Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

domenica 10 febbraio 2019

Al parco con Kuki




"Al parco con Kuki", di Susanna Barbaglia (editoriale per Confidenze, 2013)


Ho ripreso recentemente un’abitudine molto piacevole: iniziare la giornata con unapasseggiata al
parco con i miei cani. Una volta riuscivo a farlo quasi tutti i giorni, ma da un po’ di tempo Joy, la bulldog, è diventata pigrissima al punto che non di rado mi è toccato riportarla alla macchina in braccio (26 chili!) e Marameo, lo yorkino che crede di essere suo figlio, si nasconde sotto al divano e senza di lei si rifiuta di uscire.
L’unica sempre pronta a seguirmi ovunque è l’ultima arrivata, Kuki, una meticcetta piccolissima che ho adottato dalla Spagna dove i cani randagi vengono detenuti solo pochi giorni in canili lager (le famose perreras) prima di essere abbattuti, spesso brutalmente. Kuki porta ancora i segni del suo traumatico passato nel fisico (ha una zampetta claudicante, rotta a botte), ma soprattutto nel carattere. Per esempio nel giardinetto di casa non ci va, forse perché affaccia sulla strada e il rumore delle auto la spaventa, in bagno nemmeno, credo perché le piastrelle le ricordano certi ambienti poco accoglienti del canile. Ha il terrore di essere abbandonata, mi si è attaccata morbosamente e, per stare tranquilla, deve riconoscere i suoi punti fermi: l’automobile, la sua cuccetta, il guinzaglio, la mia borsa dove cerca di infilarsi quando capisce che sto uscendo. Qualche mattina fa, nonostante il caldo già incombente, mi sono decisa: dopo un paio di tentativi miseramente falliti di convincere i due reticenti, ho imbracato Kuki nella sua pettorina, l’ho messa in macchina e sono andata al parco. Appena arrivate, l’ho liberata e ho iniziato a camminare a passo svelto imboccando un sentierino che costeggia il fiume Lambro. Era molto presto, eravamo totalmente sole con quella porzione del parco a disposizione. Fantastico. Kuki è partita come un razzo, e vedere quello scricciolo saltare felice su tre zampe, rincorrere le cornacchie, rotolarsi nell’erba, seguire naso a terra le piste di chissà quale animale, mi ha aperto il cuore.
Allo stesso tempo, nel silenzio rotto soltanto dalle grida degli uccelli, dallo scroscio delle cascatelle d’acqua, dal ritmo dei miei passi sul ghiaino, ho avvertito tutti i pensieri “pesanti” mollare la presa e diventare leggeri come le farfalle sui meli selvatici che Kuki cercava di afferrare in volo. È straordinario, senza comunicare a parole, come si riescano a condividere con un cane le emozioni più forti e più semplici, soprattutto a contatto della natura. Lo stupore di un gruppo di anatrine che seguono in fila indiana la madre a pelo d’acqua, la scoperta di una tana in una balza, la sorpresa dei profumi intensi del legno umido e dei fiori appena sbocciati, la meraviglia dei raggi del sole che sfondano l’intrico delle foglie, fanno ritornare di colpo al tempo della vita in cui ogni cosa del mondo che ci circonda ci colpisce e ci incanta. Solo un bambino riesce a sentire le emozioni pure, non contaminate da esperienze deludenti o da progetti falliti o da perdite dolorose. E solo un cane può avvertire naturalmente la tua felicità di adulto immerso per qualche minuto in quella dimensione magica di gioco e libertà che non dovremmo dimenticare mai. Quando il parco si è popolato dei cultori del running, io e Kuki siamo tornate alla macchina e sul sentiero abbiamo incrociato un anziano signore che conosciamo, con il suo lupo altrettanto attempato. «Buongiorno».
«Buongiorno a lei! Mi scusi se non ci fermiamo a giocare, ma abbiamo un po’ di fretta. Ieri sono nate le anatre… le ha viste?». Il vecchio lupo puntava il fiume e lui aveva gli occhi luminosi. Proprio come un bambino.



