Il nostro prossimo è tutto ciò che vive (Gandhi)

martedì 10 ottobre 2017

Tiene il ragno un gomitolo d'argento





Tratto da “Tiene il ragno un gomitolo d'argento”
di Emily Dickinson 

Tiene il ragno un gomitolo d'argento
Con due mani invisibili
E in una danza dolce e solitaria
Sdipana il filo di perla.
Di nulla in nulla avanza
Col suo lavoro immateriale.
Ricopre i nostri arazzi con i suoi
Nella metà del tempo.
Gli basta un'ora ad innalzare estreme
Teorie di luce.

mercoledì 27 settembre 2017

Mickey e gli altri sfigatti







“Mickey e gli altri sfigatti”, di Antonella Tomaselli (storia vera di Loretta Marcucci, da “Confidenze tra amiche”, numero 38, 2017)


5 dicembre 2014. Era un giovedì. Notte piena. Dormivo. Mi strappò dal sonno un trillo insistente. Continuo. Era il telefono. Istintivamente guardai il nome che compariva sul display: Giovanni, un mio amico. Giovanni?! Cosa poteva essere successo? Allarmata, con l’adrenalina in subbuglio, e ormai ben sveglia, risposi con un “pronto” impastato d’ansia.
«Sono appena uscito da un locale e in mezzo alla strada, proprio davanti a me, c’è un gattino che trascina le zampe posteriori. Ha bisogno d’aiuto, ma non so cosa fare» mi disse Giovanni tutto d’un fiato. Dall’altra parte del telefono io pensavo in fretta: “Se strascica le zampe si tratta di una faccenda seria”. «Deve essere subito soccorso» gli dissi. Gli diedi l’indirizzo dei miei veterinari e Giovanni ce lo portò immediatamente. Loro - nel frattempo li avevo avvertiti - se ne presero cura all’istante e dissero al mio amico di tornare il giorno dopo per avere notizie.
Stop un momento, prima di continuare vi devo qualche piccola spiegazione. Scommetto che vi sarete chiesti: perché un ragazzo che nel cuore della notte trova per strada un gatto malridotto, telefona a Loretta? Domanda più che lecita. Ebbene, io mi occupo di tutti gli sfigatti. Li chiamo così. Sono quei gatti che, malati, spelacchiati, storpi e malconci, non vuole mai nessuno. E amici e conoscenti lo sanno. E quando hanno bisogno si rivolgono a me. Non rappresento un’associazione né un rifugio, sono semplicemente una gattofila, o una gattomane, se preferite. Mi piacciono tutti i gatti, fin da quando ero piccolissima e rubavo fette di prosciutto dal frigorifero per buttarle, dal balcone, ai tanti randagini. Veramente, mi piacciono tutti gli animali, ma loro, i gatti, sono la mia passione più grande. Me ne occupo da vent’anni. Intensamente. E tra tutti i gatti, gli sfigatti mi prendono il cuore ancora di più. Ma torniamo al mio amico e al trovatello. Cosa successe il giorno dopo? Giovanni tornò dai miei veterinari. Il gatto era sedato perché gli avevano fatto una serie di esami. Le notizie erano pessime: il piccolo era stato investito da un’auto e la sua colonna vertebrale era spezzata in due punti. Le zampette posteriori erano completamente insensibili. Quel micino - era un cucciolone di circa sei mesi - se fosse sopravvissuto, che vita avrebbe potuto avere? I veterinari consigliarono l’eutanasia. Avrebbero potuto dargli subito la dolce morte perché era già anestetizzato. Giovanni però volle prima sentire il mio parere e mi chiamò. Ero in una importante riunione di lavoro, ma mollai tutto e mi chiusi in uno dei bagni per rispondergli. Incurante di chi mi poteva sentire mi misi immediatamente a urlare: «No! Non potete ucciderlo! Non permettetevi! Ha diritto a un tentativo! Svegliate quel gatto!».
«Ma chi si potrà poi occupare di lui? Io non posso, sto prestando il servizio militare» ribatté Giovanni.
