Pimky è meglio così”. Poi mio marito aprì la finestra famosa e… il gatto rosa era lì! Scoppio di felicità! E coccole e abbracci a non finire. Da parte sua testatine, fusa, morbidi bacetti e una sfilza di “miao miao”. Pimky era riuscito a fuggire, aveva percorso chilometri e attraversato il bosco, ed era tornato da noi. Ed è tuttora qui. Gatto indomito e ingovernabile, ma dolcissimo e affettuoso a non finire. Lui ci ama. E noi amiamo lui. Tantissimo. Vabbè, mai più senza “mon petit Pimkì”!


martedì 10 ottobre 2017

Tiene il ragno un gomitolo d'argento





Tratto da “Tiene il ragno un gomitolo d'argento”
di Emily Dickinson 

Tiene il ragno un gomitolo d'argento
Con due mani invisibili
E in una danza dolce e solitaria
Sdipana il filo di perla.
Di nulla in nulla avanza
Col suo lavoro immateriale.
Ricopre i nostri arazzi con i suoi
Nella metà del tempo.
Gli basta un'ora ad innalzare estreme
Teorie di luce.

mercoledì 27 settembre 2017

Mickey e gli altri sfigatti







“Mickey e gli altri sfigatti”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Loretta Marcucci, da “Confidenze tra amiche”, numero 38, 2017)