lunedì 4 febbraio 2019

Negli occhi di una volpe




“Negli occhi di una volpe”, di Susanna Barbaglia (editoriale per Donna Moderna, 2011)

La mia casa in montagna sembra uscita dal disegno di un bambino. È uno chalet povero, isolato, alle soglie di un bosco di castagni in Val d’Aosta.Affaccia nel panorama magico di una delle valli più ampie della Regione e tra la collana di vette, spunta proprio in fondo il molare del Monte Bianco. Capita, in certe stagioni, di vivere due tramonti, quando il sole cala dietro la punta più alta e riappare qualche minuto dopo da quella di fianco, più bassa, come per dare l’ultimo saluto della giornata. D’inverno la casa affonda nella neve e il silenzio sembra ancora più sacro. Il bosco vicino, per mia grande gioia, è molto abitato: uccellini di ogni genere, da quelli piccolissimi di rovo alle cince, ai rapaci, lepri, scoiattoli, talpe, raramente ungulati e soprattutto volpi. Nella stagione del freddo, lascio sempre gli avanzi di cibo ai piedi degli alberi per nutrire tutta quella fauna in difficoltà. Ma quest’anno, arrivando per le vacanze, ho avuto l’orribile visione di gruppi e gruppi di cacciatori. Lasciano le auto al bordo della strada, armati come andassero in guerra, con anfibi e giubbotti catarifrangenti (per non spararsi l’uno con l’altro?), liberano i cani costretti da ore in gabbie anguste e poi s’infilano nei boschi. Mi sono informata e, quando ha saputo che in questo periodo si caccia la volpe, ho subito pensato a lei, la mia volpe. L’ho incontrata qualche anno fa sulla strada, proprio nel punto in cui in questi giorni stazionavano le auto dei cacciatori. Era affamata e denutrita, e grattava con le unghie insanguinate l’asfalto alla ricerca di chissà cosa da mangiare. Ero in macchina e ho rallentato per non spaventarla. Lei ha alzato il muso da terra e, mentre le passavo a fianco, mi ha guardato negli occhi e mi ha seguito. È indescrivibile cosa c’era in quello sguardo giallo scuro: lo specchio di qualcosa di selvaggio, di una fierezza antica, di un istinto atavico, l’essenza stessa della natura. Sempre agganciata a quegli occhi mi sono fermata, sono scesa dall’auto con del cibo dei miei cani e mi sono diretta camminando all’indietro nel bosco per farla allontanare dalla strada. Lei mi ha seguito da circa tre metri e non mi ha tolto gli occhi di dosso finché, dopo aver piazzato la carne in un incavo protetto fra due massi, sono ridiscesa alla macchina. Da quel giorno, per anni, ogni sera le ho portato da mangiare, sempre nello stesso punto. E quando vedevo sulla neve fresca le sue orme fino ai massi, ero travolta dall’emozione perché sapevo che mi stava aspettando e osservando da lontano.A volte la scorgevo seduta qualche metro più su, rinvigorita, il pelo gonfio e lucente e, per qualche attimo, tornavamo a guardarci negli occhi. Quando non è più riapparsa al nostro appuntamento, ho voluto pensare che si fosse addormentata nel suo bosco, e da allora custodisco il suo sguardo come un regalo della vita. Ora invece immagino gli occhi fieri della mia volpe perdere quel lampo di magia e invadersi di terrore davanti a un fucile. L’orrore della caccia è forse questo: l’incapacità di chi la pratica di guardare negli occhi la preda, l’incapacità di leggere in quello sguardo ciò che già il Buddha aveva detto: “Tutti gli esseri tremano di fronte alla violenza. Tutti temono la morte. Tutti amano la vita”.