«Lo terrò io!» risposi d’impulso. Ecco, cominciò così l’avventura. Il mio amico portò il gatto in una clinica che gli avevo suggerito: là se ne sarebbero potuti prendere cura ventiquattro ore su ventiquattro. Nel frattempo gli aveva pure dato un nome: Mickey. Be’, era stato trovato il 5 dicembre, anniversario della nascita di Walt Disney, il creatore di Mickey Mouse, e quel gatto ce l’aveva proprio un faccino da cartoni animati. Lo vidi, per la prima volta, un paio di giorni dopo. Un cucciolotto. Rasato qui, là, su, giù. Un collare elisabettiano gli impediva di strapparsi la sfilza di tubicini infilati nel suo corpo. Le zampe posteriori come morte. Il nasino con un po’ di scolo. Insomma, uno straccetto. Uno straccetto di pelo rosso, dove però spiccavano due occhi di smeraldo. Spaventati. E arrabbiati. Appena mi avvicinai, mi soffiò. Forte. Ma io mi ero già innamorata. Per come sono fatta, era inevitabile. Me lo portai a casa il 24 dicembre, volevo che passasse il Natale con me. Fu un bel Natale.
Sopravvissuto all’incidente, Mickey però era sempre paralizzato e io dovetti imparare, dai veterinari, anche a “spremerlo”, per aiutarlo a fare i suoi bisogni. Da solo non riusciva.
Serviva pure una stanza tutta per lui, perché non era possibile, nelle sue condizioni, lasciarlo con gli altri miei gatti. Ma io mica ce l’avevo. Mi aiutarono due splendide amiche che a turno tennero Mickey in casa con loro. Io mi presentavo puntualmente per prendermi cura di lui, più volte al giorno.
Quando, lasciati i miei genitori, andai a vivere in un nido tutto mio, portai Mickey con me. Il tempo passava e io non mollavo. Lui nemmeno. Fisioterapia, un carrellino fatto apposta per lui, esami, terapie e dei tutori che gli metto anche adesso, quando lo lascio solo, per paura che possa cadere e farsi male. Intanto anche lui si era innamorato di me: per Mickey ero, e sono tuttora, la “mamma” che gli permette di vivere. Lui lo sa. Ma tenetevi forte, perché adesso arriva il bello! Nel mese di giugno del 2015, contrariamente a ogni previsione scientifica, il mio stupendo Mikey cominciò a reggersi sulle zampe. Sì, avete letto bene! Un miracolo! Prima la gambetta destra, poi la sinistra. Piano piano, oltre che a reggersi, cominciò a muoversi. Io lo aiutavo, come si fa con i bambini che imparano a camminare. Ok, la sua è una camminata un po’ strana. Ma cammina. E dietro le buffe faccette che mi fa quando mi vede, c’è tutto il suo amore per me.
I miracoli non sono finiti: non lo sa ancora nessuno - proprio nessuno! - ma ieri Mikey, per la prima volta, ha fatto una goccina di pipì da solo. Sulla traversina. E poi con la zampetta davanti, faceva dei movimenti per nascondere quella fantastica macchietta di urina. Non credevo ai miei occhi! Eppure era vero. E oggi l’ha fatto di nuovo! Mickey è un fenomeno e io sono al settimo cielo. Bisogna credere ai miracoli. Perché possono accadere. A casa mia ci sono tanti altri gatti, tutti sfigatti. Ce n’è uno a cui manca una zampa, un altro che è cieco, e via di questo passo. Poi c’è il reparto dove tengo gli affetti da immunodeficienza felina, accuratamente separati dagli altri. Dal 27 agosto scorso, tutte le domeniche vado nelle zone terremotate: porto cibo, acqua, coperte per i gatti che vivono lì. I cuccioli li ho fatti adottare da amici e conoscenti. I malati gravi li ho portati a casa mia. Quelli rimasti sono distribuiti in sette punti diversi, nei dintorni di Accumuli. Certamente è più facile occuparsi di un cucciolo bello e soffice come un batuffolo, ma… e tutti gli altri? Gli scarti?
Ecco, quelli che le eutanasie le hanno guardate in faccia, con me hanno una possibilità in più. Do voce ai più deboli. E questo non vale solo per i gatti. Perché lo faccio? Non so. Sono nata così. E non posso comportarmi diversamente. Dedico a loro tempo, soldi e lacrime. Però rientrare a casa ed essere accolta da Mickey che cammina e che fa le fusa come un trattorino, non ha prezzo.



mercoledì 20 settembre 2017

A proposito di cani







"A proposito di cani"
di Susanna Barbaglia (editoriale per “Confidenze tra amiche” numero 39-2017)