5 dicembre 2014. Era un giovedì. Notte piena. Dormivo. Mi strappò dal sonno un trillo insistente. Continuo. Era il telefono. Istintivamente guardai il nome che compariva sul display: Giovanni, un mio amico. Giovanni?! Cosa poteva essere successo? Allarmata, con l’adrenalina in subbuglio, e ormai ben sveglia, risposi con un “pronto” impastato d’ansia.
«Sono appena uscito da un locale e in mezzo alla strada, proprio davanti a me, c’è un gattino che trascina le zampe posteriori. Ha bisogno d’aiuto, ma non so cosa fare» mi disse Giovanni tutto d’un fiato. Dall’altra parte del telefono io pensavo in fretta: “Se strascica le zampe si tratta di una faccenda seria”. «Deve essere subito soccorso» gli dissi. Gli diedi l’indirizzo dei miei veterinari e Giovanni ce lo portò immediatamente. Loro - nel frattempo li avevo avvertiti - se ne presero cura all’istante e dissero al mio amico di tornare il giorno dopo per avere notizie.
Stop un momento, prima di continuare vi devo qualche piccola spiegazione. Scommetto che vi sarete chiesti: perché un ragazzo che nel cuore della notte trova per strada un gatto malridotto, telefona a Loretta? Domanda più che lecita. Ebbene, io mi occupo di tutti gli sfigatti. Li chiamo così. Sono quei gatti che, malati, spelacchiati, storpi e malconci, non vuole mai nessuno. E amici e conoscenti lo sanno. E quando hanno bisogno si rivolgono a me. Non rappresento un’associazione né un rifugio, sono semplicemente una gattofila, o una gattomane, se preferite. Mi piacciono tutti i gatti, fin da quando ero piccolissima e rubavo fette di prosciutto dal frigorifero per buttarle, dal balcone, ai tanti randagini. Veramente, mi piacciono tutti gli animali, ma loro, i gatti, sono la mia passione più grande. Me ne occupo da vent’anni. Intensamente. E tra tutti i gatti, gli sfigatti mi prendono il cuore ancora di più. Ma torniamo al mio amico e al trovatello. Cosa successe il giorno dopo? Giovanni tornò dai miei veterinari. Il gatto era sedato perché gli avevano fatto una serie di esami. Le notizie erano pessime: il piccolo era stato investito da un’auto e la sua colonna vertebrale era spezzata in due punti. Le zampette posteriori erano completamente insensibili. Quel micino - era un cucciolone di circa sei mesi - se fosse sopravvissuto, che vita avrebbe potuto avere? I veterinari consigliarono l’eutanasia. Avrebbero potuto dargli subito la dolce morte perché era già anestetizzato. Giovanni però volle prima sentire il mio parere e mi chiamò. Ero in una importante riunione di lavoro, ma mollai tutto e mi chiusi in uno dei bagni per rispondergli. Incurante di chi mi poteva sentire mi misi immediatamente a urlare: «No! Non potete ucciderlo! Non permettetevi! Ha diritto a un tentativo! Svegliate quel gatto!».
«Ma chi si potrà poi occupare di lui? Io non posso, sto prestando il servizio militare» ribatté Giovanni.
«Lo terrò io!» risposi d’impulso. Ecco, cominciò così l’avventura. Il mio amico portò il gatto in una clinica che gli avevo suggerito: là se ne sarebbero potuti prendere cura ventiquattro ore su ventiquattro. Nel frattempo gli aveva pure dato un nome: Mickey. Be’, era stato trovato il 5 dicembre, anniversario della nascita di Walt Disney, il creatore di Mickey Mouse, e quel gatto ce l’aveva proprio un faccino da cartoni animati. Lo vidi, per la prima volta, un paio di giorni dopo. Un cucciolotto. Rasato qui, là, su, giù. Un collare elisabettiano gli impediva di strapparsi la sfilza di tubicini infilati nel suo corpo. Le zampe posteriori come morte. Il nasino con un po’ di scolo. Insomma, uno straccetto. Uno straccetto di pelo rosso, dove però spiccavano due occhi di smeraldo. Spaventati. E arrabbiati. Appena mi avvicinai, mi soffiò. Forte. Ma io mi ero già innamorata. Per come sono fatta, era inevitabile. Me lo portai a casa il 24 dicembre, volevo che passasse il Natale con me. Fu un bel Natale.
Sopravvissuto all’incidente, Mickey però era sempre paralizzato e io dovetti imparare, dai veterinari, anche a “spremerlo”, per aiutarlo a fare i suoi bisogni. Da solo non riusciva.
Serviva pure una stanza tutta per lui, perché non era possibile, nelle sue condizioni, lasciarlo con gli altri miei gatti. Ma io mica ce l’avevo. Mi aiutarono due splendide amiche che a turno tennero Mickey in casa con loro. Io mi presentavo puntualmente per prendermi cura di lui, più volte al giorno.
Quando, lasciati i miei genitori, andai a vivere in un nido tutto mio, portai Mickey con me. Il tempo passava e io non mollavo. Lui nemmeno. Fisioterapia, un carrellino fatto apposta per lui, esami, terapie e dei tutori che gli metto anche adesso, quando lo lascio solo, per paura che possa cadere e farsi male. Intanto anche lui si era innamorato di me: per Mickey ero, e sono tuttora, la “mamma” che gli permette di vivere. Lui lo sa. Ma tenetevi forte, perché adesso arriva il bello! Nel mese di giugno del 2015, contrariamente a ogni previsione scientifica, il mio stupendo Mikey cominciò a reggersi sulle zampe. Sì, avete letto bene! Un miracolo! Prima la gambetta destra, poi la sinistra. Piano piano, oltre che a reggersi, cominciò a muoversi. Io lo aiutavo, come si fa con i bambini che imparano a camminare. Ok, la sua è una camminata un po’ strana. Ma cammina. E dietro le buffe faccette che mi fa quando mi vede, c’è tutto il suo amore per me.
I miracoli non sono finiti: non lo sa ancora nessuno - proprio nessuno! - ma ieri Mikey, per la prima volta, ha fatto una goccina di pipì da solo. Sulla traversina. E poi con la zampetta davanti, faceva dei movimenti per nascondere quella fantastica macchietta di urina. Non credevo ai miei occhi! Eppure era vero. E oggi l’ha fatto di nuovo! Mickey è un fenomeno e io sono al settimo cielo. Bisogna credere ai miracoli. Perché possono accadere. A casa mia ci sono tanti altri gatti, tutti sfigatti. Ce n’è uno a cui manca una zampa, un altro che è cieco, e via di questo passo. Poi c’è il reparto dove tengo gli affetti da immunodeficienza felina, accuratamente separati dagli altri. Dal 27 agosto scorso, tutte le domeniche vado nelle zone terremotate: porto cibo, acqua, coperte per i gatti che vivono lì. I cuccioli li ho fatti adottare da amici e conoscenti. I malati gravi li ho portati a casa mia. Quelli rimasti sono distribuiti in sette punti diversi, nei dintorni di Accumuli. Certamente è più facile occuparsi di un cucciolo bello e soffice come un batuffolo, ma… e tutti gli altri? Gli scarti?
Ecco, quelli che le eutanasie le hanno guardate in faccia, con me hanno una possibilità in più. Do voce ai più deboli. E questo non vale solo per i gatti. Perché lo faccio? Non so. Sono nata così. E non posso comportarmi diversamente. Dedico a loro tempo, soldi e lacrime. Però rientrare a casa ed essere accolta da Mickey che cammina e che fa le fusa come un trattorino, non ha prezzo.



mercoledì 20 settembre 2017

A proposito di cani







"A proposito di cani"
di Susanna Barbaglia (editoriale per “Confidenze tra amiche” numero 39-2017)