sabato 26 gennaio 2019

Sara e Nenny

"Sara e Nenny", di Sara Gianoncelli

Il Bulldog Inglese, per dirla con Shakespeare, è fatto della materia dei sogni” ci racconta Susanna Barbaglia a pagina 85 del suo emozionante manoscritto “Facce da sballo”, e per me non esiste descrizione più corrispondente alla realtà. Sarà perché da giovane, studentessa al liceo, ho amato la forza extra tempore delle parole di Shakespeare, o forse perché da quei tempi anche i Bulldog hanno esercitato un fascino incredibile su di me, fatto sta che mi ritrovo appieno nelle parole di Susanna Barbaglia.
Per una quindicina di anni ho provato un’attrazione quasi inspiegabile per i Bulldog Inglesi: ogni volta che ne incontravo uno, il mio sguardo s’illuminava e lo ammiravo correndogli incontro. Ho iniziato allora a leggere materiale informativo sulla razza, ad andare a vederli a qualche manifestazione cinofila e addirittura a fare visita a un allevamento. Purtroppo per me, mamma non voleva nella maniera più assoluta un cane in casa, mentre papà lo desiderava quasi quanto me. Di conseguenza, mi sono accontentata di vivere solo con un peluche di Bulldog, regalatomi dal mio fidanzato dei tempi, che ancora oggi conservo come uno dei doni più preziosi.
Sono dunque cresciuta con l’irrefrenabile desiderio di amare un Bulldog Inglese, ma senza la possibilità concreta di averlo. Negli anni, per studio e per lavoro, mi sono trasferita fuori casa molteplici volte, con numerosi traslochi, quindi davvero non c’erano mai le condizioni adatte a fare entrare un Bulldog nella mia vita, ma quel sogno era sempre vivo e presente nel mio cuore.
Veniamo al 2014: nella città in cui lavora papà, vive la Signora Maria, una donna straordinaria che ha un Bulldog Inglese meraviglioso di nome Giulio. Papà le parla, dicendo che lei possiede il cane che da anni desidera sua figlia (ovvero io). Poco tempo a seguire, in una giornata di fine maggio, la Signora Maria avvisa papà che in città c’è un Bulldog che cerca urgentemente una famiglia e ci fornisce anche le fotografie del cane. Io non potevo credere a questo regalo incredibile, giunto proprio due mesi dopo il mio trentesimo compleanno. Per lavoro mi trovavo a cento chilometri di distanza ma, naturalmente, il giorno seguente mi sono precipitata a incontrare questo Bulldog Inglese, trovato grazie alla straordinaria sensibilità della Signora Maria. Piombata in città accompagnata da mia madre, che nel frattempo si era convinta ad assecondare questo mio desiderio, mi sono trovata davanti un amore rugoso tigrato di quattro anni e mezzo, veramente il sogno di una vita intera. Nenny - questo è il suo nome - ci è subito corso incontro gioioso e festante, con quello strano modo di ancheggiare tipico del Bulldog Inglese. Ci siamo guardati negli occhi lui e io, e l’ho riempito di coccole e complimenti e lui ha capito immediatamente che poteva fidarsi perché aveva finalmente trovato la sua mamma per sempre.  Mamma guidava l’automobile e Nenny è salito subito con me sul sedile anteriore, dimostrando una fiducia fuori dal comune per un cane incontrato da un’ora soltanto, e davvero determinato a seguirmi. Non vorrei sembrare esagerata, o troppo “mistica”, ma sono convinta che questo incontro sia stato il frutto di qualcosa di fortemente voluto dal cielo: mi piace pensare dal mio amatissimo Nonno, che ci aveva lasciato una decina di anni prima. Ci sono incontri, credetemi, che non avvengono per caso. Nenny si è dunque trasferito nella nostra famiglia e, spontaneamente, il primo giorno insieme ci siamo recati per una passeggiata nella montagna che tanto amava il mio Nonno, quasi a volerlo ringraziare per averci fatto incontrare. Ci vedete qui, quel giorno, nella fotografia.