In famiglia mi hanno sempre descritta come una bambina silenziosa e molto paurosa. Un po’ me lo ricordo anch’io quel panico immotivato fosse anche per una semplice carota. Non ho parlato fino a quasi tre anni e solo per esprimermi con un linguaggio incomprensibile a tutti, e sono sicura che, se fossi nata oggi, verrei sicuramente annoverata dagli specialisti fra i casi al limite dell’autismo. Questa mia difficoltà di comunicazione ebbe però una svolta imprevista nell'incontro con la lupa del tabaccaio sotto casa. Un pomeriggio ero a spasso con mia madre quando, all’improvviso, l’enorme Pastore Tedesco lasciò la soglia del negozio e mi si avvicinò. Libero. Ricordo tutto nel dettaglio di quell’attimo magico che mi spalancò di colpo una finestra nell’anima mai più chiusa: spinta da un’attrazione irrefrenabile, buttai letteralmente le braccia al collo di quell’animale truce e maestoso sotto gli occhi increduli e terrorizzati di mia mamma. Dovetti alzarle le braccia, dunque immaginate quanto ero piccina. Immersi la faccia nel suo collo (risento ancora la carezza del pelo sulle guance, il suo odore) poi mi staccai e la guardai negli occhi. Iniziò con quella lupa la consapevolezza straordinaria del dono impagabile di una comunicazione che non ha bisogno di parole. Una comunicazione epidermica, archetipica, essenziale, istintiva, unica perché fra specie diverse e senza pregiudizi. Ogni volta che ci incontravamo, la lupa mi si affiancava protettiva, materna, complice. Si lasciava abbracciare e mi ascoltava “parlare”. È stato quell’abbraccio alla lupa a farmi piangere poi allo zoo o al circo alla vista degli animali privati della loro libertà, a farmi soccorrere uccellini caduti dal nido, gatti feriti e, nel tempo, a impegnarmi per i diritti degli animali, ma, soprattutto, a non poter fare a meno dell’indispensabile, complementare e terapeutica vicinanza di un cane. Ne ho avuti tanti e per ciascuno di loro provo una profonda gratitudine. Dai miei cani ho imparato il significato di accoglienza attesa perdono pietà rispetto senso di appartenenza ascolto dignità compassione umiltà fiducia coraggio empatia dedizione alleanza affettiva. Ho imparato il significato dell’amore. Anni fa in un libro ho scritto che, fra tutti gli animali, il cane dev’essere stato creato da Dio per farci capire cos’è l’Amore assoluto. È quello che ancora mi piace credere. E allo speciale che troverete nelle prossime pagine dedicato a questo insostituibile compagno di vita, vorrei aggiungere il fondamentale consiglio che mi diede un grande veterinario: «È facilissimo educare un cane! Basta capire che, pur di renderti felice, fa qualunque cosa gli chiedi».

martedì 22 agosto 2017

Poesia di Niccolò






Per ioscrivoconjoy ci è arrivata questa specialissima e tenerissima poesia e siamo felici di proporvela. Il poeta è Niccolò. E questa è la sua prima opera. Niccolò ha 5 anni e mezzo. Promette proprio bene!



Gentili con gli animali
Bravi con le persone
E vivere
Favole dell’amore
Vivere in colore e felicità
Amore
Tutti cuore
Tutti felici e contenti
E pace
Tutti felici e non farsi male
Vivere in colori
Anche con gli animali
Amore con le persone
Amore con gli animali
Amore con tutti

giovedì 6 luglio 2017

Recensione "La luna è dei lupi"

"La luna è dei lupi" di Giuseppe Festa (Salani Editore, 3 marzo 2016)

Recensione di Simona Busto

Trama:
Ruscelli dipinti d’argento dalla luna, nastri di profumi colorati tesi sui prati, sagome di cervi come macchie di buio su una tela d’ombra. E un’oscura minaccia oltre il confine. Questo è il mondo di Rio, un lupo dei Monti Sibillini. A lui è affidata la sopravvivenza del suo branco piegato dalla fame e dalla scarsità di nuove nascite, costretto ad affrontare un lungo viaggio nei meandri di una natura da scoprire e difendere, nell’eterno conflitto con un nemico che ora ha le fattezze di un branco antagonista, ora quelle dell’uomo e dei suoi cani. L’entrata in scena di Greta e Lorenzo, due giovani ricercatori, darà il via a una catena di eventi imprevedibili.
Tra le meraviglie della natura selvaggia e le insidie del mondo degli uomini, l’emozionante viaggio di un branco alla ricerca della libertà. Una trama che si trasforma in un sorprendente gioco di specchi, dove ogni lettore ha la possibilità di osservare la natura degli animali e la società degli uomini dal punto di vista dei lupi. Una storia che diventa metafora della condizione umana, tra conflitti e amicizia, istinto e ragione, pregiudizi e accettazione del diverso. ‘Chissà se anche gli uomini pregano’ si chiede a un tratto Lama, una femmina del branco, contemplando la luna. Perché i lupi pregano.