In famiglia mi hanno sempre descritta come una bambina silenziosa e molto paurosa. Un po’ me lo ricordo anch’io quel panico immotivato fosse anche per una semplice carota. Non ho parlato fino a quasi tre anni e solo per esprimermi con un linguaggio incomprensibile a tutti, e sono sicura che, se fossi nata oggi, verrei sicuramente annoverata dagli specialisti fra i casi al limite dell’autismo. Questa mia difficoltà di comunicazione ebbe però una svolta imprevista nell'incontro con la lupa del tabaccaio sotto casa. Un pomeriggio ero a spasso con mia madre quando, all’improvviso, l’enorme Pastore Tedesco lasciò la soglia del negozio e mi si avvicinò. Libero. Ricordo tutto nel dettaglio di quell’attimo magico che mi spalancò di colpo una finestra nell’anima mai più chiusa: spinta da un’attrazione irrefrenabile, buttai letteralmente le braccia al collo di quell’animale truce e maestoso sotto gli occhi increduli e terrorizzati di mia mamma. Dovetti alzarle le braccia, dunque immaginate quanto ero piccina. Immersi la faccia nel suo collo (risento ancora la carezza del pelo sulle guance, il suo odore) poi mi staccai e la guardai negli occhi. Iniziò con quella lupa la consapevolezza straordinaria del dono impagabile di una comunicazione che non ha bisogno di parole. Una comunicazione epidermica, archetipica, essenziale, istintiva, unica perché fra specie diverse e senza pregiudizi. Ogni volta che ci incontravamo, la lupa mi si affiancava protettiva, materna, complice. Si lasciava abbracciare e mi ascoltava “parlare”. È stato quell’abbraccio alla lupa a farmi piangere poi allo zoo o al circo alla vista degli animali privati della loro libertà, a farmi soccorrere uccellini caduti dal nido, gatti feriti e, nel tempo, a impegnarmi per i diritti degli animali, ma, soprattutto, a non poter fare a meno dell’indispensabile, complementare e terapeutica vicinanza di un cane. Ne ho avuti tanti e per ciascuno di loro provo una profonda gratitudine. Dai miei cani ho imparato il significato di accoglienza attesa perdono pietà rispetto senso di appartenenza ascolto dignità compassione umiltà fiducia coraggio empatia dedizione alleanza affettiva. Ho imparato il significato dell’amore. Anni fa in un libro ho scritto che, fra tutti gli animali, il cane dev’essere stato creato da Dio per farci capire cos’è l’Amore assoluto. È quello che ancora mi piace credere. E allo speciale che troverete nelle prossime pagine dedicato a questo insostituibile compagno di vita, vorrei aggiungere il fondamentale consiglio che mi diede un grande veterinario: «È facilissimo educare un cane! Basta capire che, pur di renderti felice, fa qualunque cosa gli chiedi».

martedì 22 agosto 2017

Poesia di Niccolò






Per ioscrivoconjoy ci è arrivata questa specialissima e tenerissima poesia e siamo felici di proporvela. Il poeta è Niccolò. E questa è la sua prima opera. Niccolò ha 5 anni e mezzo. Promette proprio bene!



Gentili con gli animali
Bravi con le persone
E vivere
Favole dell’amore
Vivere in colore e felicità
Amore
Tutti cuore
Tutti felici e contenti
E pace
Tutti felici e non farsi male
Vivere in colori
Anche con gli animali
Amore con le persone
Amore con gli animali
Amore con tutti

giovedì 6 luglio 2017

Recensione "La luna è dei lupi"

"La luna è dei lupi" di Giuseppe Festa (Salani Editore, 3 marzo 2016)

Recensione di Simona Busto

Trama:
Ruscelli dipinti d’argento dalla luna, nastri di profumi colorati tesi sui prati, sagome di cervi come macchie di buio su una tela d’ombra. E un’oscura minaccia oltre il confine. Questo è il mondo di Rio, un lupo dei Monti Sibillini. A lui è affidata la sopravvivenza del suo branco piegato dalla fame e dalla scarsità di nuove nascite, costretto ad affrontare un lungo viaggio nei meandri di una natura da scoprire e difendere, nell’eterno conflitto con un nemico che ora ha le fattezze di un branco antagonista, ora quelle dell’uomo e dei suoi cani. L’entrata in scena di Greta e Lorenzo, due giovani ricercatori, darà il via a una catena di eventi imprevedibili.
Tra le meraviglie della natura selvaggia e le insidie del mondo degli uomini, l’emozionante viaggio di un branco alla ricerca della libertà. Una trama che si trasforma in un sorprendente gioco di specchi, dove ogni lettore ha la possibilità di osservare la natura degli animali e la società degli uomini dal punto di vista dei lupi. Una storia che diventa metafora della condizione umana, tra conflitti e amicizia, istinto e ragione, pregiudizi e accettazione del diverso. ‘Chissà se anche gli uomini pregano’ si chiede a un tratto Lama, una femmina del branco, contemplando la luna. Perché i lupi pregano.