Nenny fin da subito ha amato la montagna insieme a noi, tanto che è venuto a vivere a 1.800 metri con me e il mio compagno, imparando a fare lunghe passeggiate sui monti e persino ad amare la neve, dove esegue sempre le sue incredibili capriole. Nenny, ovvero la dolcezza tutta rughe, è entrato nelle nostre vite, portando una gioia infinita. Lui, con il suo cuore immenso, ha convinto anche la mia tanto reticente mamma ad amare un cane nella propria casa e persino nel proprio letto! Nenny è un coccolone diventato veramente la mia ombra, come solo un Bulldog Inglese sa essere. Noi tutti ci siamo sempre detti che la seconda possibilità di Nenny avrebbe dovuto essere di gran lunga superiore della prima, quindi gli abbiamo sempre donato tutto quanto fosse nelle nostre possibilità e lui oggi è veramente viziato, come merita. Nenny  ha girato l’Italia insieme a noi, ha addirittura imparato a nuotare al mare, è molto vanitoso quindi è persino diventato un “bullmodello” e ci ha insegnato ad amare nel senso totalizzante. Nenny ci ha fatto conoscere nell’intero Paese tante persone dalla sensibilità rara e straordinaria, perché lui è un vero dispensatore di amore. Ogni esperienza che facciamo insieme, e grazie a lui, è unica ed emozionante e dobbiamo solamente ringraziarlo per quanto ci ha regalato. Non abbiamo mai portato alcun risentimento per il suo passato, tanto che non lo raccontiamo nemmeno, perché lui per noi è stato un vero dono. Vogliamo semplicemente invitare tutti all'adozione, perché è un regalo che facciamo sia a noi stessi (l'amore di un cane adottato è impagabile), sia al cane adottato e migliora le nostre esistenze. 
Oggi Nenny ha da poco compiuto 9 anni, che per un Bulldog Inglese è un’età importante, ma spero possa condividere con noi ancora tante esperienze, perché lui, il “sogno della mia vita”, è venuto per rendere la mia esistenza di gran lunga migliore e io ho veramente bisogno della sua presenza.    


Con immenso amore 
Sara e Nenny

martedì 27 novembre 2018

Una bulla sul divano

"Una bulla sul divano", di Maria (Tita) Balzamà

È quando si desidera fare la differenza per qualcuno, solo allora qualcosa cambierà.
Cambieranno le aspettative, perché non ci saranno;
cambierà la percezione dei problemi, perché saranno sempre risolvibili;
cambierà la vita, la loro senza ombra di dubbio, ma soprattutto la nostra perché sentiremo di aver fatto bene, di aver fatto del bene, sentiremo di aver fatto la cosa giusta, dando e ricevendo tanto con veramente poco.


