Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

martedì 17 aprile 2018

Nerone






Nerone, di Federico Toro (tratto da “Confidenze”, numero 16, anno 2018)

Sono trascorse solo poche settimane da quel giorno e nel ricordarlo brividi di freddo percorrono la mia schiena. Sono sicura di ciò che è accaduto, non può essere stata una semplice suggestione. Credo fermamente che lui fosse lì, in quel preciso istante, in quel determinato posto.  

La storia inizia alcuni mesi fa. Nella mia struttura a Chatillon (in provincia di Aosta), dove ospito cani abbandonati e salvati dai canili spagnoli, arriva Nerone, un incrocio forse tra un molosso e un pastore, un cane dolcissimo e affettuoso. Un gigante buono, come ho amato definirlo. E se avesse avuto il dono della parola mi avrebbe raccontato tutte le sofferenze e i patimenti vissuti nella sua vita.
Salvato dalla volontaria Mariarosa da una fine quasi certa, era stato trasferito presso una pensione in Piemonte in attesa di un’adozione. Un ragazzo si era dimostrato disponibile, e finalmente per Nerone stava per prospettarsi un futuro sereno e colmo di affetto. Ma le aspettative erano svanite in un batter d’occhio. Per motivi lavorativi, quel ragazzo era costretto a retrocedere. Così, è avvenuto l’incontro con il gigante buono. Mariarosa disperata per l’ennesimo tentativo fallito, mi ha pregato di tenerlo con me al campo. Ho accettato con gioia la sua richiesta. Quando i miei occhi hanno incontrato i suoi è scattata una scintilla difficile da spiegare a parole. Però, ero molto preoccupata. Con l’inverno alle porte occorreva al più presto cercare una famiglia pronta a ospitare Nerone.

In tempi brevissimi sembrava fosse arrivata l’occasione giusta. Una ragazza entusiasta di Nerone decise di prendersene cura. Invece dopo alcune settimane lo riportò al campo con una motivazione infantile: «Non riesco a gestirlo».
Io, invece, non riuscivo a comprendere. Nerone, il classico cane da casa, docile, ubbidiente. Impensabile poter riscontrare difficoltà nella gestione. Forse, le ragioni erano altre e poco edificanti. Oltretutto, lo trovai anche dimagrito, e preoccupata consultai immediatamente il veterinario. Per fortuna, il dottore mi assicurò della sua buona forma. Così, nel giro di un mese si è ripreso alla grande. E in sua compagnia ho vissuto momenti meravigliosi. La mattina presto, appena aprivo i cancelli del campo mi veniva incontro felice, pronto a indossare la pettorina per la consueta passeggiata. Mi spingeva con il muso quasi a voler dire: “Dài, che aspetti, portami a passeggio”.
Andava d’accordo con tutti grazie al suo carattere straordinario. Aspettava con pazienza certosina la sua pappa, mentre gli altri cani del gruppo reclamavano il cibo in modo più prepotente. E poi, amava farsi spazzolare. Si metteva a pancia all’aria e le volontarie lo spazzolavano e lo coccolavano per ore. Era diventato il beniamino del campo.
Mi viene un groppo alla gola quando rievoco quella mattina. Come ogni giorno arrivai alla struttura per dare da mangiare ai miei amici animali. Mi si presentò davanti una scena devastante. Lo vidi nella sua cuccia disteso, immobile, privo di vita. Un dolore così lacerante, così violento da spaccarmi il cuore. Le lacrime scesero copiose sul mio viso. Tutto inutile. I pianti e la disperazione non avrebbero riportato in vita Nerone.
La causa del suo decesso, accertata dalla veterinaria, era da imputare a un infarto. Ora, con tatto e delicatezza dovevo comunicare la triste notizia a Mariarosa. Trovai la forza per farlo e un coraggio che non pensavo di possedere.
Erano trascorsi alcuni giorni da quel tragico evento. E ogni volta che arrivavo alla struttura avvertivo una stretta al cuore. Nonostante la nostalgia e la tristezza, la vita del campo andava avanti tra molte difficoltà. La neve non avvantaggiava il nostro lavoro. Iil mio pensiero era sempre rivolto a Nerone. Mi sembrava di vederlo dappertutto. Riuscivo a percepire i suoi occhi su di me. Una strana ma piacevole sensazione.
Poi, è accaduto qualcosa a cui è difficile dare una spiegazione. Puoi solo crederci.
La neve già disciolta aveva lasciato una lastra di ghiaccio davanti alla roulotte nella quale conservo le scorte di cibo, le ciotole e tutto l’occorrente per i miei amici.