«Quella notte, gli odori erano carte truccate mischiate da un vento prestigiatore.
Poi, la pioggia.
Rio si scrollò l’acqua di dosso e lanciò un’occhiata di lato. All’ombra della parete rocciosa, la figura di Falco si distingueva appena. Il giovane, ritto sulle quattro zampe, scrutava le pendici del Monte Sibilla».
Così si apre questo romanzo sorprendentemente ricco e intenso, e ti catapulta subito nel vivo della narrazione come nel panorama selvaggio e aspro dei Monti Sibillini, nell’Appennino umbro-marchigiano.
Rio e il branco di cui fa parte, guidato dal maschio alfa Grigio, vivono le loro giornate di caccia nella riserva naturale, “la zona franca” come la chiamano i lupi, che li protegge e li sfama.
Sarà l’incontro con l’uomo, insieme a un’inattesa penuria di cibo, a sconvolgere la loro esistenza:
«Rio e Lama si gettarono nella mischia, mentre Falco e Alba correvano tutto intorno per distrarre i cani e offrire una via di fuga al padre.
Due dei cani abbandonarono la loro posizione e Grigio si tuffò nel varco. Era libero.
“Via… via di qua” urlò, sbavando sangue.
Ma era troppo tardi.
Un boato».
Cacciati dal loro territorio, i lupi del Monte Sibilla, ora guidati da Rio, affronteranno un lungo viaggio alla ricerca di una nuova zona capace di offrire loro cibo e salvezza.
Nuovi incontri segneranno la loro ricerca, con altri lupi e altri esseri umani, che però non sempre si mostreranno ostili.
«Fu allora che successe.
Lama sollevò una zampa come per toccare il braccio della ragazza. E incontrò la sua mano.
Palmo nel palmo.
Occhi negli occhi.
Un pozzo castano e uno specchio d’ambra. Greta affondò nell’iride della lupa. Vide una notte ricamata di stelle e un’alba rosata, il sole dorato e una fitta nebbia d’argento. Infine, ritagliata in un cielo blu profondo, una brillante lama di luna».


Questo romanzo sa toccare corde profonde nell’anima di chi legge e ha una sensibilità tale da saperne carpire le emozioni intense.
Tutta la storia, o quasi, è vissuta dal punto di vista dei lupi. Gli animali e gli uomini stessi sono visti con gli occhi di questo predatore troppo spesso braccato. Ciò comporta ovviamente un eccesso di umanizzazione dei lupi stessi, elemento che tuttavia aggiunge pathos alla narrazione.
I comportamenti e lei reazioni di questi splendidi predatori, per quanto appunto umanizzati al punto da farli parlare tra loro, sono però credibili nel contesto della storia. Non per nulla l’autore, Giuseppe Festa, ha seguito a lungo i lupi dell’Appennino prima di scrivere la storia, accompagnato da ricercatori esperti.
E così ci sembra di vivere sulla nostra stessa pelle ogni dramma che si abbatte sui protagonisti a quattro zampe, ogni vicenda inattesa, ogni palpito dei loro cuori selvaggi. Perfino quando si nascondono in un parco giochi nel cuore della città, a pochi metri dai bambini e dalle loro madri umane, la simpatia del lettore resta per i lupi.
Un posto speciale nel mio cuore è occupato da Scuro, Otello per gli umani, in cui convivono due anime e due istinti contrastanti, che spesso lo porteranno a vivere ai margini. La sua lacerazione interiore e la sua voglia di rivalsa lo rendono istintivamente simpatico, al punto di farlo amare quanto e forse più di Rio.
La scrittura di Giuseppe Festa è impeccabile, direi quasi poetica. Sa descrivere gli ambienti con un’intensità perfetta, senza mai annoiare, anzi arricchendo la trama con pennellate narrative degne di un grande autore.
Il romanzo è lungo quasi duecento pagine, ma il ritmo sostenuto e avvincente della storia lo rende leggibile in pochissime ore.

Un libro sui lupi e per i lupi, capace di suscitare emozioni e di far versare anche qualche lacrima di commozione. Una lettura perfetta per chi decide di accostarsi a questi splendidi animali senza pregiudizi e d’immergersi a fondo nel loro mondo naturale così selvaggio e appassionante.