«Quella notte, gli odori erano carte truccate mischiate da un vento prestigiatore.
Poi, la pioggia.
Rio si scrollò l’acqua di dosso e lanciò un’occhiata di lato. All’ombra della parete rocciosa, la figura di Falco si distingueva appena. Il giovane, ritto sulle quattro zampe, scrutava le pendici del Monte Sibilla».
Così si apre questo romanzo sorprendentemente ricco e intenso, e ti catapulta subito nel vivo della narrazione come nel panorama selvaggio e aspro dei Monti Sibillini, nell’Appennino umbro-marchigiano.
Rio e il branco di cui fa parte, guidato dal maschio alfa Grigio, vivono le loro giornate di caccia nella riserva naturale, “la zona franca” come la chiamano i lupi, che li protegge e li sfama.
Sarà l’incontro con l’uomo, insieme a un’inattesa penuria di cibo, a sconvolgere la loro esistenza:
«Rio e Lama si gettarono nella mischia, mentre Falco e Alba correvano tutto intorno per distrarre i cani e offrire una via di fuga al padre.
Due dei cani abbandonarono la loro posizione e Grigio si tuffò nel varco. Era libero.
“Via… via di qua” urlò, sbavando sangue.
Ma era troppo tardi.
Un boato».
Cacciati dal loro territorio, i lupi del Monte Sibilla, ora guidati da Rio, affronteranno un lungo viaggio alla ricerca di una nuova zona capace di offrire loro cibo e salvezza.
Nuovi incontri segneranno la loro ricerca, con altri lupi e altri esseri umani, che però non sempre si mostreranno ostili.
«Fu allora che successe.
Lama sollevò una zampa come per toccare il braccio della ragazza. E incontrò la sua mano.
Palmo nel palmo.
Occhi negli occhi.
Un pozzo castano e uno specchio d’ambra. Greta affondò nell’iride della lupa. Vide una notte ricamata di stelle e un’alba rosata, il sole dorato e una fitta nebbia d’argento. Infine, ritagliata in un cielo blu profondo, una brillante lama di luna».


Questo romanzo sa toccare corde profonde nell’anima di chi legge e ha una sensibilità tale da saperne carpire le emozioni intense.
Tutta la storia, o quasi, è vissuta dal punto di vista dei lupi. Gli animali e gli uomini stessi sono visti con gli occhi di questo predatore troppo spesso braccato. Ciò comporta ovviamente un eccesso di umanizzazione dei lupi stessi, elemento che tuttavia aggiunge pathos alla narrazione.
I comportamenti e lei reazioni di questi splendidi predatori, per quanto appunto umanizzati al punto da farli parlare tra loro, sono però credibili nel contesto della storia. Non per nulla l’autore, Giuseppe Festa, ha seguito a lungo i lupi dell’Appennino prima di scrivere la storia, accompagnato da ricercatori esperti.
E così ci sembra di vivere sulla nostra stessa pelle ogni dramma che si abbatte sui protagonisti a quattro zampe, ogni vicenda inattesa, ogni palpito dei loro cuori selvaggi. Perfino quando si nascondono in un parco giochi nel cuore della città, a pochi metri dai bambini e dalle loro madri umane, la simpatia del lettore resta per i lupi.
Un posto speciale nel mio cuore è occupato da Scuro, Otello per gli umani, in cui convivono due anime e due istinti contrastanti, che spesso lo porteranno a vivere ai margini. La sua lacerazione interiore e la sua voglia di rivalsa lo rendono istintivamente simpatico, al punto di farlo amare quanto e forse più di Rio.
La scrittura di Giuseppe Festa è impeccabile, direi quasi poetica. Sa descrivere gli ambienti con un’intensità perfetta, senza mai annoiare, anzi arricchendo la trama con pennellate narrative degne di un grande autore.
Il romanzo è lungo quasi duecento pagine, ma il ritmo sostenuto e avvincente della storia lo rende leggibile in pochissime ore.