Durante la preparazione del pasto la mia attenzione è stata catturata da un rastrello di quelli che servono per raccogliere la paglia necessaria per riscaldare le cucce nei mesi invernali. Essendo al centro del campo, mi sono preoccupata per l’incolumità dei cani. Così, ho sistemato il rastrello su un lato della roulotte. E in quel momento sono scivolata a peso morto sulla lastra di ghiaccio. A faccia in giù, senza alcuna possibilità di attutire la caduta con le mani. Non ho avuto il tempo di capire e subito mi sono rialzata. Sono scoppiata a piangere, convinta di aver il viso ridotto a una maschera di sangue. Nel frattempo mi ha raggiunto mio marito che aveva assistito alla scena. Ho cominciato a tastarmi il naso, la bocca e l’intera faccia certa di essermi procurata gravi ferite. Nulla. Sul mio viso, inspiegabilmente, non vi era un graffio.
«Hai avuto davvero un bel colpo di fortuna» sono state le parole di mio marito. E come dargli torto. Con il passare dei giorni ho ripensato spesso all’incidente raccontando l’accaduto nei minimi dettagli a parenti e amici. E nel riportare l’episodio ricordavo sempre una particolare percezione: come se fossi caduta su qualcosa di morbido.
All’improvviso, ho rielaborato il tutto e ancora tremo al pensiero. Lo spazio formato dalla lastra di ghiaccio su cui sono scivolata era il posto preferito da Nerone. In quel punto preciso mi aspettava ogni giorno sdraiato in attesa della pappa. Possibile che mi abbia voluto salvare da chissà quale drammatico epilogo? Sì, io voglio crederci. Forse, posso apparire matta, ma sono sicura. Quella sensazione di morbido apparteneva a Nerone.
Quando ho raccontato la vicenda alla volontaria Mariarosa, le sue parole, incrinate dall’emozione, hanno confermato ciò che il mio cuore sentiva. «Sai, Rosita, non mi stupisco, io ho sempre considerato Nerone un angelo».
E quel giorno, nel campo, il mio angelo, il mio gigante buono era lì per me.        