In questa foto c’è solo “una bulla sul divano”.
Niente di più e niente di meno di quel che vediamo quotidianamente.
Invece la foto va spiegata, solo così potrete comprenderla e apprezzarla.
Dovete provare a immaginare il freddo dell’inverno abitando nel cortile di una villetta ai piedi di una bella montagna; dovete immaginare l’umido di quando piove per giorni, e il silenzio e il nulla di un cortile dove non passa mai nessuno.
Immaginate la gioia quando arriva qualcuno a riempire la ciotola, questione di minuti, i più belli di un’intera giornata.
Dovete immaginare la solitudine, guardare una finestra illuminata dove si sente ovattato il rumore di una cena alla quale Carletta non partecipa mai.
Cinque anni di una vita così.
Non troppo lontano da quella montagna, in un’altra casa, un’altra Bulldog di nome Camilla diventa, all’età di 11 anni, una meravigliosa stella.
Amore vero e sincero per metà di una vita, una famiglia composta da Michele, Lodina e il loro figlio, distrutta dal dolore, una famiglia che non riesce a riempire quel vuoto.
Un dolore così grande non è immaginabile colmarlo, allora ecco che si desidera fare qualcosa di diverso, perché nulla sarà mai come quando c’era la loro Camilla.
Michele e Lodina decidono di offrire ospitalità per i Bulldog di EBRI, non importa nulla, età sesso patologie. Non importa: il fine è aiutare per provare attraverso quel gesto ad avere un po’ di sollievo al cuore, il fine è solo aiutare.
Nel frattempo ero stata contattata per una segnalazione: non troppo distante da dove vivo c’era una Bulldog “da dare via” relegata al fondo del cortile di una bella casa in montagna.
Nessuno lì poteva più occuparsi di quel cane.
Carletta aveva paura quando la portai via da quel cortile che era tutto il mondo che conosceva da quando era nata.
Ansimava e io ero preoccupata che non reggesse l’emozione.
Malgrado la paura, mi saltò subito in macchina, come se avesse capito, come se la mia auto fosse in realtà il treno che aspettava, quello da prendere, quello che ti cambia la vita.
Lascio a voi, alla vostra immaginazione, pensare cosa sia successo dopo, che emozioni possa aver provato Carletta guardando la tv da una cuccia morbida mentre qualcuno ai fornelli sta cucinando la cena, mentre papà è in poltrona e un ragazzo gentile prima di uscire le accarezza il fianco stampandole un bacio in mezzo agli occhi.
Carletta al centro di tutto. Finalmente amata!
Lo stallo è diventato adozione, quell’ospitalità momentanea è diventata casa, quella famiglia oggi è la sua famiglia.
In questa foto non c’è solo una bulla che dorme sul divano, c’è il bene che vince sull’abbandono, il dolore che torna ad essere amore.
Maria (Tita) Balzamà, socio fondatore e membro del consiglio direttivo dell’English Bulldog Rescue Italia
(EBRI nasce con lo scopo di aiutare i Bulldog in difficoltà, restituendo loro la serenità e l’amore, nonché una casa e una famiglia che li ami per tutta la loro vita)