Un libro sui lupi e per i lupi, capace di suscitare emozioni e di far versare anche qualche lacrima di commozione. Una lettura perfetta per chi decide di accostarsi a questi splendidi animali senza pregiudizi e d’immergersi a fondo nel loro mondo naturale così selvaggio e appassionante.

martedì 4 luglio 2017

2 luglio 2013 – 2 luglio 2017







"2 luglio 2013 – 2 luglio 2017", di Massimo Rossi
Sono passati quattro anni da quando Pippi Gatta Sindaco è volata sul Ponte dell’Arcobaleno, là chiamata per le sue capacità amministrative, così ben dimostrate nei suoi circa quattro anni presso il Municipio di Gravellona Lomellina.
Appena arrivata lassù, l’hanno a lungo festeggiata per quello che aveva fatto e rappresentato sulla Terra. Poi le hanno fatto vedere il suo nuovo ufficio: bellissimo, luminosissimo, con tutto quello che poteva servirle per amministrare al meglio quel luogo meraviglioso!
Pippi aveva accettato a malincuore quel posto, perché sapeva che la sua lontananza, seppur momentanea, mi avrebbe procurato un grande dispiacere. Si era convinta, quando le avevano detto che, un giorno ci saremmo ritrovati!
Solo un mese prima, nei primi due week end di giugno si era svolta la 19^ edizione della Festa dell’Arte e, fra le migliaia di persone che erano venute a visitare il paese e soprattutto il parco, numerose erano anche state le persone che avevano voluto conoscere la Gatta Sindaco!
In quelle giornate era stato un continuo via vai di amici che erano finalmente riusciti a conoscere personalmente Pippi. Molte erano del circondario, come la carissima Marcella Previde Massara, altre venivano da un po’ più lontano, come l’altrettanto cara Simo Grisù.
Erano state veramente giornate piene, intense, felici. Di quelle giornate che dici: “Vale proprio la pena di essere al mondo!”
Pochi giorni dopo la fine della Festa dell’Arte, come facevo di tanto in tanto, avevo offerto un poco di crema pasticcera a Pippi, di cui era molto golosa. Lo so, la crema pasticcera non è il cibo adatto a un gatto, ma se pensate che il gatto più longevo della storia mondiale ha vissuto fino all’età di 38 anni (!!!), mangiando panna e bacon, mi perdonerete se, occasionalmente ne offrivo all’amata Pippi!
Dicevo che le avevo offerto un poco di crema, mettendogli davanti alla bocca il mio dito indice e, con molto stupore, Pippi aveva voltato la testa, quasi schifata… Non avevo dato molto peso a questa reazione: capita a tutti di non avere voglia di mangiare una pietanza che di norma adoriamo.
Il giorno dopo aveva fatto la stessa cosa di fronte ai croccantini… ma anche in questo caso mi ero limitato a cambiarle gusto, cosa che sembrava essere di suo gradimento. Ricordo anche di avere dato i croccantini rifiutati dalla Gatta Sindaco alla amica e collega (nonché mamma 1 di Pippi) Mariella, che a casa aveva l’altrettanto amato gatto nero Mimmo.
Il giorno dopo avevo provato a rioffrirle la crema pasticcera, ma Pippi si era voltata ancora più disgustata. Allora, d’accordo con le colleghe, l’avevo portata dalla veterinaria del posto che le aveva prelevato un poco di sangue da fare analizzare da uno studio veterinario di Vigevano. Ricordo che l’esito degli esami mi era stato comunicato quando ero appena uscito dal supermercato e mi stavo accingendo a salire in automobile, dopo aver caricato la spesa settimanale. Per fortuna ero già seduto, perché la notizia che mi avevano dato era terribile: la mia adorata Pippi aveva la FELV – leucemia felina!
Sono ritornato in tutta fretta a casa e sono letteralmente volato dalla veterinaria che mi aveva dato le prime indicazioni sul da farsi. Nel giro di poco più di un’ora mi ero procurato le medicine necessarie per curare o, sarebbe meglio dire, cercare di curare la mia amata gattona.
Devo dire che, dopo una settimana di cure, Pippi aveva ripreso a mangiare normalmente, anzi aveva recuperato forza, ricominciando a saltare da una scrivania all’altra, con grande gioia mia e di tutto il Municipio.
Purtroppo era stata solo un’illusione: nei giorni seguenti, malgrado le cure, Pippi stava diventando sempre più debole. Faticava a camminare e correre, figurarsi saltare sulle scrivanie! Ero pure riuscito a portarla regolarmente a casa, dato che non aveva la forza di ribellarsi al trasportino. Pippi odiava il trasportino e, per questo motivo, ero riuscito solo poche volte a portarla a casa. Ma le ultime due settimane della sua vita ero riuscito a fargliele passare a casa mia! Purtroppo la forma di leucemia felina che aveva colpito Pippi (così come anni prima Ciccetti) era di quelle forti. Non fulminanti, di quelle che dalla sera alla mattina sono in grado di stroncare anche il più forte dei gatti, ma egualmente tremende e senza rimedio.