giovedì 12 aprile 2018

Quando ad andarsene è il tuo amico a 4 zampe

"Quando ad andarsene è il tuo amico a 4 zampedi Susanna Barbaglia (“Donna moderna” nr 17-10 aprile 2018)
Mi dicono che avevo tre anni quando con mia madre incontrammo l’enorme lupa del tabaccaio. Avevo tre anni, eppure ricordo benissimo quell’episodio perché fu l’inizio di una relazione con i cani che finirà insieme a me. Mi divincolai e sotto gli occhi terrorizzati di tutti, gettai le braccia al collo di quell’animale maestoso. Infilai il viso dentro al suo pelo, annusai il suo odore e avvertii quello che oggi definirei un senso di appartenenza straordinario. Ero una bambina chiusa in un mondo a parte. Non parlavo e, nel tempo, mi sono convinta di aver sofferto nella prima infanzia di un disturbo lieve di autismo. Con la lupa le parole erano inutili. Ci parlavamo con il linguaggio silenzioso e atavico degli occhi, delle carezze, dei mugolii, del gioco, dell’empatia. Dell’amore. Alla mia lupa devo un insegnamento fondamentale: la magia della nostra diversità. Non ho mai umanizzato i miei cani, nemmeno quando più avanti molti dicevano che il non poter stare senza un cane dipendeva dal fatto che ero sterile. Che banalità, almeno per quanto mi riguarda. Certo, il rischio di fare confusione è altissimo, ma a mio parere se avviene è un dramma, è malattia. Forse, grazie a quella lupa, il cane, per me, è sempre stato straordinariamente e semplicemente il cane. Un compagno di un’altra specie animale che ti offre il dono dell’amore assoluto, un sentimento unico e parallelo a tutti gli altri e la fantastica opportunità di una relazione in connessione diretta con la tua parte più autentica e bambina. Hanno un unico difetto i cani: vivono molto meno di noi ed è consigliabile assimilare bene il concetto perché il dolore di perderli è davvero atroce. Un dolore sordo, molto privato, che non tutti capiscono o condividono. La fine della vita di un cane, poi, richiede un difficile atto d’amore che mette a dura prova egoismo e coraggio umani. Lui non ha senso del tempo né dell’età che avanza, con te è sempre lo stesso. Che tu l’abbia adottato cucciolo o già adulto, il tuo cane nel corso della sua vita è un’estensione viva e palpabile delle tue emozioni. È felice se tu sei felice, è disperato quando sei triste, soffre quando sei malata, si arrabbia se ti feriscono. Con te verrebbe ovunque. Ma quando il suo tempo è scaduto, lui lo sente e ti “avvisa”. Tutti i cani che mi hanno lasciato hanno avuto lo stesso atteggiamento: nei loro occhi leggevo più il bisogno di proteggere me che il senso della loro morte. Sembrava volessero comunicarmi che era il momento di separarci. Ma farei un passo in più: i cani arrivano a farti capire quando hanno bisogno del tuo aiuto per andarsene. E siccome il 90 percento di loro non muore naturalmente, a quel punto il prezzo da pagare per la gioia di averli avuti è altissimo. Tu non ti staccheresti mai, cerchi scuse, valuti qualunque cura alternativa anche se lo sai bene che non c’è più nulla da fare. Ecco, è in quei momenti, nello strazio più profondo, che in me riemerge la lezione della lupa e, nel rispetto della sua diversità, per tutto l’amore che ho ricevuto, ascolto e accompagno il mio amico fino in fondo. I miei cani si sono quasi tutti addormentati fra le mie braccia. Ho parlato con loro fino alla fine, li ho accarezzati fino all’ultimo respiro, li ho ringraziati sforzandomi di mostrarmi forte e di non versare una lacrima. Con ciascuno, in quel momento, siamo stati “noi due”. Insieme. C’è una bellissima leggenda inglese secondo la quale, proprio perché vivono meno di noi, i nostri cani hanno un’unica anima che trasmigra dall’uno all’altro per accompagnarci con lo stesso amore tutta la vita. Io ci credo.