venerdì 23 novembre 2018

Il gatto solitario






"Il gatto solitario", di Anna Bellisai

Anche questa mattina il gatto nero era al suo posto.
Esiste un luogo preciso che un gatto elegge a suo domicilio?
Loro sono così: vagabondi, solitari, scorbutici come certe persone, mi viene da pensare.
Questo gatto è davvero particolare.
Non è bello, il suo pelo è sempre stropicciato e poi capirete perché: ha occhi scuri e acuti, baffi non tanto lunghi e la loro forma assomiglia a un sorriso.
Ha un aspetto reale, cammina con la testa alta e il muso allungato. Brilla di luce propria, anche se sembra si sia appena svegliato.
Lui, che a me piace chiamare Squizzo, si fa vedere solo di giorno, di notte non so dove si nasconda, avrà i suoi segreti ed è meglio lasciarglieli.
Quando sorge l’alba, appena c’è un po’ di luce, mi apposto dietro i vetri del mio terrazzo e comincio a cercarlo con gli occhi.
Dovete sapere che di fronte al mio palazzo ci sono delle costruzioni abbandonate da troppo tempo (li chiamano “vecchi mercati generali”) e questo ha provocato una vegetazione un po’ disordinata e un laghetto formato dall’acqua piovana mai assorbita. Ed è proprio qui che appare Squizzo.
Si muove come un felino - del resto lo è - in questa zona mezza paludosa. All’inizio cammina molto lentamente, poi prende a “squizzare” da un lato all’altro.
Sembra veramente a suo agio, in questo luogo.
La cosa anomala per un gatto è che lui fra un salto e l’altro si tuffa e si gode i suoi bagnetti (ecco perché il suo pelo è sempre arruffato).
Vi è mai capitato di vedere un gatto bagnato?
Sicuramente no, di solito i gatti sfuggono l’acqua, ma Squizzo no!
Lui, gira indisturbato, si nasconde fra l’erba alta, dentro le case abbandonate e, soprattutto, bada a difendersi da una nemica-amica.
Volete sapere chi è?
Si tratta di una cornacchia nera come la pece, con un gran becco e zampe sottilissime: io la chiamo Signora Nora - sono certa che sia una femmina - è quasi sempre arrabbiata e quanto urla…
Anche lei si fa vedere all’alba, si apposta sopra una vecchia trave di ferro e sembra aspettare l’arrivo di Squizzo.
Appena lo vede comincia a strillare. Non conosco il “cornacchiese” però capisco che lo riempie di rimproveri.
Mi sembra di capire che gli voglia dire: «Brutto gatto, ma dove sei stato? È un’ora che ti aspetto. Io che ti concedo la mia compagnia, io che ti faccio ammirare la mia bellezza e tu che sei capace solo di ritardare ai miei appuntamenti. Se continui ancora così, ti beccherò quella brutta coda».
Squizzo nemmeno si gira a guardarla, prosegue per le sue spedizioni, e la Signora Nora comincia allora a volargli intorno, a seguirlo minacciosa. Gracida, ma lui continua a zampettare senza nemmeno alzare lo sguardo, la ignora e prosegue per le sue avventure.
Tutto ciò fa davvero arrabbiare la Signora Nora, tanto che comincia a corrergli dietro, prima con piccoli passi poi sempre più velocemente, fin quando gli si pone davanti e lo guarda con i suoi occhioni neri e Squizzo si stiracchia un po’ e poi prosegue il suo cammino.
Allora decide di seguirlo: vuole proprio capire cosa fa, questo bizzarro gatto.
Squizzo si avvicina a un mucchietto di foglie che ha portato la stagione autunnale, le annusa e poi le disperde, felice di vederle volare via.
All’improvviso una foglia si posa sulla cornacchia, sembra che le si incolli sul naso e la Signora Nora comincia a starnutire. Squizzo nemmeno si volta.
Non c’è niente da fare, lui non la considera per niente, ha altro da pensare e da fare.
A un tratto però qualcosa si muove: da una piccola zona melmosa fuoriesce prima una minuscola zampetta verde, poi un’altra. È una piccola rana incuriosita, che solleva gli occhi e si guarda intorno per capire da chi è circondata.
Squizzo le se avvicina, sembra sorriderle. Allunga la sua zampetta e le fa uno strano inchino, chissà forse pensa che si tratti di un piccolo principe!
La ranocchietta, avanza lentamente e chiede per favore se può salire sulla sua schiena, ha bisogno di un passaggio e Squizzo si presta con piacere.
È davvero troppo, tutte queste smancerie per una rana, pensa la Signora Nora. Addirittura l’inchino e a lei nemmeno uno sguardo. Lei che è molto più bella ed elegante di una piccola ranocchietta in un finto stagno!
Squizzo continua le sue esplorazioni quotidiane con la piccola rana sul dorso, annusa un fiorellino giallo nato in mezzo all’erba alta, si stiracchia come solo i gatti sanno fare e poi si mette a dormire sul tappeto di foglie.