Il 1° luglio, appena arrivato in ufficio, Pippi aveva faticato a uscire dal trasportino, anzi faceva fatica a reggersi. Si era accasciata ai miei piedi ed io avevo cominciato a lacrimare sempre più copiosamente… non potevo sopportare di vedere la mia adorata Pippi ridotta in quelle condizioni.
L’avevo delicatamente adagiata in uno dei suoi numerosi cestini e lì era rimasta per almeno tre o quattro ore. Verso mezzogiorno si era improvvisamente svegliata e si era incamminata verso l’ufficio tecnico. Abbiamo pensato tutti che, magari le era venuta fame… oppure che le scappasse la pipì. In effetti le scappava la pipì, però a pochi centimetri dalla lettiera, sicuramente perché provata dallo sforzo fatto per arrivare fin lì, era crollata e aveva cominciato a fare la pipì nel punto dove si trovava! Lei, la principessa, lei la bellissima e pulitissima Pippi ridotta così…. Ho gridato “Aiuto!” e immediatamente sono accorse le colleghe che mi hanno aiutato a tirare su l’amata micetta e a ripulire il pavimento e Pippi stessa.
Appena ripresomi dalla scena, avevo preso Pippi, l’avevo messa nel trasportino, per portarla a Mede, dove ha sede una delle migliori cliniche veterinarie della mia provincia.
In quel posto hanno subito visitato Pippi e messa in terapia intensiva. Era l’ultima spiaggia. Se non fossero riusciti a rianimarla lì, non avrei più potuto coccolare la mia amata micetta.
Nel pomeriggio ero ritornato e sembrava che le prime cure avessero fatto effetto, visto che Pippi aveva ripreso a bere e a mangiare qualcosa. Ero stato a lungo in clinica a parlare con Pippi, a dirle parole dolci, che sarebbe presto tornata a casa, che non doveva sentirsi abbandonata, che io l’amavo e tutti in ufficio le volevano bene.
Il mattino dopo, 2 luglio, il veterinario mi aveva telefonato dicendo di passare da lui il più in fretta possibile. Potete capire con che stato d’animo mi ero recato alla clinica veterinaria. Avevo pregato il Creatore dell’universo, dicendo: “Sono disposto a regalare almeno un anno della mia vita, ma fammi riportare a casa Pippi guarita! Fammela tenere ancora un anno!” Arrivato a destinazione ero stato avvertito che, nella notte, Pippi aveva avuto una grave crisi e che non c’erano tante speranze per lei… Ero ritornato in ufficio con il morale a pezzi! Mi ero rifugiato nell’ufficio (vuoto) del vicesindaco, per sfogare la mia rabbia e impotenza verso il crudele destino che attendeva Pippi. Ero triste e furioso con me stesso. Mi ripetevo che avrei dovuto portare Pippi molto prima presso quella clinica… che ero stato un inutile idiota! E… piangevo litri di calde lacrime. Quella mattina non passava più e io stavo sempre peggio. Alle tredici la clinica mi aveva chiamato sul cellulare: “Pippi ha cessato di vivere”. La mia amata Pippi, dopo aver lottato come una piccola tigre, aveva smesso di combattere. Il suo piccolo/grande cuore non batteva più. E io ero distrutto. Solo quando era scomparso papà (e due anni fa mamma) avevo pianto così tanto.
Accompagnato da una collega mi ero recato a Mede. Lì, ad aspettarci, c’era il bravo veterinario che, alla domanda se Pippi l’avessi portata da lui qualche giorno prima si sarebbe potuta salvare, mi aveva risposto che la leucemia che aveva colpito Pippi non le avrebbe dato scampo. Magari avrebbe potuto vivere qualche settimana in più, ma alla fine avrebbe dovuto cedere e volare sul Ponte.
Con l’aiuto delle colleghe ho seppellito la piccola nel mio giardino. L’avevo delicatamente adagiata sul suo plaid preferito, l’avevo avvolta e messo vicino a lei il suo pupazzo preferito, l’avevo poi messa in un grosso cartone e sistemata nella profonda buca che avevo scavato sotto il sole cocente, sudando e piangendo.
Pippi riposa all’ombra della rosa “Blue moon”, un giusto omaggio alla sua splendida natura felina.
Pippi Gatta Sindaco è stata una gatta magica. Quando aveva capito che il suo tempo stava per scadere, aveva fatto in modo che io potessi trovare una degna erede. Ed è stato così che, pochi giorni dopo, avevo finito con l’adottare Marina, poi divenuta: Marina Gatta Sindaco!
Perdere Pippi è stata una vera tragedia. Ancora adesso quando ne parlo (o scrivo) mi scendono le lacrime. Ma quella amata e meravigliosa gattina che, andandosene mi ha sottratto un pezzettino del mio cuore (che mi restituirà quando un giorno la rivedrò), mi ha regalato un’altra piccola tigre, altrettanto bella, dolce e…magica: MARINA GATTA SINDACO!!!
La morale della storia è questa: i gatti sono degli esseri meravigliosi, misteriosi e magici. Quando uno di loro ci abbandona è perché “vuole” che un altro prenda il suo posto. Ed è proprio quello che mi è successo con Ciccetti prima e Pippi dopo. A una gatta meravigliosa, ne è seguita una che lo era altrettanto.