giovedì 29 marzo 2018

Io vegetariana da oltre 30 anni






Io vegetariana da oltre 30 anni, di Cristina Veronese

In questi giorni prepasquali  leggo sui social post idioti di pura intolleranza. Mi permetto di scrivere perché vorrei difendere non i vegetariani, non i vegani e non gli onnivori, ma vorrei difendere un dono prezioso contenuto nell’uomo: la coscienza. Vivo all’estero da più di 20 anni e ho imparato a riconoscere cosa ho portato con me della cultura italiana e cosa ho selezionato di quella straniera. La prima cosa che ho imparato è la seguente: occorre conservare la propria identità e assecondare le idee straniere se sono migliori; si chiama adattamento ed è un processo fondamentale per vivere bene con se stessi e gli altri. Il secondo passo è stato non imporre mai le mie idee: i miei figli non sono vegetariani, ma conoscono le ragioni per le quali io lo sono. Il fascismo, di cui si parla tanto in questi ultimi tempi, non limitava l’espressione: la comandava. Non era “non dire” ma “devi dire” ( è una citazione di cui non trovo più la fonte, ma mi è rimasta in mente). Questa imposizione: NON mangiare carne, NON uccidere l’agnello, NON comprare la pelliccia; NON mi piace. E soprattutto non mi piace chi condanna chi la pensa diversamente: si tratta semplicemente di intolleranza ed arroganza. Secondo me, questo metodo di imporre il proprio pensiero con violenza verbale o fotografica è fortemente controproducente e lo scrive una vegetariana che non mangia carne e pesce dal 1987, che indossa scarpe di plastica tutto l’anno e che ha scritto un racconto dando voce ad una gallina di allevamento intensivo. Penso, concludendo, che sia un problema di tradizioni, di cultura (“la nonna, la mamma li ha sempre cucinati”: già questo i miei figli non potranno dirlo) e soprattutto di coscienza: io non volevo mangiare una bistecca perché per me non era semplicemente carne ma una parte anatomica di un essere allevato e ucciso dall’uomo per l’uomo. E alla frase “... ma è naturale: è sempre stato così” che ho ascoltato migliaia di volte, controbatto: “L’evoluzione dell’uomo, per fortuna, continua...”

giovedì 25 gennaio 2018

Maestra di vita







"Maestra di vita"
di Susanna Barbaglia (editoriale per “Confidenze tra amiche” numero 5-2018)

Non lasciatevi fuorviare dalla foto del cane qui sotto. Il cane è uno spunto. Lo spunto vivo e senziente di un esempio emblematico di educazione di sensibilità e amore da parte di un adulto verso i giovani (e non solo). La storia si è svolta a Casal Velino (Salerno) e l’ha rivelata in un post su Facebook Vittoria, una volontaria, una fra gli angeli degli sfortunati randagi del sud. “... una ragazzina arriva alle 8.30 a scuola piangendo e la professoressa le chiede cosa è successo... Ho visto un cane accasciato sul marciapiedi sotto la pioggia ma papà non ha voluto fermarsi. Appena finita la lezione la professoressa si precipita seguendo le indicazioni... Sono le 9.15 chissà quante auto sono passate ma il cane è ancora là sotto la pioggia tremante... cerca di seguire la procedura... ma nessuno arriva e il cane non può stare lì...”. Dal proseguo del post si deduce che Patrizia, l’insegnante, ha caricato senza indugi il cane in macchina (nella foto), l’ha portato dal veterinario e poi al sicuro in un rifugio. Ora, provate a contare quanti sentimenti ha messo in moto Patrizia in pochi attimi. Verso l’allieva: empatia, ascolto, comprensione, conforto, complicità emotiva. Verso l’animale: compassione, rispetto del dolore di una creatura vivente, accudimento, soccorso al di là della vana burocrazia, difesa, protezione degli ultimi più ultimi. In sostanza, ha dato una precisa lezione d’amore. Vi ho raccontato questo episodio perché sono profondamente convinta che alla base della violenza raccapricciante registrata quotidianamente fra i nostri adolescenti, vi sia la totale mancanza di educazione ai sentimenti attraverso fatti-esempio concreti da parte degli adulti di riferimento, genitori in testa. E perché credo che sia proprio quel deserto interiore di emozioni che spinge i giovanissimi a trovare riconoscimento di sé nella prevaricazione dei più deboli. “Grazie alla mia amica che spero possa essere per questi ragazzini come per i nostri figli una maestra di vita. Quello che tanti genitori non sono” , scrive ancora Vittoria. Imitiamo Patrizia: le occasioni per allenare la futura “umanità” sono tante, anche quelle per alcuni insignificanti. Come soccorrere un randagio ferito sulla strada, sotto la pioggia.

giovedì 18 gennaio 2018

Un angelo peloso







“Un angelo peloso”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Raffaella Gambogi, da “Confidenze tra amiche”, anno 2013)