Nora comincia a gracidare a più non posso e pensa fra sé: “Si dovrà girare un attimo questo gattaccio!”. Invece niente, nessun movimento.
La piccola rana scende a terra, guarda fisso negli occhi Squizzo e poi dolcemente raccoglie una margherita e gliela dona.
La Signora Nora corre, salta, stringe il becco: sta facendo quasi una scenata di gelosia.
D’un tratto Squizzo sente uno strano verso: “quack quack”, ma non puo essere la ranocchia, allora chi è?
Ed ecco che dall’acqua spuntano delle piccoli ali, un becco e delle zampette color del grano.
Com’è elegante, pensa Squizzo con quel color marrone lungo il corpo, il becco di un verde intenso e le zampe arancioni.
«Ciao sono Clara, l’anatra. Puoi dirmi, per favore, se hai visto passare altre anatre da queste parti?».
«No» dice il gatto.
«Puoi aiutarmi a trovarle?».
La Signora Nora nascosta dietro un cespuglio osserva la scena.
Non è possibile, pensa, ora fa conoscenza anche con un’anatra invece di guardare me che sono così bella con il mio piumaggio lucido, la voce intonata e anche un reale portamento.
Intanto Squizzo parte con Clara per il suo viaggio tra pozzanghere d’acqua, erba alta e palazzi vecchi, e sembra un esploratore senza esperienza.
Arrivati a un laghetto color del cielo pieno di anatre, Clara lo saluta e raggiunge i suoi simili.
La Signora Nora allora si tuffa nel laghetto e fa scappare le anatre che, impaurite, la seguono.
Squizzo però se ne è già andato a fare i suoi giri, a conoscere forse qualche altro strano animale.
Ormai il sole è già alto nel cielo, e Squizzo s’incammina verso il cancello: è ormai ora di pranzo, si dovrà pur mangiare.
La Signora Nora, plana su di lui, si gira su se stessa, lo guarda fisso e aspetta un suo movimento, ma poi sente uno strano verso che la fa scappare a zampe filate...
«È un topo!» esclama. «Che schifezza, è proprio brutto con quella coda arricciata!
Salvami gatto, io detesto i topi, sono così inutili, grigi, piagnucolosi».
Il piccolo topolino si chiude come una foglia accartocciata, restando immobile mentre Squizzo si avvicina lentamente facendogli un inchino, e poi torna sui suoi passi.
Dall’alto del cielo ora si sente una giovane voce: «Buongiorno gatto, sono Lello il gabbianello». Lello ha ali bianco panna e un becco simile a quello di Clara l’anatra, lui però sa fare qualcosa di speciale: sa volare in alto fra le nuvole.
Squizzo, curioso, lo guarda e gli chiede dove sta andando. Il gabbiano sorridendo gli risponde: «Nella valle del Lago Incantato».
«Porta anche me».
«Sono qui per questo».
«Ma dimmi Lello, perché ha questo nome?».
«Perché è una valle magica, i colori del lago e dell’erba si aprono come un arcobaleno dopo un temporale estivo, pieni di mille sfumature e ogni autunno là si riuniscono tutti gli animali».
Squizzo, che pensava di conoscere quella zona, si accorge di non sapere quasi niente.
Superate piccole salite, rocce, reti, fango e pezzi di ferro, si arriva a destinazione, Squizzo non può credere ai propri occhi: il lago di fronte a lui ha dei colori mai visti, l’erba è verde ma brilla come una pepita d’oro.
Vede Lino il topolino, la ranocchia e  Clara, l’anatra, manca solo la Signora Nora.
Gli animali lo invitano in uno strano ballo, in cui tutti si tengono per mano come in un grande girotondo, il sole sta tramontando ed è ora di dormire.
Squizzo cerca una cuccia per la notte, ed ecco comparire la grande assente, la signora Nora che subito inizia a beccarlo. Con l’abilità che possiedono i felini Squizzo riesce a schivarla e mentre Nora sta per sbattere contro un albero, lui apre le sue zampette e la protegge.
Nora, sorpresa, gli domanda: «Perché non mi guardi mai che sono così bella, e poi d’un tratto mi vieni ad aiutare?».
Il gentile gatto risponde: «È bello aiutare gli altri, riempie il cuore avere degli amici».
Nora dubbiosa gli chiede ancora: «Perché non mi rivolgi mai l’attenzione?».
«Se tu fossi un po’ meno prepotente e vanitosa potremmo essere amici». Lei lo guarda appena, si gira, si alza in volo e si allontana.
Squizzo, intanto, passa sotto un cancello e se ne va.
Da quel momento non l’ho ho più rivisto, forse se n’è andato da qualche altra parte a fare nuove conoscenze. Ora a girovagare nei “vecchi mercati” c’è un gatto di nome Neve, ma questa è un’altra storia.