venerdì 5 maggio 2017

Il messaggio della volpe




“Storia della piccola volpe che mi insegnò il perdono”, di Sergio Bambarèn 
(Ed. Sperling & Kupfer). Da “Confidenze tra amiche”, numero 17, 2017


Recensione di Susanna Barbaglia


Il messaggio della volpe

È stata la prima cosa che ho visto, appena arrivata, sulla mia scrivania: un libro con una copertina che mi chiamava come un magnete. La sera mi ci sono immersa e per un’ora è stato come se l’autore, l’australiano Sergio Bambarén, mi avesse accompagnata per mano attraverso le sue straordinarie visioni. Si può incontrare una volpe in riva all’oceano? Ed è credibile dialogare con lei e i suoi amici - il formichiere, la tartaruga marina, la gabbianella... - del perdono che Madre Natura potrà concedere agli uomini che si redimono dalla sua sistematica distruzione? Certo che sì: basta usare lo sguardo di un bambino, basta non negarsi di essere dei sognatori, basta saper leggere negli occhi di una volpe la meraviglia del mondo che ci ospita. A me è successo. Ho incontrato la mia volpe ai limiti di un bosco, affamata e stremata. L’ho nutrita ogni giorno. Le ho dato anche un nome, Chance. L’ho salvata. E per due anni mi ha aspettata nello stesso posto. Questi sono i fatti. Emozionanti, sì, ma facilmente sintetizzabili. Quello che invece ho davvero vissuto con Chance non ha confine. Sono i luoghi e le creature che ho visitato, immaginato e sognato attraverso i suoi occhi. In un editoriale ho scritto:  “Indescrivibile cosa c’era in quello sguardo giallo scuro: lo specchio di qualcosa di selvaggio, di una fierezza antica, di un istinto atavico, l’essenza stessa della natura... custodisco il suo sguardo come un regalo della vita”. Chiqui, la piccola volpe di Bambarén, dice all’amico umano sognatore: “Puoi distruggere tutti i fiori del Creato, ma la primavera sboccerà ancora, con o senza di te” . I grandi concetti hanno sempre di base una grande semplicità! E Chi qui, nell’anima di Bambarén ha lasciato una traccia talmente profonda, da spingerlo a chiederci in questo suo piccolo, grande libro-manifesto: “... sceglierete di essere parte della soluzione? Non servono che due strumenti per fare la differenza: La forza del perdono. La musica della speranza”. Io ci sto, e voi?