La storia che vi voglio raccontare comincia nel 2006, con l'arrivo di Honey in casa mia. Piccola, tenera, pelosa, dolce e morbida: una cucciola di razza yorkshire terrier. L'accarezzavo, me la stringevo fra le braccia e già le volevo un bene grande così, anche se non sapevo che, nel tempo, per me e il mio compagno sarebbe diventata una sorta di “salvavita”. Honey si integrò nella nostra casa e nella nostra famiglia alla velocità della luce. Noi la chiamiamo Honey, ma ha un nome più lungo di lei: Honey Moon dei Torregliani. "Luna di miele", un nome molto dolce, vero? 
La piccola cresceva sempre più innamorata di noi. Mi divertii ad allenarla per le gare di Agility e devo dire che questo ci avvicinò ancor di più l'una all'altra. Sia per lei che per me fu un bellissimo gioco. Un gioco che mi permise una comunicazione migliore con lei, perché mi portò a capire il suo modo di esprimersi. Un linguaggio vario e articolato, fatto di sguardi, di posture del corpo, di movimenti della coda, di guizzi di orecchie, di modulazioni della voce e di mille altre sfumature ancora. Ma prima di continuare a raccontarvi di lei, devo parlarvi di un grande problema di Pino, il mio compagno: lui è diabetico. È insulino - dipendente. La sua terapia è abbastanza complessa e prevede anche quattro iniezioni di insulina quotidiane. Nonostante ciò è soggetto a crisi ipoglicemiche che possono arrivare a sorpresa, sia di giorno che di notte. Fino a circa sei anni fa avvertiva il sopraggiungere di una crisi anche durante la notte: si svegliava, riconosceva al volo i sintomi e ricorreva al rimedio risolutore: medicinali o zucchero. I problemi si fecero enormi nel momento in cui si rese conto che le crisi ipoglicemiche cominciavano a sopraggiungere senza preavviso. Cosa sarebbe successo durante la notte, in balia di crisi prive di segnali e sintomi che lo svegliassero? Le risposte erano drammatiche: Pino sarebbe passato dal sonno al coma e poi alla morte.
Eravamo disperati e arrancavamo nella ricerca di soluzioni che non c'erano. Poi successe una cosa che ci lasciò a bocca aperta. Era una sera come tante altre e dopo esserci attardati a guardare un po' di programmi televisivi, ci preparammo per andare a dormire. Come ultimo atto portai Honey in giardino per fare pipì. Rimasi là un po', con gli occhi persi nelle stelle di quel cielo sereno, concedendomi qualche lacrima di nascosto per la situazione in cui si trovava il mio Pino, mentre la piccola si divertiva a esplorare cespugli e aiuole. Poi la presi in braccio e rientrammo. Le lavai e asciugai le zampine e raggiunsi il mio compagno. La cagnolina, come sempre, si accoccolò sul letto, fra noi due. E infine ci addormentammo tutti.
Nel cuore della notte Pino fu svegliato violentemente da Honey.
Lei, grande come un soldo di cacio, si era trasformata in una tigre: gli graffiava furiosamente il viso e abbaiava con tutta la voce che aveva.
Mi svegliai di soprassalto anch'io e stranita osservavo la scena.
Pino si arrabbiò, e per la prima volta in vita sua sgridò Honey: «Che cosa stai facendo? Sei una cagnolina brutta!».
Io istintivamente presi subito le difese della piccola e circondandola in un abbraccio urlai a Pino: «Ma Honey è...». Fui subito interrotta da lui: «Raffaella, sono in crisi ipoglicemica, mi sento debolissimo. Sto male». Vidi che tremava. Conoscevo quei sintomi. Gli portai di corsa un po' di zucchero. Pino cominciò a sentirsi meglio. Volle che gli mettessi vicino Honey e prese ad accarezzarla, piano. Mentre la guardava, con gli occhi umidi, le chiedeva scusa per averla sgridata e le diceva che era la cagnolina più bella del mondo. Poi, rivolto a me, mormorò: «Raffaella, la nostra Honey questa notte mi ha salvato la vita».
Io sentivo nel cuore un miscuglio di emozioni che mi toglievano il fiato: terrore per il pericolo corso dal mio compagno, sorpresa e gratitudine nei confronti della mia cagnolina, e un amore per entrambi che sentivo così incontenibile dopo lo shock appena vissuto. Non riuscivo a parlare: ridevo, piangevo e li abbracciavo. Honey eccitata baciava un po' me e un po' Pino. Quella notte non dormimmo più. Restammo a letto a coccolare la piccolina. Fu Pino, a un certo punto, che parlò di ciò a cui tutti e due stavamo pensando da un pezzo: «Honey mi ha svegliato appena in tempo, ma sicuramente è stato un caso».
Non fu un caso!
Successe ancora e ancora. E continua pure adesso. Ogni volta che Pino va in crisi durante il sonno, la piccola lo sveglia con la stessa violenza. Lui prende dello zucchero o il farmaco adatto, scongiurando così ogni pericolo. E la vita continua.
Come fa Honey ad accorgersi della crisi che arriva? Perché si precipita a svegliare Pino? Non lo so.
Abbiamo fatto mille ipotesi, ma non ci sappiamo dare spiegazioni razionali.
E non è finita qui! Da un po' di tempo con noi c'è anche un'altra yorkina, si chiama Gea. È molto più giovane di Honey.
Anche lei dorme sul letto con noi.
Anche lei sveglia Pino in caso di crisi.
È incredibile, vero?
Gliel'ha insegnato Honey?
Lo fa di sua iniziativa?
Risponde a un istinto proprio di ogni cane?
Ancora una volta rispondo che non lo so. Ma succede. È un dato di fatto. Io comunque sono dell'idea che glielo abbia insegnato Honey.
Credete che basti così? No! La serie degli episodi straordinari continua, perché venne anche il mio turno. Una sera ero sola in casa, be', per precisione rettifico: sola, con le mie cagnoline. Non mi sentivo molto bene. Guardai l'orologio, erano le ventidue e trenta e Pino non era ancora rientrato dal lavoro. In quel momento squillò il telefono. Era lui. Mi chiamava dall'automobile per dirmi che sarebbe arrivato a casa di lì a poco. Mentre ascoltavo le sue parole il mio malessere si acuì. Gli risposi: «Va bene, la cena è pronta». Feci giusto in tempo ad aggiungere: «Non mi sento tanto bene». Poi persi i sensi. Caddi a terra e con me il cordless. Pino, dall'altra parte del telefono, naturalmente non sentì più la mia voce.
Pensò che fosse caduta la linea, continuò comunque per qualche istante a gridare: «Pronto, Raffaella, pronto!». Stava chiudendo la comunicazione quando sentì Honey che abbaiava furiosamente. A quel punto capì che mi era successo qualcosa. Non perse tempo: telefonò al 118 e pigiò il piede sull'acceleratore. Arrivarono insieme, lui e l'ambulanza. Mi trovarono distesa a terra con una agitatissima Honey accanto. Mi prestarono i primi soccorsi, usando anche il defibrillatore, perché il mio cuore si era fermato. Poi mi portarono all'ospedale a sirene spiegate. Mi salvò la tempestività di intervento. Se Honey non avesse abbaiato freneticamente nel microfono del cordless, io non sarei qui a raccontare.
Be', veramente senza di lei non ci saremmo più né io, né Pino. Come potete immaginare le nostre cagnoline sono sempre con noi, ventiquattro ore su ventiquattro. Siamo inseparabili, legati a doppio filo. Certo che il loro comportamento è un po' fuori dal comune. Di tanto in tanto, mentre le accarezzo, mi piace pensare che qualche volta Dio ci mandi degli angeli così, travestiti da cani.

mercoledì 17 gennaio 2018

Codice 3







“Codice 3”, di Cristina Veronese

Siamo in tante, ognuna diversa ma tutte con lo stesso futuro: dentro.
Dalla finestrella della mia cameretta un tempo vedevo le altre, ora non vedo più nulla ed ascolto. La mia vicina dice che ho guardato troppo il sole e il lampeggiare dei suoi tramonti. Quando ero piccola potevo muovere le mie braccia e avrei voluto tanto volare fuori. Poi sono cresciuta, tentavo di spalancarle ma sentivo solo tanto dolore; ora non sento più nulla e non riesco a staccarle dal corpo, non le sento neanche più. Siamo qui da così tanto tempo... Alcune sono riuscite ad andarsene e ci sto tentando anch’io: «Meno produci, prima te ne andrai!». Così hanno fatto le altre; a poco a poco hanno diminuito la razione di cibo e di conseguenza anche la produzione. Le hanno portate via, ora sono libere. Tempo fa sono arrivate delle nuove; loro sono state là fuori e ci hanno raccontato che là tutto è diverso. Ci hanno parlato di cose che possiamo solo immaginare: terra, erba, aria, profumi, colori e cielo. Ci hanno detto che la luce che fissiamo non è il sole, che le barre su cui ci accovacciamo non è la terra, che l’odore qui è insopportabile, che il cielo fuori è immenso, che il cibo là è delizioso e fresco e che esistono tanti esseri differenti da noi. Creavano troppo scompiglio e non producevano abbastanza, le hanno portate via ed ora sono libere.
Mi hanno lasciato un messaggio che devo ancora decifrare: “Il codice delle tue uova inizia con il numero 3”.


Firmato                 
Una gallina che voleva volare

lunedì 15 gennaio 2018

Celestino







"Celestino", di Grazia Rombolini

Spesso, al mattino presto, facendo un po' di footing, mi trovo sulla strada che porta al Reggino, una salita niente male che però ricompensa con un panorama mozzafiato. Tra le colline ammantate da vitigni, olivi argentati e boschi ancora selvaggi, si staglia il borgo ridente di Valletta: la pieve medioevale, la piazzetta con i piccoli portici, il viale dei tigli dal profumo inebriante, i giardini a ridosso del piccolo campo da calcio. Il 7 gennaio di qualche anno fa, sotto un cielo che prometteva una giornata fredda ma serena, stavo arrivando sulla cima quando, improvvisamente, è sbucato un ciuchino dall'aria triste e preoccupata. Mi sono avvicinata senza indugio, cercando di fargli una carezza tra le lunghe orecchie asimmetriche - una alzata e l'altra abbassata - quando ho udito una voce spezzata: “Mi chiamo Celestino, ero l'asinello del presepe in città, ma oggi tutto è stato smontato, tutti sono partiti, il bue mi ha consigliato di trovarmi un'altra sistemazione e io mi sono perso. Ah! Non è più il Natale di una volta, quando il presepe era una festa per grandi e bambini e io ero una figura importante e considerata! Ti prego, sono molto triste, avrei bisogno di un amico che mi voglia bene e che mi dia un luogo dove stare, naturalmente in cambio di servigi che potrei offrire, vedi… sono giovane e forte!”.

Ho pensato subito al vecchio Gaetano, rimasto vedovo da poco, al quale era morto anche l'amato cane Pinko. Lui viveva da solo in una grande casa colonica circondata da una piccola vigna, qualche olivo e un ricco orto coltivato con amore. Celestino avrebbe sicuramene trovato un amico e Gaetano un valido aiuto per i suoi lavori agricoli. L'incontro fu subito colpo di fulmine per entrambi: forse il miracolo del Natale. Gaetano mi abbracciò riconoscente e Celestino mi lavò la faccia con una affettuosa leccata. Talvolta li incontro, sulla strada del Reggino... non so se è stata realtà o fantasia il mio colloquio con Celestino ma so che sicuramente, sia lui che Gaetano mi sorridono e mi strizzano un occhio in segno di intesa e complicità.